mercoledì 3 dicembre 2014

Fagiano al melograno... fa rima e c'è!


Oggi vi propongo una ricetta davvero particolare... frutto della mia fantasia e unita a diverse ricette spulciate qua e là in rete: non potendo riprodurre fedelmente la ricetta del film, sono ricorsa ai ripari a modo mio. La pellicola a cui mi sono ispirata è la commediola avventurosa Sei giorni sette notti (titolo originale Six days Seven nights) di Ivan Reitman (noto produttore e regista di blockbusters come Ghost Busters - Acchiappafantasmi, Pericolosamente insieme, Dave - Presidente per un giorno, Due padri di troppo o il recente Amici, amanti e...) con Harrison Ford, Anna Heche e David Schwimmer. Robin Monroe (Heche), giornalista newyorkese, si fa trascinare alle Hawaii per una vacanza in compagnia del fidanzato Frank (Schwimmer). Chiamata improvvisamente per lavoro dalla rivista per cui lavora, Robin è costretta a recarsi a supervisionare un servizio fotografico importantissimo a Tahiti, ma l’unico aereo a disposizione è quello dello scorbutico e ubriacone Quinn (Ford).Una tempesta, però, li costringerà a un atterraggio di fortuna su un'isola sperduta… rocambolesche avventure e simpatici battibecchi condiscono con gusto un film carino e divertente dal’immancabile happy ending. Per la ricetta? Nel film i due riescono a cacciare un pavone che immediatamente si è materializzato accanto al relitto del loro aereo e Quinn lo cuoce arrosto condendolo con del succo russo non identificabile… Ecco, quindi, che ho deciso di proporvi in sostituzione della carne di fagiano in accompagnamento con del succo di melograno (anche se essendo a fine stagione se ne trovano davvero pochi).



Ingredienti: Fagiano intero (peso circa 1 kg), 1 melograno grande, 1 spicchio d’aglio, burro, olio extravergine di oliva , origano, pepe nero e sale fino.

Procedimento:
1) Sistemare il fagiano in una pirofila e con uno spicco d’aglio tagliato a metà strofinare la superficie in modo da insaporirla; dopodiché inserire l’aglio triturato all’interno del fagiano;
2) Procedere a massaggiare la carne con dei fiocchi di burro e successivamente aromatizzarla (sia all’interno che all’esterno) con sale fino, pepe nero e un pizzico di origano;
3) A parte privare il melograno dei propri chicchi e con l’aiuto di uno schiacciapatate (N.B.: può suonare strano, ma vi assicuro che è l’unico utensile da cucina che mi è stato utile nell’intento) spremerli in modo da ottenerne tutti i succhi;
4) Versare un po' d'olio extravergine d'oliva sul fondo della pirofila e sulla superficie e irrorare tutta la carne del succo di melograno;
5) Infornare a 180° gradi per circa un'ora e 45 minuti;
6) A metà cottura tirare fuori dal forno il fagiano e, in modo che la cottura sia uniforme da entrambi i lati, girarlo dall’altra parte con l’aiuto di una forchetta e bagnarlo con il suo liquido di cottura;
7) Dopo averlo infornato nuovamente, ripetere la stessa procedura per tutti gli altri lati fino ad ultimare la cottura (ovvero finché la carne non risulterà ben dorata);
8) Servire la carne ancora calda con dei chicchi di melograno a decorazione del piatto.

P.s.: mi scuso di non aver indicato con assoluta precisione le dosi degli ingredienti!!!

mercoledì 19 novembre 2014

Un appetitoso club sandwich

Finalmente son tornata con una delle mie ricettine, anche se questa volta ammetto che è stata più un pretesto per farvi conoscere un film che sicuramente non avrete visto in molti.
Si tratta de La giusta distanza (2007) diretto da Carlo Mazzacurati e presentato alla Festa del Cinema di Roma del 2007. La storia, ambientata in un piccolo paesino disperso tra le nebbiose pianure venete, ruota tutta intorno a una giovane e attraente maestra di scuola elementare, Mara (Valentina Lodovini), che è solo di passaggio in attesa di volare in Brasile.
La sua sensualità innata finisce per conquistare tutti gli uomini del paese: il giovane giornalista in erba, Giovanni (Giovanni Capovilla), che ne rimane affascinato sin da quando la aiuta con la connessione internet nella sua nuova casa; Amos (Giuseppe Battiston), il viscido tabaccaio; Guido, il bello e tenebroso autista di autobus del paese e Hassan (Ahmed Hafiene), un rispettato meccanico tunisino, con cui nascerà una tenera storia d’amore, che ha degli aspetti alquanto morbosi e inquietanti solo in apparenza.
Il film cambia immediatamente tono quando il corpo di Mara viene ritrovato cadavere e tutte le accuse di omicidio ricadono su Hassan che si professerà innocente perfino anche dopo che decide di uccidersi nella sua cella. Giovanni, molto colpito dal suicidio del tunisino, decide di far luce sull’intera vicenda, perché, anche volendo, non riesce a mantenere la "giusta distanza" come fanno i veri giornalisti, ma alla fine, grazie alle sue indagini, riuscirà ad arrivare alla brutale verità.
Bravissimi e convincenti tutti gli attori, specialmente il giovanissimo e alle prime armi Giovanni Capovilla e davvero stupenda la fotografia, asciutta e reale che cattura alla perfezione quello spaccato familiare di Italia nascosto tra i boschi.
Venendo alla ricetta… vi meraviglierete, ma si tratta del club sandwich, ordinato dal direttore del giornale (Fabrizio Bentivoglio) di Giovanni che lo incontra in un bar per offrirgli un impiego come giornalista di cronaca locale.
La peculiarità di questo sandwich (la cui paternità è abbastanza discussa e contesa tra Stati Uniti e Regno Unito) è quella di essere multistrato e golosamente imbottito di leccornie varie.


Ingredienti (per 3 club sandwich): 2 pomodori, 9 fette di pan carrè, 9 fette sottili di pancetta, 6 fettine sottili di tacchino, maionese, insalata e olive nere denocciolate.

Procedimento:
1) Eliminare i bordi dalle fette di pan carré e tostare leggermente in forno a 150° per qualche minuto in modo che la superficie diventi dorata;
2) Nel frattempo far rosolare in una padella antiaderente le fettine di pancetta in modo da renderle croccanti;
3) Preparare la maionese montando un uovo con l’aggiunta a filo di metà olio di semi di girasole e di metà olio extra vergine d’oliva; salare e aggiungere il succo di mezzo limone;
4) Far rosolare bene su una griglia rovente il tacchino tagliato a striscioline e salare appena una volta cotto;
5) Comporre il sandwich farcendo il primo strato con un cucchiaino di maionese insieme al tacchino, l’insalata e il pomodoro a fette; poi proseguire farcendo il secondo strato allo stesso modo con la pancetta.
6) Tagliare in due triangoli il panino, chiuderlo con degli stuzzicadenti e completarlo con delle olive denocciolate.

mercoledì 29 ottobre 2014

Il ritratto di un Giovane Favoloso

Non è stato semplice decidere che cosa scrivere del tanto acclamato film Il giovane favoloso… Trascorsa quasi una settimana, non credo di aver trovato la giusta chiave di lettura di una pellicola dai tratti così poetici ma al tempo stesso dai tempi davvero troppo dilatati. Senza dubbio è un film che traccia con notevole sincerità (e simpatia) il ritratto di Giacomo Leopardi, un genio italiano dall’animo fragile, all’epoca incompreso e oggetto di discussioni tra gli intellettuali del suo tempo.
Condivido pienamente le parole del regista Mario Martone, il quale  ha definito “Il giovane favoloso” la storia di un’anima. “Affrontare la vita di Leopardi significa svelare un uomo libero di pensiero, ironico e socialmente spregiudicato, un ribelle. Si mette sempre l’accento sulla malinconia leopardiana, ma sono la forza dell’illusione e la consapevolezza della caducità del vero i tratti distintivi della sua modernità. In questo senso Leopardi parla di oggi”.   
Il racconto, infatti, traccia una biografia sommaria dei fatti più salienti (e curiosi) della giovinezza dello scrittore e poeta recanatese, trascorsa per lo più tra i libri dell’immensa biblioteca di famiglia fino ai suoi ultimi giorni a Napoli passati in compagnia del fidato amico Antonio Ranieri (Michele Riondino).
In questo ritratto (lacunoso per alcuni aspetti) emerge però una splendida ricostruzione negli ambienti e nei costumi della società ottocentesca italiana.
Il Leopardi, interpretato in modo a dir poco magistrale da Elio Germano, non ha nulla a che fare con tutte le nozioni che ci sono state regalate a scuola: Leopardi era infatti molto di più del semplice pessimismo cosmico che sembrava riassumere per i miei professori l’intera poetica di questo grande scrittore. Dal film affiora soprattutto il suo lato buffo, il suo disagio interiore contro una società in cui non si ritrova, ma specialmente il suo senso di ribellione contro la Natura che lo ha imprigionato in un corpo fragile, contro Monaldo (Massimo Popolizio), il padre-padrone, e soprattutto contro la sua città, Recanati, che gli andava troppo stretta visto il suo genio creativo.
Come detto sopra, nonostante l’estrema lunghezza del film, dove troppo spesso il voice-over o le immagini sono state il punto focale di un racconto lento e esageratamente descrittivo, ho trovato davvero magnifica e toccante la lettura de ‘L’infinito’ ma specialmente quella nel finale dei versi della poesia ‘La Ginestra’, che, attraverso delle immagini toccanti e potenti, hanno regalato un crescendo vero di emozioni.
L’unica nota positiva di questo film è che ho sentito davvero una gran voglia di riprendere le poesie di Leopardi e leggerle con occhi diversi…   


mercoledì 22 ottobre 2014

La focaccia per John Coffey

Il miglio verde (titolo originale The Green Mile, 1999) del regista Frank Darabont è ispirato all'omonimo libro di Stephen King.
Dopo molti anni Paul Edgecomb (Tom Hanks), una guardia carceraria in pensione, racconta a una sua amica della casa di riposo la storia di quanto accadde intorno agli anni ’30 nell’ala del braccio della morte (ovvero il miglio verde del titolo) del penitenziario di Cold Mountain.
Il suo racconto ruota attorno alla figura di John Coffey (lo scomparso Michael Clarke Duncan), un grande uomo nero, analfabeta e dal cuore tenero, condannato a morte (ingiustamente) per lo stupro e l'omicidio di due bambine. Nonostante la sua enorme stazza fisica, l’uomo rivela un carattere davvero semplice e bonario, che finisce per conquistare l’affetto di tutte le guardie nel Miglio verde con la sua paura del buio… ma soprattutto con i suoi “poteri”.
Non voglio svelare di più del film, perché è davvero bello anche se un po’ lungo, ma sicuramente con un cast ricco di bravissimi attori come Sam Rockwell, David Morse, Barry Pepper, Patricia Clarkson, Michael Jeter e James Cromwell.
Dico solo che grazie all’aiuto del detenuto John il povero Paul, affetto da una brutta infezione alle vie urinarie, riesce di nuovo a fare pipì senza problemi ma soprattutto a fare l'amore con sua moglie Jan (Bonnie Hunt), che, in segno di ringraziamento, gli prepara una soffice “focaccia”. La traduzione italiana è leggermente fuorviante, perché in realtà si tratta di cornbread.
Il cornbread è una delle tante specialità della cucina americana: non è altro che un semplice e friabilissimo pane di mais, che è ottimo sia da solo che accompagnato a salse o altro. Assolutamente da assaggiare!


Ingredienti: 150 grammi di farina 00, 200 grammi di farina di mais, 1 bustina di lievito secco, 1 cucchiaino di bicarbonato, 1 cucchiaino di sale, 3 cucchiai di zucchero, 200 ml d latte parzialmente scremato, 3 uova e 80 grammi di burro

Procedimento:
1) Mescolare tutti gli ingredienti secchi in una ciotola capiente;
2) A parte battere velocemente le uova con il latte e il burro fuso e aggiungere tutto al resto del composto;
3) Dopo aver ottenuto un composto compatto e liscio, versarlo su una teglia rettangolare (leggermente unta oppure ricoperta di carta forno) e lasciar cuocere nel forno preriscaldato per circa 30 minuti a 180°;
4) Sfornare il pane quando risulterà ben dorato e avrà formato una leggera crosticina in superficie;
5) Lasciar intiepidire (altrimenti si sbriciolerà, appena lo si taglia) e servire a cubotti.

P.s.: questo tipo di pane si mantiene benissimo per un paio di giorni se avvolto con uno strofinaccio o conservato dentro un sacchetto di carta.

martedì 7 ottobre 2014

Benvenuti sull'isola dei giocattoli difettosi!

Dopo averlo cercato per tanto tempo, sono riuscita a vedere Noi siamo infinito (2012, titolo originale The perks of Being a Wallflower) del semisconosciuto regista Stephen Chbsoky (nonchè sceneggiatore e autore del romanzo epistolare "Ragazzo da parete" da cui è stato tratto il film). Posso sicuramente suonare ripetitiva, ma è un film davvero bello che vale la pena di vedere e non solo perchè c'è un cast stellare (vista la partecipazione secondaria di attori affermati come Dylan McDermott, il padre, Kate Walsh, la madre e Paul Rudd, l'attento e sensibile professore di letteratura che instilla la voglia di scrivere in Charlie), ma perchè la storia è molto intensa e non è assolutamente catalogabile come un film adolescenziale.
Anni ’90. Charlie (un superlativo Logan Lerman), un ragazzo introverso e timido, vive nel completo isolamento l’inizio delle superiori finché non incontrerà due nuovi amici, due studenti dell'ultimo anno: Sam (Emma Watson, che ha smesso finalmente i panni di Hermione), bella e audace e il suo fratellastro Patrick (Ezra Miller, sopra le righe ma entusiasmante), logorroico e carismatico, sconvolgeranno completamente il suo mondo.
Faranno scoprire a Charlie la vita, fatta di feste (e droghe), nuove amicizie e primi amori. Eppure la felicità raggiunta viene messa pian piano da parte, quando affiora lentamente la tristezza per i suoi nuovi amici più grandi che stanno per andare al college. Il suo equilibrio interno viene sconvolto e inizia a sgretolarsi. L’infelicità si tramuta presto in dolore, che, rimasto celato dietro una forte timidezza, porterà a galla due terribili tragedie (il suicidio del suo migliore amico e l'accidentale morte della sua più cara zia) e si paleserà in una verità ancor più dolorosa.
Fin qui può sembrare un film triste, ma in realtà è un inno all’amore in tutte le sue accezioni e al sapersi aprire alla vita nonostante tutte le difficoltà. Chbosky è riuscito magnificamente a parlare direttamente al cuore dello spettatore con una tecnica narrativa nuova e per niente stucchevole, dove l’equilibrio tra pazzia e normalità è sempre al limite come anche tra amore/felicità e odio/dolore.
Bisogna vivere ogni istante e non lasciarsi convincere di essere banali o come tutti gli altri. Ognuno rappresenta una storia. Ognuno può essere infinito.
Questa volta faccio un eccezione e non vi svelo da quale scena ho preso la ricetta di oggi... ammetto, però, che la foto non è molto invitante, ma posso assicurare che il pollo era davvero ottimo, anche se mi è stata criticata una presenza eccessiva di salsa... ma io adoro fare la zuppetta col pane!


Ingredienti (per 5 persone): 600 g di pollo a pezzi, 2 cucchiai di farina 00, 1 cucchiaio di paprika dolce, 100 ml di panna da cucina, 1 cipolla bianca, 20 g di burro, 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva e sale q.b.

Procedimento:
1) Dopo aver fatto sciogliere il burro in una padella insieme all’olio extravergine d’oliva, far rosolare la cipolla tritata finemente;
2) Non appena la cipolla risulterà ben stufata, adagiare in pentola il pollo a pezzi, che sarà stato passato in precedenza in un mix di farina e paprika;
3) Prima di aggiustare di sale la carne, farla dorare in modo da formare una leggera crosticina;
4) Alla fine unire la panna e lasciar andare la cottura a fuoco basso finché la panna si sarà addensata
5) Servire la carne ben calda in accompagnamento a delle verdure lesse come fagiolini o patate.

P.s.: Il titolo del post è in realtà una meravigliosa battuta del film che mi è rimasta impressa! Altrimenti l'avrei chiamato banalmente... "Paprika a volontà"!

mercoledì 24 settembre 2014

ERBE SPONTANEE IN TAVOLA - Per una cucina selvatica, con ricette sane, naturali e locali

Oggi non parlerò nè di un film e nè di una ricetta... bensì di un libro di ricette! Ho avuto la fortuna di leggerlo e recensirlo per la rivista MusiCulturA on line ed è davvero interessante, specialmente se siete o avete amici vegeteriani o vegani.
Si tratta, infatti, di  un ampio ricettario vegan che ha come protagoniste le 16 erbe selvatiche più diffuse e facili da reperire in Italia per garantirsi uno stile di vita più semplice, naturale ed ecosostenibile.

"Sono cresciuta in campagna e spesso mi sono trovata a riflettere su quanto sia veramente fortunata a poter mangiare le cose buone del mio orto, ma grazie al libro di ricette di Annalisa Malerba, “Erbe spontanee in tavola - Per una cucina selvatica, con ricette sane, naturali e locali”, ho scoperto anche come rivalutare le comuni erbacee, che da sempre sapevo avessero delle proprietà benefiche nascoste ma che avevo sempre estirpato senza dar loro una seconda chance in cucina.
Annalisa Malerba è una vera appassionata di erbe spontanee e il lettore non fa fatica a percepirlo sia nel modo in cui le descrive singolarmente che per il modo in cui le utilizza in ricette tanto particolari quanto salutari.
L’autrice ci tiene a specificare che il suo non è un cognome d’arte, ma un dono del destino; sin da bambina è rimasta affascinata da questo mondo e dopo aver incontrato il veganismo lo ha intrecciato all’impegno per i diritti degli animali umani e non umani, nonché per la tutela della biodiversità. Accanto alla professione di contadina e al percorso accademico nella facoltà di Medicina e Chirurgia, ha acquisito una professionalità come chef e docente di cucina naturale, tutta al vegetale.
Leggendo questo libro così piacevole, ben scritto e documentato dalle magnifiche foto di Carla Leni, è possibile accostarsi alla fitoalimurgia o anche detta botanica delle piante alimentari, che più semplicemente indica la scelta di un’alimentazione ricca di erbe spontanee.
I termini dispregiativi come malerbe o piante infestanti usati per definire le comuni erbacce si sprecano, mentre l’agricoltura biologica le descrive come “erbe accompagnatrici”, considerandole delle erbe spontanee belle e profumate, oltre che saporite: amaranto, equiseto, erba cipollina, menta, ortica, papavero, pratolina, tarassaco e violetta; ma anche centocchio, consolida, falsa ortica, farinello, parietaria, porcellana e rovo. Una serie (quasi) infinita di foglie, steli, boccioli e fiori da conoscere, riconoscere e raccogliere nei prati, sul ciglio della strada e ovunque la vegetazione spontanea l’abbia vinta sulla cementificazione.
In effetti il terreno in genere ha perso la sua caratteristica di essere vivente e viene schiavizzato e sfruttato dall’uomo che ormai si è piegato all’uso massiccio di diserbanti e fertilizzanti, che ha comportato l’effettiva scomparsa di piante selvatiche. “Eppure, ogni volta che muoviamo la terra e la lasciamo nuda, ogni volta che è lasciata scoperta dalle specie che si sono avvicendate, essa stessa reagisce coprendosi nuovamente. […] Se qualche erbaccia è sopravvissuta e ha continuato spavalda a rinascere e a proliferare qui, significa che non avete scuse: basta il desiderio di scoprire, raccogliere, sperimentare. Un po’ di foraggio si trova dappertutto.”
Questo libro, quindi, è un invito a cuore aperto a cimentarsi nella scoperta di quante specie e famiglie di malerbe esistano e lo fa guidando la mano anche dei neofiti con delle schede dettagliate per ciascuna di esse. Corredate di foto per riconoscerle, vengono presentate ufficialmente una a una con la loro etimologia esatta (il loro nome comune e quello botanico in latino) e una descrizione dell’habitat e dei costituenti; è possibile poi trovare elencati tutte le dovute precauzioni come anche i pregi culinari e nutritivi e i trucchi per raccoglierle nel periodo giusto, conservarle e cucinarle.
L’autrice di questo originale ricettario 100% vegetale e tutto a costo zero ha scelto le 16 erbe selvatiche più diffuse e facile da reperire in Italia e le più gradevoli al palato e le ha fatte diventare protagoniste di ricette particolari e sfiziose, in cui si spazia dal salato al dolce, vengono accostati consistenze e profumi insoliti e si possono reperire facilmente informazioni botaniche, storiche e nutrizionali oltre che fitoalimurgiche.
Piatti in apparenza rustici ma molto eleganti nella loro semplicità e valorizzati dal tocco di Carla Leni. Autrice del blog La Cucina della Capra ha coniugato la sua passione per la fotografia con la sensibilità verso uno stile di vita etico e sostenibile, fotografando con grande maestria tutte le erbe e le ricette del libro.
5 ricette per erba divise per portata con almeno una proposta crudista per smorzare la monotonia in cucina e per “trarre dal cibo i maggiori benefici possibili in termini di preservazione dei nutrienti”.
Lodevoli la scelta grafica di un’impaginazione chiara e semplice come anche la bibliografia finale ricca sia di libri di botanica per un corretto riconoscimento delle piante che testi dedicati alla fitoalimurgia con diverse proposte culinarie. 
Nonostante sia un’onnivora doc, devo ammettere che leggendo questo manuale ho deciso di provare diverse ricette, visto che già intorno ai viottoli vicino casa ho la fortuna di aver avvistato senza problemi una quantità smisurata di ortica, porcellana e pratolina… e forse anch’io ora inizierò a guardare con meno sufficienza queste erbe spontanee dai mille segreti e benefici nascosti. Considerato che in tempi duri i nostri avi ne hanno fatto uso perché non avevano altro di commestibile da mangiare, resta a noi il compito di valorizzarle in cucina e non solo.
Non bisogna aver paura di sperimentare e aprirsi all’idea di provare a cucinare con nuovi ingredienti naturali: buona lettura e buon appetito!"


ERBE SPONTANEE IN TAVOLA - Per una cucina selvatica, con ricette sane, naturali e locali di Annalisa Malerba, Sonda Editore, 2014, ISBN 978-88-7106-731-5, € 19,90, pp. 224, formato 21x26,5 cm