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domenica 10 aprile 2016

Il vero giornalismo secondo "Il caso Spotlight"

Oggigiorno quanti brutti telegiornali/giornali siamo costretti a guardare/leggere? Perchè il cuore della notizia ormai sembra ridotto solo a un miraggio nel deserto?
Sono rimasti davvero in pochi i giornalisti in grado di fare il loro lavoro ovvero di portare alla luce tematiche scottanti e notizie importanti per le proprie comunità locali o per l’intera società senza temere di mettere i bastoni tra le ruote a potenti o politicanti.
Anche sul grande schermo da anni mancava un bel film sul vero giornalismo investigativo, come per esempio il magistrale Tutti gli uomini del presidente di Pakula, ma fortunatamente è arrivato Il caso Spotlight.
Tra il 2001 e il 2002 un gruppo di giornalisti della sezione Spotlight del Boston Globe, composta da Walter Robinson (Michael Keaton), Mike Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Matt Carroll (Brian d'Arcy James), riuscì a portare a galla gli abusi sessuali perpetrati da svariati prelati della Arcidiocesi di Boston, rimasti impuniti dalle autorità e insabbiati dai media e dalla curia per anni.
Il film segue passo dopo passo i lunghi mesi di indagini, ricerche di archivio e interviste con alcune delle vittime ancora in vita (la maggior parte si era suicidata o rimasta uccisa a causa di droga o alcool), precedenti alla pubblicazione di una lunga serie di articoli che smascherarono apertamente la
Chiesa di aver coperto questi atti ignobili e che diedero il coraggio a molte persone di denunciare gli abusi subiti da bambini, che per vergogna avevano preferito tacere.
La cosa che più allarma non è il fatto che il film sia una storia vera (considerato il numero di notizie legate a preti pedofili che ancora oggi vengono a galla in tutto il mondo), ma di come si tratti quasi di una prassi legata a un disturbo sessuale all’interno del clero cattolico.
Il caso Spotlight del regista Thomas McCarthy (noto per il piccolo capolavoro di L'ospite inatteso) ha guadagnato giustamente l’Oscar come miglior film, dimostrando di avere non solo un gran cast (vanno menzionati anche gli attori Liev Schreiber e Stanley Tucci) ma soprattutto una sceneggiatura ben scritta che ha saputo raccontare con rigore un tema davvero spinoso e ancora troppo attuale, che la Chiesa nella figura di Papa Francesco sembra aver finalmente preso coscienza, con la piena volontà di non lasciare impuniti tali atti di perversione.

giovedì 30 luglio 2015

Giffoni Experience #1

Dal 17 al 26 luglio 2015 ha avuto luogo la 45ᵃ edizione del Giffoni Film Festival dal tema “Carpe Diem”, in cui 3.600 giurati provenienti da circa 50 Paesi di tutto il mondo, ovvero il cuore e l’anima di questo festival, sono stati chiamati a giudicare ben 98 film.
Personalmente ho avuto la fortuna di vederne solo tre e se gli altri che ho perso erano all’altezza di quelli che ho visto, sono davvero dispiaciuta di non aver avuto la possibilità di sedermi di nuovo in sala e godermi lo spettacolo.
L’unico mio più grande rammarico sarebbe scoprire che i cortometraggi, documentari o lungometraggi presentati non vengano poi distribuiti in sala o almeno nelle scuole, perché la vera ricompensa per queste pellicole sarebbe proprio farle arrivare al cuore di tutti e non solo di chi aveva la possibilità di essere a Giffoni.
Di seguito la recensione dei film visti nelle categorie Elements +10, Generator +13 e Generator +16.

Si resta sospesi tra fantasia e realtà nella sezione ELEMENTS +10. Labyrinthus (Belgio, 2014) è il primo lungometraggio da regista di Douglas Boswell, che ha già diretto episodi di diverse serie televisive e alcuni cortometraggi.
Il film, già presentato al Festival di Toronto 2015, si focalizza su come realtà e mondo virtuale si incontrano e si scontrano. Frikke (un talentuoso Spencer Bogaert), un ragazzo di quattordici anni, conosce molto bene l’universo dei videogiochi, ma un giorno ne trova uno davvero strano, in cui i protagonisti sono dei ragazzi e animali in carne e ossa, le cui esistenze e i cui corpi, caricati da una particolare macchina fotografica, sono stati trasportati in un labirinto virtuale.
Non appena inizia il gioco, infatti, Frikke incontra Nola (Emma Verlinden), una ragazzina intrappolata che non ricorda più chi è e che rischia di essere uccisa dal cattivo del videogame se lui abbandonerà o perderà il gioco.
In una frenetica e concitata corsa contro il tempo, Nola riceverà altra compagnia come il migliore amico di Frikke, Marko e un’altra ragazzina. Frikke cercherà di salvarli trovando la via d’uscita dal labirinto, ma allo tempo stesso dovrà trovare il malvagio creatore del terribile videogame in modo da evitare che nessun altro possa essere trasportato in quella trappola infernale.
La computer grafica che è riuscita a dare forma allo spettacolare mondo di fantasia del videogioco è davvero molto curata, ma anche la fotografia e gli esterni sono davvero belli. Una storia perfetta per bambini di età compresa fra i 9 e i 13 anni ma amabile anche per un pubblico più adulto, perché la storia è molto ben scritta e ricca di umorismo, avventura e tensione al punto giusto.
Labyrinthus si è aggiudicato il primo premio nella sezione ELEMENTS +10.


La sezione GENERATOR +13 segue un filo conduttore tra musica, sogni adolescenziali, sentimenti e temi molto più delicati tipo l’elaborazione del lutto proprio come in You're Ugly Too (Irlanda, 2014) di Mark Noonan, che è al suo primo lungometraggio di finzione (già presentato al Festival di Berlino 2015 nella sezione Generation Kplus).
Viene raccontata una toccante storia fatta di dolore, amore e fiducia, in cui Will (Aidan Gillen, noto al grande pubblico per Il Trono di Spade), un uomo dall’oscuro passato criminale, ottiene un rilascio straordinario dal carcere per prendersi cura di sua nipote Stacey (Lauren Kinsella) in seguito alla morte di sua sorella, la madre di lei. La bambina parte con lo zio per le Midland irlandesi con la speranza di cogliere l’occasione di un
nuovo inizio, l’opportunità per entrambi di formare una vera famiglia. Ma le attese di Stacey vengono subito deluse: le viene negata l’ammissione a scuola a causa della narcolessia che ha sviluppato di recente e Will dimostra di avere dei seri problemi di alcool e droga oltre al fatto di non riuscire a trovare un lavoro serio e a essere una vera figura paterna per la piccola.
Nonostante i numerosi ostacoli e una terribile verità che viene a galla, il rapporto di Will e Stacey non sarà destinato a naufragare e in qualche modo riusciranno a diventare una famiglia.
Un film profondo e intenso dal finale agrodolce ma pieno di speranza che regala molti spunti di riflessione. Lo stesso regista Noonan ha dichiarato: “Mi interessava fare un film su personaggi che custodiscono i loro pensieri e le loro emozioni nel cuore. I due protagonisti vengono messi insieme e costretti a diventare una famiglia elettiva. Non sempre sono in grado di esprimere se stessi. Condividono una caratteristica tipicamente irlandese: il rifiuto di parlare delle proprie emozioni, e la scelta di utilizzare l’umorismo e lo scherno irriverente come mezzi di espressione. Le loro parole non dicono tutto. Così, molti film sono determinati da ciò che i personaggi fanno, e dalle trasformazioni a 180 gradi che i personaggi subiscono. La mia intenzione era quella di fare un film definito in maggior parte da ciò che i personaggi non fanno, e in cui le trasformazioni dei personaggi alla fine sono piccole ma profonde. Sentiamo il cambiamento di questi due personaggi come uno stacco in nero, anche se probabilmente loro non lo ammetterebbero neanche a se stessi”.

La sezione GENERATOR +16, invece, descrive l’inquietudine e la difficoltà di una generazione, che dall’adolescenza passa all’età adulta. All The Wilderness (Usa, 2014) è il primo lungometraggio di Micheal Johnson e racconta la storia di James (un bravissimo Kodi Smit-McPhee capace di regalare una forte espressività), un adolescente inquieto che, dopo la morte del padre, si è perso nelle lande selvagge della sua mente, in un mondo di sua creazione fatto di libri, poesie e immagini dark.
James appare strano agli altri ragazzi e non fa nulla per cercare di essere simpatico e instaurare un qualsiasi rapporto sociale. Vista anche la sua insana attrazione nei confronti della morte, la madre Abigail (Virginia Madsen) lo fa seguire dallo strambo psicologo Walter (Danny DeVito), il quale non sembra però riuscire a toccare le corde giuste del suo cuore per farlo aprire.
James, infatti, è un personaggio assai criptico: non è il solito adolescente preso solo dai problemi di scuola o primi amori, ma i suoi turbamenti sono celati molto più in profondità e non sembrano volersi palesare all’esterno. Sarà solo l’incontro fortuito con dei coetanei a sbloccare la sua timidezza, portandolo a fare nuove esperienze, a riflettere e ad affrontare la verità che lo tormenta.
Solo nel finale tutto verrà rivelato e James riuscirà a capire che la natura selvaggia da cui è attratto non gli appartiene, riuscendo così a fuggire dagli angoli bui della sua mente.
Il film è molto potente e poetico e lo si percepisce sin da subito da come è girato. È romantico e intensamente dark allo stesso tempo, racchiudendo un’infinità di sentimenti come inquietudine, amore, tristezza e perdita.
Stupendo l’uso per tutto il corso del film del poema ‘Wilderness’ di Carl Sandburg, che si accosta perfettamente all’uso molto intimo della macchina da presa, che ricorda in diversi momenti la tecnica di Terrence Malick.
Anche All The Wilderness si è aggiudicato il primo premio nella sezione Generator +16.

mercoledì 19 novembre 2014

Un appetitoso club sandwich

Finalmente son tornata con una delle mie ricettine, anche se questa volta ammetto che è stata più un pretesto per farvi conoscere un film che sicuramente non avrete visto in molti.
Si tratta de La giusta distanza (2007) diretto da Carlo Mazzacurati e presentato alla Festa del Cinema di Roma del 2007. La storia, ambientata in un piccolo paesino disperso tra le nebbiose pianure venete, ruota tutta intorno a una giovane e attraente maestra di scuola elementare, Mara (Valentina Lodovini), che è solo di passaggio in attesa di volare in Brasile.
La sua sensualità innata finisce per conquistare tutti gli uomini del paese: il giovane giornalista in erba, Giovanni (Giovanni Capovilla), che ne rimane affascinato sin da quando la aiuta con la connessione internet nella sua nuova casa; Amos (Giuseppe Battiston), il viscido tabaccaio; Guido, il bello e tenebroso autista di autobus del paese e Hassan (Ahmed Hafiene), un rispettato meccanico tunisino, con cui nascerà una tenera storia d’amore, che ha degli aspetti alquanto morbosi e inquietanti solo in apparenza.
Il film cambia immediatamente tono quando il corpo di Mara viene ritrovato cadavere e tutte le accuse di omicidio ricadono su Hassan che si professerà innocente perfino anche dopo che decide di uccidersi nella sua cella. Giovanni, molto colpito dal suicidio del tunisino, decide di far luce sull’intera vicenda, perché, anche volendo, non riesce a mantenere la "giusta distanza" come fanno i veri giornalisti, ma alla fine, grazie alle sue indagini, riuscirà ad arrivare alla brutale verità.
Bravissimi e convincenti tutti gli attori, specialmente il giovanissimo e alle prime armi Giovanni Capovilla e davvero stupenda la fotografia, asciutta e reale che cattura alla perfezione quello spaccato familiare di Italia nascosto tra i boschi.
Venendo alla ricetta… vi meraviglierete, ma si tratta del club sandwich, ordinato dal direttore del giornale (Fabrizio Bentivoglio) di Giovanni che lo incontra in un bar per offrirgli un impiego come giornalista di cronaca locale.
La peculiarità di questo sandwich (la cui paternità è abbastanza discussa e contesa tra Stati Uniti e Regno Unito) è quella di essere multistrato e golosamente imbottito di leccornie varie.


Ingredienti (per 3 club sandwich): 2 pomodori, 9 fette di pan carrè, 9 fette sottili di pancetta, 6 fettine sottili di tacchino, maionese, insalata e olive nere denocciolate.

Procedimento:
1) Eliminare i bordi dalle fette di pan carré e tostare leggermente in forno a 150° per qualche minuto in modo che la superficie diventi dorata;
2) Nel frattempo far rosolare in una padella antiaderente le fettine di pancetta in modo da renderle croccanti;
3) Preparare la maionese montando un uovo con l’aggiunta a filo di metà olio di semi di girasole e di metà olio extra vergine d’oliva; salare e aggiungere il succo di mezzo limone;
4) Far rosolare bene su una griglia rovente il tacchino tagliato a striscioline e salare appena una volta cotto;
5) Comporre il sandwich farcendo il primo strato con un cucchiaino di maionese insieme al tacchino, l’insalata e il pomodoro a fette; poi proseguire farcendo il secondo strato allo stesso modo con la pancetta.
6) Tagliare in due triangoli il panino, chiuderlo con degli stuzzicadenti e completarlo con delle olive denocciolate.

mercoledì 9 aprile 2014

Il buongiorno... si vede dal mattino!

Il buongiorno del mattino (titolo originale Morning Glory) diretto dal regista Roger Michell (che ha girato il fortunatissimo Notting Hill) racconta la storia di Becky Fuller (una Rachel McAdams pimpante e camaleontica), che viene assunta come produttrice televisiva con il preciso intento di risollevare gli ascolti del programma mattutino Daybreak, che altrimenti verrebbe cancellato e lei stessa licenziata.
Becky, quindi, decide non solo di puntare a notizie più frizzanti e siparietti comici ma anche di apportare dei cambiamenti sostanziali alla conduzione del notiziario, richiamando al suo posto un leggendario giornalista e anchorman come Mike Pomeroy (Harrison Ford). Pomeroy e il suo caratteraccio, però, le daranno continuamente del filo da torcere, creando soprattutto delle polemiche insensate e pungenti con la sua co-conduttrice Colleen Peck (Diane Keaton).
Decisa però a portare ai massimi livelli di ascolto un programma assolutamente in declino, Becky preferisce lasciare da parte la sua vita privata e la possibile storia d’amore che stava prendendo forma con un suo collega produttore (Patrick Wilson) per  buttarsi a capofitto nel lavoro... fin quando potrà.
Il buongiorno del mattino (la cui traduzione del titolo originale è davvero un mistero) è in realtà un’ottima commedia, che regala un Harrison Ford insolito ma davvero divertente e una Diane Keaton irriverente e simpatica, per non parlare poi del bravo (ma sottovalutato) Jeff Goldblum. Non fatevi ingannare… non si tratta della solita commedia romantica, ma di un buon film che racconta con ironia e sincerità l’amore per il lavoro ovvero per come fare una buona informazione e la bellezza di lavorare in un team affiatato.
La ricetta di oggi è una frittata, perché proprio nel film, quando Becky sembra sul punto di far carriera e accettare un nuovo impiego, Mike Pomeroy si improvvisa chef ai fornelli e prepara una semplice e gustosa frittata, che svela cucinare solo per le persone a cui tiene veramente. Venendo meno a tutti i suoi preconcetti sulla vera informazione fatta solo di scoop, è una chiara dichiarazione per Becky di come abbia deciso di piegarsi verso un nuovo modo di affrontare anche le notizie apparentemente più frivole.
Qui vi propongo una mia personale frittata… altrimenti nella ricetta classica dell’American frittata è previsto l’uso di patate, cipolle, prosciutto americano a cubetti e formaggio cheddar.


Ingredienti (per 3 persone): 6 uova, 3 cucchiai di scamorza affumicata a cubetti, 3 cucchiai di prosciutto cotto a cubetti, olio extra vergine d'oliva, sale e pepe.

Procedimento:
1) Preparare il prosciutto e la scamorza a cubetti;
2) Rompere le uova in una ciotola capiente e sbatterle leggermente con l’aiuto di una forchetta;
3) Preparare una padella antiaderente e porre al suo interno un po’ di olio extravergine d’oliva, che andrà fatto scaldare appena;
4) Poco prima di versare le uova nella padella calda, condirle con un pizzico di pepe e di sale;
5) Dopo aver versato una metà delle uova sbattute, procedere a muovere continuamente la padella avanti e indietro in modo da non far attaccare la frittata al fondo;
6) Lasciarla cuocere a fuoco dolce per almeno 4-5 minuti;
7) Cospargere la superficie con i cubetti di prosciutto e formaggio e poi versarvi sopra anche la restante parte delle uova sbattute in precedenza;
8) Dopodiché riporre la frittata all’interno del forno già caldo a circa 180°-200° (N.B.: lasciar il manico in plastica  fuori dal forno se non lo volete far fondere) e far cuocere fin tanto da creare una superficie soffice e appena dorata;
6) Servire la frittata ancora calda (N.B.: in accompagnamento ho scelto delle cime di cavolo nero condite con un pizzico di sale e olio, che con il loro amarognolo si sposavano con il sapore un po’ dolciastro degli ingredienti della mia frittata).

P.S.: ho scelto la tecnica del forno, così evito di rovinare la frittata girandola con il classico aiuto del coperchio! ;)

martedì 1 aprile 2014

Profumo di cannella!

Tutti gli inguaribili romantici adorano i film del regista Gary Marshall (noto per le sue commedie rosa ben confezionate come Pretty Woman, Paura d'amare e via discorrendo), perché riesce a creare pellicole con la giusta dose di spensieratezza e romanticismo. Campione d’incassi è stato senza dubbio Se scappi, ti sposo (titolo originale Runaway Bride, 1999), forse anche perché vide il fortunato ritorno della coppia Julia Roberts e Richard Gere, supportati da un ottimo cast tra cui figurano nomi come la bravissima Joan Cusack e l'istrionico Hector Elizondo
Ike Graham (Gere) è un giornalista di New York della famosa testata USA Today, che è sempre alla ricerca di un ottimo scoop per la sua rubrica e per caso si imbatte nella stramba storia di Maggie Carpenter (Roberts), la padrona di una ferramenta, a cui piace torturare gli uomini scappando letteralmente da loro e abbandonandoli sull’altare. La "sposa che scappa", però, non ci sta e scrive una lunga lettera al direttore del giornale (nonché ex-moglie dello stesso giornalista), in cui esige delle scuse ed elenca tutte le cose non vere citate nell’articolo. Lui viene licenziato immediatamente, ma, pur di vendicarsi, decide di andare a verificare di persona la veridicità dei fatti narrati e si reca così nel piccolo paesino dove vive Maggie. A mano a mano conoscendo tutti i membri della famiglia, i suoi amici e il futuro fidanzato (ma anche tutti gli altri poveretti che sono stati lasciati dalla donna-virago), Ike si rende conto di quanto poco la conoscano gli altri, a cui piace molto beffeggiarsi di lei e delle sue disavventure amorose. Non appena lui le fa capire di amarla e di aver capito (meglio di lei) cosa si meriti veramente, le chiede di sposarlo. Tutto sembra filare liscio, quando anche stavolta Maggie scappa via… Solo dopo che lei avrà fatto ordine nella sua vita, sarà pronta a ritornare da lui per un finale romantico alla Marshall.
La ricetta di oggi è tratta dal momento in cui Ike incontra Maggie in pasticceria, dove lei è andata a scegliere la torta e i pupazzetti da mettervi in cima. Simpatico siparietto tra i due, che si conclude con il giornalista che se ne va comprando dei dolci panini alla cannella, il cui profumo aveva inondato l’intero negozio.

I panini alla cannella, meglio noti come Cinnamon rolls, sono ottimi per la colazione o una merenda sfiziosa. Si tratta di piccoli dolci lievitati nativi del Nord Europa (molto probabilmente della Svezia), ma adottati anche nel Nord America. Io ne sono rimasta entusiasta!

Ingredienti:
Per l’impasto: 250 g farina Manitoba, 250 g farina 00, 1 cubetto di lievito di birra, 50 g zucchero semolato, 50 g burro, 1 uovo, 250 g latte parzialmente scremato, un pizzico di sale e una fialetta di vaniglia (oppure un baccello intero)
Per il ripieno: 100 g di zucchero semolato (o di canna) e un cucchiaio di cannella in polvere
Per la glassa (a piacere): zucchero a velo e acqua naturale q.b.

Procedimento:
1) Sbriciolare il lievito di birra e scioglierlo nel latte appena intiepidito;
2) Versare la farina in una ciotola capiente e disporla a mo’ di fontana;
3) Unire il lievito sciolto nel latte insieme a tutti gli altri ingredienti e iniziare a impastare energicamente;
4) Dopo aver ottenuto un impasto liscio ed elastico, lasciarlo riposare fin quando, grazie a una lievitazione di circa 2 ore, avrà raddoppiato di misura;
5) Dopodiché prendere l’impasto e stenderlo, facendo in modo che assuma una forma rettangolare spessa circa mezzo centimetro;
6) Distribuire su tutta la superficie lo zucchero profumato alla cannella e arrotolare poi l’impasto in modo da ottenere un lungo rotolo (N.B.: in molte versioni si suggerisce di unire allo zucchero e alla cannella del burro ammorbidito, ma io ho optato per una versione più light);
7) Tagliare con delicatezza il rotolo di pasta in fettine spesse circa un centimetro e mezzo;
8) Disporre le fette ottenute su di una teglia coperta con della carta forno e lasciar lievitare fino a quando i panini non avranno di nuovo raddoppiato di volume;
9) Infornare nel forno già caldo a 180°C per circa 25-30 minuti fino a quando la superficie dei panini sarà ben dorata;
10) Decorare a piacere quando sono ancora caldi con una semplice glassa, ottenuta mescolando lo zucchero a velo con pochissima acqua.

P.s.: Giusto per restare in tema, mi sembrava carino richiamare nella foto l’idea di due sposini (disegnati da me)!!! ;)

sabato 10 agosto 2013

Sorrentino, regista sopraffino!

La grande bellezza di Paolo Sorrentino non è un film semplice, adatto per tutti i gusti, anzi quando lo si vede, occorre concentrazione perché la grande bellezza e la grande verità di questa pellicola risiedono non solo nella magnifica fotografia che riesce a catturare la magia della città di Roma, ma anche nei magnifici dialoghi e monologhi che si intarsiano tra loro, nascondendo svariati messaggi subliminari.
Protagonista del film è Jep Gambardella (il semplicemente MAGNIFICO Toni Servillo), uno scrittore partenopeo che ha fatto successo vincendo l'ambito premio Bancarella per un solo libro, scritto in età giovanile, ovvero "L'apparato umano". Divenuto poi giornalista e critico teatrale, può essere più comunemente considerato il re dei mondani, che vive la notte ed esce di scena alle prime luci dell'alba, potendo così ammirare la bellezza del giorno che nasce e di tanti piccoli dettagli nascosti agli occhi della gente comune ancora immersa nel sonno.
Lui è uno di quelli che conosce tutto e di tutti e che ha i contatti giusti per qualsiasi cosa, perché conosce le persone e i luoghi giusti.
Alla festa di compleanno per i suoi sessantacinque anni, il regista fa una grottesca carrellata di quali persone egli ami frequentare: cafoni, ignoranti, ma fondamentalmente falliti che riescono ancora a restare a galla in un mondo dove si può fare successo senza saper fare nulla di specifico.
Ci sono una bella donna che per di mestiere fa semplicemente la ricca e non ha nulla da dire al mondo (Isabella Ferrari), un drammaturgo che non ha mai sfondato e alla fine decide di salvarsi ritornando in provincia (un bravissimo Carlo Verdone), un venditore di giocattoli che di notte ama andare con i transessuali (Carlo Buccirosso), una spogliarellista con dei misteri (Sabrina Ferilli), una direttrice di giornale che, grazie al suo nanismo, ha imparato a guardare il mondo dal basso, un cardinale con il pallino della cucina (Roberto Herlitzka) e ancora molti altri personaggi al limite del grottesco, ma che sono il ritratto vero di quella parte di società che sta sprofondando, nascosta nella vacuità dei salotti.
Ecco giusto un assaggio di chi sono i “veri” amici di cui Jep ama circondarsi, in particolare agli eventi mondani e alle cene nel suo appartamento con meravigliosa vista Colosseo.
Lui sa di essere migliore di tutta quella gente e certamente non lesina affatto anche i commenti più taglienti, camuffati da una certa ironia e sarcasmo e vorrebbe liberarsi da questo torpore in cui è immerso da anni e provare a scrivere un altro libro e salvarsi, perché lui di cosa ne ha da dire, anche se senza volerlo è ancora ancorato al suo passato più di quanto immagini (basti vedere il suo grande amore mai dimenticato).
Dopo This must be the place Sorrentino ha deciso di tornare con un approccio molto simile (e non si può non notare un forte riferimento a La dolce vita di Fellini), dove la narrazione è lasciata più all'alta poeticità delle immagini (che lasciano senza fiato) che alle parole, spesso in forma di magnifici ed eloquenti monologhi, che riescono a stupire lasciando una scia di emozioni pure, anche quando sfiora temi drammatici come la morte.
Credo fortemente che il significato di questo film risieda proprio in alcune semplici ma esaustive parole del protagonista, udibili anche nel finale del trailer ovvero:
“È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile.”
Nel film compaiono anche nomi illustri in piccoli cameo o parti secondarie come Fanny Hardant, Iaia Forte, Giorgio Pasotti nell'intrigante figura di Stefano e un giovane ma intenso Luca Marinelli (visto già ne La solitudine dei numeri primi).
Magnifici alcuni brani della colonna sonora quali My heart's in the Highlands e The Beatitudes eseguito da Kronos Quartet.

 

lunedì 4 marzo 2013

Voglia di... ciccia!

Il film della ricetta di oggi s'intitola Inviati molto speciali (titolo originale: I Love Trouble del 1994) di Charles Shyer. Racconta le avventure di due giornalisti d'assalto: Peter Brackett (un'ancora affascinante Nick Nolte) del Chicago Chronicle e  Sabrina Peterson (Julia Roberts ancora molto acerba) del Chicago Globe. Il primo un fascinoso cronista d'annata ormai pronto a imbarcarsi per una carriera da scrittore e l'altra una giovane giornalista molto ambiziosa alla ricerca di uno scoop.
La notizia del deragliamento di un treno farà nascere una vera faida a colpi di servizi scottanti tra le due testate concorrenti, fin quando entrambi non giungeranno a scoprire che dietro quell'incidente ferroviario si nasconde un intrigo ben più imponenete che riguarda la Chess Chemical, un'industria farmaceutica in forte ascesa.
Non è di certo il miglior film di Nick Nolte e Julia Roberts, ma è comunque un ottimo diversivo che riesce a strappare qualche risata grazie alle continue rappresaglie trai due giornalisti.
Veniamo ora alle ricetta di oggi... un'entrecote all’aceto balsamico: davvero semplicissima e gustosa, adatta per gli amanti della ciccia!
Durante le indagini, i due protagonisti si incontrano a cena con Sam Smotherman (Saul Rubinek), un vecchio amico di Peter Brackett, consulente di una senatrice a Washington, che potrebbe aiutarli nelle loro indagini. Nel corso della cena Peter e il suo amico gustano delle splendide e succose entrecotes... mentre Sabrina, una salutista convinta e contraria all'abuso delle carni rosse, preferisce una semplice insalata.

Ingredienti: 1 entrecote di manzo (spessa circa due centimetri), olio extravergine di oliva, aceto balsamico di Modena, sale e pepe

Procedimento:
1) Porre la carne sulla piastra ben calda e farla scottare rapidamente da un lato per 3 minuti circa e poi fare la stessa cosa per l'altro lato (N.B.: non dovete lasciarla troppo sul fuoco, altrimenti perderete l'ottimale cottura al sangue, correndo anche il rischio che la carne diventi stoppacciosa);
2) Nel frattempo emulsionare con cura in una ciotola quattro cucchiaini di olio extravergine di oliva con un cucchiaino di aceto balsamico, un pizzico di sale e una spruzzata di pepe nero fresco;
3) Non appena la carne sarà cotta, tagliarla a striscioline piuttosto spesse in modo trasversale;
4) Servire la carne ancora calda e condirla con l'emulsione preparata in precedenza.


All'attaccooooo...

P.s.: Come accompagnamento al piatto ho scelto delle carote tagliate sottili (condite con la stessa emulsione adoperata per la carne) e delle patate scottate in padella con aglio e rosmarino.