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domenica 28 febbraio 2016

La perfezione di Carol

Carol, il nuovo film di Todd Haynes tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith ha il pregio (e difetto) di somigliare per molti o troppi versi alla trama di un altro suo gran bel film, Lontano dal paradiso (2002).
Entrambi, infatti, sono ambientati negli anni cinquanta e parlano di una donna della medio/alta borghesia e della difficoltà di poter vivere l’amore, di qualunque natura esso sia, perché l’omosessualità in quell’epoca, così contraddittoria, era ancora vista come un tremendo tabù.
Ma se nell'altro era il marito a vivere la sua attrazione per gli uomini come una patologia da curare, in Carol si racconta l’amore passionale tra due donne, che scoprono di amarsi davvero piano piano.
Therese Belivet (Rooney Mara, che ricorda molto la Hepburn di quegli anni), una giovane commessa, amante della fotografia, si imbatte per caso in una donna matura, elegante e affascinante, Carol Aird (Cate Blanchett, superlativa come sempre) e in un batter d’occhio quella semplice attrazione si trasforma in un amore profondo, intenso e composto.
Non è certo quel genere di film che racconta di quelle famiglie perfette uscite da riviste patinate: Carol, infatti, è una donna che sta divorziando e che è risaputo aver avuto già altre esperienze lesbiche, eppure sembra strano quanto il loro rapporto non venga messo alla gogna dall’intera società ma solo dal marito respinto (Kyle Chandler, che finalmente Hollywood sta riscoprendo anche in film di spessore). 
Carol è a dir poco perfetto dal punto di vista tecnico: la sua grande particolarità è che è stato girato in pellicola utilizzando soprattutto luce naturale, ma anche i costumi e il trucco perfetti sono riusciti a regalare una forte autenticità alla storia. Altrettanto curata la scenografia e gli esterni, che spesso finiscono per somigliare a dei quadri di Edward Hopper.
Non è certamente un film politico, ma un semplice racconto melodrammatico di una grande storia d’amore che non fa distinzioni di razza, classe, età e specialmente orientamento sessuale… tema decisamente molto attuale.

mercoledì 8 luglio 2015

Il racconto (deludente) dei racconti

L'ultimo e acclamatissimo film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti (The Tale of Tales per il mercato internazionale) mi ha lasciata inizialmente senza parole.
Dopo le numerose ovazioni e tripudi di applausi ricevuti al Festival di Cannes 2015, ero convinta che Garrone mi avrebbe entusiasmato e colpito con un film visionario e ipnotico come promesso per colpa di un trailer a dir poco bugiardo e traditore.
Eppure ne sono rimasta delusa e quindi il mio parere resta discordante dal profluvio di critiche positive ricevute. Non delude certamente il cast di bravissimi attori (e di forte richiamo) a partire da  Salma Hayek, John C. Reilly, Vincent Cassell, Toby Jones, Bebe Cave e alla piccola partecipazione di Alba Rohrwacher.
Tratto dalla raccolta di fiabe più antica d'Europa, Lo cunto de li cunti, di Giambattista Basile, Garrone traspone sul grande schermo tre fiabe diverse che si fondono in una sola storia dal gusto seicentesco.
Tre regni vicini e lontani allo stesso tempo, dove convivono saltimbanchi, cortigiani, principi e principesse, streghe, stregoni e orribili mostri.
Una regina triste e ossessionata dal solo desiderio di avere un figlio, che non soffre per la perdita del marito, morto per regalarle la gioia della maternità grazie al cuore di un drago marino e che è accecata dall’amore morboso per quel figlio che il fato le ha voluto donare.
Un re libertino fissato con la bellezza e la giovinezza delle sue prede, ma che cade nel tranello di due vecchie sorelle.
Una principessa che sognava il grande amore come quello narrato nei grandi romanzi cavallereschi e finisce per essere data in sposa a un orco dal padre indifferente e troppo ottuso per ammettere la realtà dei fatti e la maturità della figlia di scegliere il suo principe.
Tre fiabe di uomini e donne arroganti che diventano mostri crudeli, accecati dalla passione, dall’amore, dalla solitudine, dall’inganno e dalla caducità del proprio corpo.
Il racconto dei racconti è un film d’autore non facile e non per tutti i gusti, che non credo garantirà il successo sperato anche sul mercato internazionale. Come non è facile identificare di che genere si tratti: un fantasy, un film storico-barocco o un horror? In realtà potrebbe addirittura essere un mix di tutti e tre questi generi, tanto diversi tra loro che riescono comunque a convivere nell’opera di Garrone.
Eppure non c’è coesione tra i vari racconti e anche nel finale molti dubbi e questioni restano senza risposta, ma non volutamente visto che il film non ha un finale aperto.
Innegabile il fatto che si tratti di un film folle e visivamente meraviglioso nel suo insieme ma decisamente piatto e debole in diversi punti soprattutto nella parte centrale e in chiusura, nonostante gli sprazzi di comicità regalati dal ruolo del re perverso e sessuomane interpretato da Cassel.
Davvero mirabile la scelta delle meravigliose location naturalistiche disseminate per il nostro bel paese, che senza troppi trucchi o inganni è già di per sé un set da fiaba: il canyon naturale di pietra lavica delle Gole dell’Alcantara in Sicilia; il Castello di Sammezzano in stile moresco nei pressi di Leccio, nel comune di Reggello in provincia di Firenze; il sontuoso Castello di Donnafugata in stile neogotico vicino Ragusa in Sicilia con un magnifico labirinto di pietra; le ripide pareti rocciose di tufo delle Vie Cave tra i comuni di Sovana, Sorano e Pitigliano, in provincia di Grosseto; il Castel del Monte vicino Andria e situato su una collina della catena delle Murge occidentali, che è diventato patrimonio dell'umanità dell'UNESCO ed è impresso sulle monete italiane da 1 centesimo; il Bosco Monumentale del Sasseto ai piedi del castello di Torre Alfina, nel comune di Acquapendente in provincia di Viterbo; il Castello normanno-svevo di Gioia del Colle, in provincia di Bari e il barocco Palazzo Chigi di Ariccia, in provincia di Roma.

mercoledì 3 giugno 2015

Se Dio vuole… fa ridere di gusto

Se ridere fa bene alla salute, il regista e sceneggiatore Edoardo Falcone è riuscito nell’impresa. Il suo ultimo film Se Dio vuole è una commedia semplice ma ben scritta e molto ben interpretata da un cast eccezionale: Marco Giallini, Alessandro Gassman, Laura Morante, Ilaria Spada, Edoardo Pesce ed Enrico Oetiker.
Tommaso (Giallini), uomo ateo e liberale nelle sue convinzioni nonché cinico e spietato cardiochirurgo, non riesce come padre di famiglia ad accettare che suo figlio Andrea (Oetiker) voglia abbandonare la facoltà di medicina per diventare prete.
Fingendo di dargli il suo pieno appoggio insieme alla moglie/casalinga disperata (Morante) e la figlia svampita Bianca (Spada), in realtà è deciso a fargli cambiare idea. Tenta quindi di scoprire gli scheletri nell’armadio di Don Pietro (Gassman), il sacerdote dal passato deprecabile che sta guidando suo figlio verso questo cammino o come crede lui che gli abbia fatto il lavaggio del cervello. Aiutato da Gianni, il genero pusillanime (un bravissimo Edoardo Pesce) e da uno strambo detective, tenterà di avvicinare il prete, fingendosi disoccupato e con molti problemi familiari. Peccato che il suo tentativo andrà fallito e scoprirà suo malgrado che questo sacerdote è davvero simpatico e ci sa fare con i giovani proprio grazie alla sua semplicità e a quel tocco di modernità che non guasta per svecchiare l’immagine della Chiesa odierna.
Giallini e Gassman superano se stessi, regalando due interpretazioni davvero divertenti e mai sopra le righe e sostenendo un ritmo serrato di battute e pause quasi teatrali.
Un buon prodotto del cinema italiano contemporaneo, che offre un’analisi leggera del complicato rapporto tra scienza/ragione e fede, ma che riesce a farlo con grande leggerezza, intrattenendo con gusto. Forse leggermente stucchevole nel finale, ma ci sta, perché è bene comunque far capire che non bisogna per forza credere in Dio per capire che esista un’entità superiore a ciascuno di noi o per imparare ad aiutare chi ci sta vicino o chi ne ha bisogno.

lunedì 25 maggio 2015

Un Caramel-lo da paura

Con sorprendente abilità narrativa in Caramel (titolo originale Sukkar banat) si intrecciano le storie di cinque donne di diverse generazioni e di singolare bellezza, accomunate dal fatto di frequentare lo stesso piccolo salone di bellezza di Beirut, gestito dall’affascinante Layale (Nadine Labaki, protagonista e regista).
Tra shampoo, messe in piega, manicure e cerette, le donne parlano, si confidano paure e si scambiano consigli su amori impossibili per uomini sposati, sull’ossessione per l’eterna giovinezza, su bugie riguardo la propria verginità o sulla possibilità di essere lesbica. L’unica costante è la felicità tanto inseguita e per tanti versi mai raggiunta.
La performance corale strabiliante, colorata e toccante dell’intero cast rende questo film un piccolo gioiellino cinematografico assolutamente da vedere, che indaga con estrema delicatezza soprattutto l’universo femminile di queste amiche, colleghe o vicine dai piccoli o grandi amori piene di crucci, segreti e sensi di colpa.
In realtà il caramello del titolo si riferisce alla ricetta usata per la depilazione fatta semplicemente con zucchero, acqua e limone, molto malleabile e riutilizzabile più volte.
Volendo, quindi, omaggiare il caramello commestibile, ho pensato di proporvelo in una doppia versione di croccante alle mandorle e ai semi di sesamo (ma si possono scegliere anche diversi tipi di frutta secca come nocciole, noci, pistacchi o pinoli).
Conosciuto come uno dei più duttili elementi di decorazione in pasticceria, è semplice (ma allo stesso tempo difficile) da preparare sia a secco che all'acqua. Di seguito vi illustrerò la mia versione a secco.


Ingredienti:
150 g zucchero semolato, 100 g mandorle e 4 cucchiaini di semi di sesamo

Procedimento:
1) Versare lo zucchero semolato in un pentolino e farlo sciogliere lentamente a fuoco molto basso;
2) Senza mescolare, ruotare in continuazione il tegame in modo che lo zucchero si sciolga uniformemente;
3) Proseguire fino ad aver ottenuto la colorazione di caramello desiderata (N.B.: Attenzione perché il caramello tende a colorirsi molto in fretta: il caramello biondo è di colore chiaro e dal sapore delicato, mentre quello bruno è più scuro e saporito);
4) A questo punto aggiungere la frutta secca e con un cucchiaio amalgamare bene il tutto prima di versare il croccante su un piano di lavoro in marmo oppure in una teglia da forno;
5) Livellare il più possibile il croccante versato e, dopo averlo fatto raffreddare leggermente, tagliarlo a quadrotti o a losanghe.

martedì 19 maggio 2015

Samba e la sua vita

I registi Eric Toledano e Olivier Nakache e il protagonista Omar Sy del fortunato Quasi Amici tornano di nuovo insieme in Samba per raccontare con grande ironia il problema degli immigrati irregolari in Francia, i quali compongono lo zoccolo duro di una società nascosta e rilegata a svolgere i mestieri più duri o meno desiderati. 
Samba Cissé (Sy) è un giovane senegalese, clandestino in Francia da dieci anni, che, arrangiandosi con i lavori più disparati, tenta da sempre di ottenere il permesso di soggiorno, cercando nel frattempo di guadagnarsi da vivere per mantenere anche la sua famiglia in Africa e trovare finalmente il suo posto nel mondo. 
Tutto cambierà dopo il suo fortunato incontro con Alice (un’algida e impacciata Charlotte Gainsbourg), una dirigente di un’azienda in congedo dal lavoro dopo aver avuto un brutto esaurimento, che ora tenta di ristabilire un contatto sociale facendo la volontaria in un centro di aiuto per immigrati.
La donna non riesce a mantenere le distanze e si innamora lentamente di Samba, un uomo così lontano dal suo mondo ma così vicino al suo cuore e capace di farla sorridere dopo tanto tempo.
Ricevuta la carta di via e, teoricamente costretto ad abbandonare il suolo francese, Samba deve stare ancora più attento a non farsi scoprire… forse il finale è un po’ scontato, ma completamente in linea con la storia.
Tratto dal romanzo Samba pour la France di Delphine Coulin, la pellicola è in grado di portare sul grande schermo una tematica sociale importante e tangibile come l’immigrazione usando un tono leggero. Una commedia sociale (per nulla politica) ben girata, ma soprattutto ben scritta e ben recitata (anche dai personaggi di contorno), perché riesce con il giusto pizzico di ironia a regalare delle grasse risate anche nei momenti più tristi.


P.s.: Una delle battute più belle del film viene pronunciata da Alice, quando, confortando Samba, preoccupato di dover nascondersi usando in continuazione documenti falsi per restare in Francia, gli dice: “Se hai paura di non ricordare più il tuo vero nome, gridalo al vento come se avessi voglia di danzare!”.

martedì 5 maggio 2015

La perdita di "Mia madre"

Non sono mai stata una grande fan di Nanni Moretti, ma negli ultimi anni ho rivalutato le sue opere e Mia madre è davvero un gran bel film, capace di far sorridere e commuovere con la stessa intensità.
Con grande naturalezza e sincerità il racconto è capace di evidenziare un dolore molto personale e intimo, che si legge fin da subito negli occhi dei protagonisti.
Margherita (Buy) è una regista, oberata di lavoro sul complicato set del suo ultimo film politico, incentrato sulle difficoltà di un gruppo di operai in odore di licenziamento, in cui il protagonista (John Turturro regala un sacco di risate) principale è un eccentrico attore americano dall’improbabile pronuncia italiana, che ha difficoltà persino a memorizzare le battute e i nomi della crew sulla scena. Nel frattempo, però, la madre di Margherita (una composta Giulia Lazzarini) è stata ricoverata in gravi condizioni in ospedale e viene continuamente assistita da Giovanni (Moretti), figlio amorevole e fratello ragionevole, che riesce a dire e fare sempre la cosa giusta.
Offuscata dal dolore di una perdita sempre più imminente, Margherita è stanca, non è concentrata sul set e capisce di non riuscire a trovare la giusta chiave di lettura per il suo film, così torna alla realtà solitaria e infelice in cui è costretta a guardare in faccia una madre che lentamente si sta spegnendo, ma che ancora è determinata come ex-insegnante di latino a dare le ultime ripetizioni a sua nipote, che odia il liceo classico.
Mia madre parla anche della finzione del cinema, presentando un film nel film che non sembra mai ingranare davvero, perché non riesce a ricreare le sensazioni di quella realtà semplice e allo stesso tempo troppo difficile da riportare sul grande schermo.
Moretti ha messo a nudo con grande sobrietà il dolore della perdita di sua madre ed è ragguardevole che abbia ceduto il suo alter-ego nelle mani esperte di Margherita Buy e si sia nascosto dietro la maschera confortevole del bravo fratello, capace di affrontare con misura e compostezza la malattia della mamma morente.

 

venerdì 27 marzo 2015

Nessuno si salva da solo... mai

Dopo già le numerose e fortunate collaborazioni (Non ti muovere e Venuto al mondo) con la scrittrice (e moglie) Margaret Mazzantini, il regista Sergio Castellitto torna a girare un film tratto da un suo ennesimo bestseller, avvalendosi anche di un cast stellare tra cui Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, e le partecipazioni (piccole ma significative) di Anna Galiena, Ángela Molina e Roberto Vecchioni.
Nessuno si salva da solo è un film in cui ognuno si può rispecchiare (più o meno) nelle ordinarie problematiche della quotidianità dei due protagonisti, Gaetano (Scamarcio) e Delia (Trinca). Trasportati da una forte passione, si sposano giovani, hanno dei figli, ma con il passare del tempo cambiano, maturano e vanno in direzioni opposte, pur restando perdutamente innamorati. 
Castellitto racconta questa storia forte ma in lento disfacimento usando un registro agrodolce, dove il protagonista nascosto è un dolore vivo e sempre presente, che viene rivissuto in ogni dettaglio attraverso dei lunghi flashback durante una cena tra i due, che stanno decidendo dove portare i bambini in estate.
La rabbia, la sfiducia e il rancore sono sempre dietro l’angolo e basta poco per scontrarsi e prendersi a male parole, rimuovendo tutti i momenti belli di una lunga storia d'amore e pur dichiarando di non essere più innamorati l’uno dell’altro, sanno benissimo che non è la verità. 
Nessuno si salva da solo pecca soprattutto nel risultare troppo scontato, anche se racconta con stile una realtà molto vicina alla frustrazione di molte coppie in crisi. 
Forse la parte che preferisco meno è proprio il finale, a dir poco stucchevole, dove la presenza di Vecchioni fa sembrare tutto troppo tirato e irreale.
Resta comunque un’ottima prova attoriale per entrambi i protagonisti: finalmente Scamarcio si è tolto di dosso le sue solite faccette e movenze senza senso, sembrando molto più credibile e divertente anche nei momenti in cui si comporta un po’ da “pagliaccio”; la Trinca, invece, si conferma nuovamente una forza della natura e il suo sguardo, carico di intensità e dolore, comunica molto più di ogni semplice battuta.
Da vedere, anche se questa volta la coppia Castellitto-Mazzantini non ha fatto centro.

lunedì 2 febbraio 2015

Alla ricerca della Teoria del Tutto...

La Teoria del Tutto (titolo originale The Theory of Everything) di James Marsh (conosciuto per il documentario Man of Wire ovvero la storia del funambolo Philippe Petit) con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Harry Lloyd ed Emily Watson.
Il film è un biopic sulla storia del celebre fisico, astrofisico e cosmologo Stephen Hawking, adattato sulla biografia “Travelling to Infinity: My Life With Stephen”, scritta dall’ex-moglie Jane Wilde Hawking.
Hawking, brillante e promettente laureando in Fisica nella prestigiosa Università di Cambridge, non riesce ancora a trovare un argomento per la sua tesi di dottorato, quando si innamora di Jane, una studentessa di Lettere. Ecco l’inizio di una storia d'amore che non teme il tempo; sarà proprio il tempo al centro delle ricerche del fisico, che riuscirà a sconvolgere il mondo della scienza con le sue teorie all’epoca considerate strambe e sconsiderate.
In parallelo alle elaborazioni matematiche per trovare un’equazione alla base della nascita dell’universo, l’uomo resta imprigionato in un corpo che sembra lentamente abbandonarlo a causa della malattia dei motoneuroni che compromettono muscoli e abilità di linguaggio. Anche se gli fu diagnosticata questa tremenda malattia degenerativa con una prospettiva di vita di solo due anni, egli ha dimostrato al mondo intero di essere sopravvissuto al tempo che non ha certo inghiottito in un buco nero la sua enorme voglia di vivere: “Finché c'è vita, c'è speranza”.
Troppi davvero gli elementi banali e un po’ retorici utilizzati per raccontare una storia così straordinaria che tenta in ogni momento di commuovere gli spettatori.
Il ritmo davvero lento nella prima parte riesce ad accelerare leggermente nel secondo tempo, dove le uniche note positive e rimarchevoli sono senza dubbio la magistrale e (a dir poco) espressiva prova attoriale di Eddie Redmayne (che, con estrema delicatezza, riesce a ricreare la sofferenza con lo sguardo e la mimica facciale senza trasformare la sua interpretazione in una macchietta) insieme alla bellissima e nitida colonna sonora di Jóhann Jóhannsson.
Vale la pena vederlo? Forse sì, solo giusto per conoscere in breve la straordinaria vita di un uomo, che nonostante la malattia, è riuscito ad amare, a costruire una famiglia e allo stesso tempo ad affermarsi nel mondo accademico, scrivendo anche best-seller come “A Brief History of Time”, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.


P.s.: Dopo aver già fatto incetta di premi ai vari festival cinematografici, il film concorre anche a ben 5 premi Oscar… si sa benissimo che le pellicole che mostrano volti sfigurati, vite spezzate da tragicità o malattie vincono sempre. 

giovedì 29 gennaio 2015

La torta clementina di Walter Mitty

I sogni segreti di Walter Mitty (titolo originale The Secret Life of Walter Mitty) di e con Ben Stiller (che finalmente si spoglia dei soliti panni vestiti nelle commedie demenziali che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico), insieme a Kristen Wiig, Adam Scott e la partecipazione di Shirley MacLaine e Sean Penn.
Non lo avrei mai detto ma il film è molto meglio di quanto mi aspettassi già. Vince su tutto la meravigliosa fotografia coadiuvata dalla scelta di paesaggi e scorci mozzafiato, il tutto abbellito da un’ottima mano alla regia, da una splendida colonna sonora e da un copione per nulla scontato, condito con quel pizzico di humour che tanto contraddistingue lo spirito di Stiller.
Walter Mitty (Stiller), un semplice editor fotografico presso la rinomata rivista Life, si incanta spesso a occhi aperti, perdendosi in sogni avventurosi, dove riesce a trasformarsi da persona timida e silenziosa a uomo coraggioso, che non teme nemmeno le sfide della natura. 
Un giorno, però, la sua piatta routine verrà sconvolta dallo smarrimento di un importantissimo negativo per l’ultima copertina del giornale, inviato dall’acclamato fotografo Sean O'Connel (Penn).
In tanti anni di onorato servizio Walter non ha mai smarrito nulla, quindi, intenzionato a ritrovarlo, parte in balia dell’ignoto e di pochi indizi pur di riuscire a parlare con il fotografo.
Il suo viaggio si trasformerà presto in un’avventura, ancor più entusiasmante di quanto immaginato fino ad allora solo a occhi aperti e ricca di colpi di scena che lo aiuteranno nella riscoperta di se stesso e alla conquista di Cheryl (Wiig), la donna di cui era segretamente innamorato da tempo.
La fine del film regala una quantità immensa di sensazioni positive, con cui ci si convince che è meglio lasciarsi andare e vivere i propri sogni, tentando a tutti i costi di essere la persona che si è sempre voluto diventare.
Tutti sapete che cerco una ricetta in ogni film e mai come in questa pellicola un dolce diventa co-protagonista nella storia. Si tratta della torta clementina: ignoravo l’esistenza di questo dolce, ma è stata una piacevole scoperta, perché è una torta semplicissima da preparare, molto morbida e leggera e da un ricco sapore agrumato.



Ingredienti (per uno stampo di 20 cm di diametro): 4 clementine, 6 uova, 200 g di zucchero semolato, 250 g di mandorle tritate finemente, 1bustina di lievito per dolci, acqua q.b. e zucchero a velo q.b.

Procedimento:
1) Sbucciare le clementine e, dopo averle messe in un pentolino e ricoperte di acqua, lasciarle cuocere per almeno 2 ore (N.B.: in molte ricette addirittura si possono far bollire le clementine con la buccia);
2) Lasciarle raffreddare, dopodiché frullarle (privandole di eventuali semi) fino a ottenere una cremina uniforme (N.B.: nel caso le avete cotte con la buccia, potete frullare anche quella, a patto che si tratti di frutta biologica);
3) Montare gli albumi a neve;
4) Sbattere i tuorli con lo zucchero e unire poi la farina di mandorle insieme al lievito e anche la polpa di clementine frullate;
5) Aggiungere gli albumi montati e delicatamente mescolarli al resto del composto dal basso verso l’alto;
6) Infarinare la teglia (o in alternativa foderarla con della carta forno) e, dopo aver versato tutto il composto all’interno, far cuocere la torta a 180° per circa 45 minuti.
7) Una volta che la torta si è raffreddata, decorare con dello zucchero a velo e delle scorzette o fettine di clementine candite (ottenute semplicemente facendole caramellare con un po’ d’acqua e zucchero).

P.s.: Nel film la torta era ricoperta di glassa al burro, ma non essendo una cosa di mio gusto, ho preferito del semplice zucchero a velo visto che la torta si presenta già bella umida e morbida. Nulla, però, vi impedisce di preparare un classico frosting aromatizzato con del succo di clementine.

martedì 7 ottobre 2014

Benvenuti sull'isola dei giocattoli difettosi!

Dopo averlo cercato per tanto tempo, sono riuscita a vedere Noi siamo infinito (2012, titolo originale The perks of Being a Wallflower) del semisconosciuto regista Stephen Chbsoky (nonchè sceneggiatore e autore del romanzo epistolare "Ragazzo da parete" da cui è stato tratto il film). Posso sicuramente suonare ripetitiva, ma è un film davvero bello che vale la pena di vedere e non solo perchè c'è un cast stellare (vista la partecipazione secondaria di attori affermati come Dylan McDermott, il padre, Kate Walsh, la madre e Paul Rudd, l'attento e sensibile professore di letteratura che instilla la voglia di scrivere in Charlie), ma perchè la storia è molto intensa e non è assolutamente catalogabile come un film adolescenziale.
Anni ’90. Charlie (un superlativo Logan Lerman), un ragazzo introverso e timido, vive nel completo isolamento l’inizio delle superiori finché non incontrerà due nuovi amici, due studenti dell'ultimo anno: Sam (Emma Watson, che ha smesso finalmente i panni di Hermione), bella e audace e il suo fratellastro Patrick (Ezra Miller, sopra le righe ma entusiasmante), logorroico e carismatico, sconvolgeranno completamente il suo mondo.
Faranno scoprire a Charlie la vita, fatta di feste (e droghe), nuove amicizie e primi amori. Eppure la felicità raggiunta viene messa pian piano da parte, quando affiora lentamente la tristezza per i suoi nuovi amici più grandi che stanno per andare al college. Il suo equilibrio interno viene sconvolto e inizia a sgretolarsi. L’infelicità si tramuta presto in dolore, che, rimasto celato dietro una forte timidezza, porterà a galla due terribili tragedie (il suicidio del suo migliore amico e l'accidentale morte della sua più cara zia) e si paleserà in una verità ancor più dolorosa.
Fin qui può sembrare un film triste, ma in realtà è un inno all’amore in tutte le sue accezioni e al sapersi aprire alla vita nonostante tutte le difficoltà. Chbosky è riuscito magnificamente a parlare direttamente al cuore dello spettatore con una tecnica narrativa nuova e per niente stucchevole, dove l’equilibrio tra pazzia e normalità è sempre al limite come anche tra amore/felicità e odio/dolore.
Bisogna vivere ogni istante e non lasciarsi convincere di essere banali o come tutti gli altri. Ognuno rappresenta una storia. Ognuno può essere infinito.
Questa volta faccio un eccezione e non vi svelo da quale scena ho preso la ricetta di oggi... ammetto, però, che la foto non è molto invitante, ma posso assicurare che il pollo era davvero ottimo, anche se mi è stata criticata una presenza eccessiva di salsa... ma io adoro fare la zuppetta col pane!


Ingredienti (per 5 persone): 600 g di pollo a pezzi, 2 cucchiai di farina 00, 1 cucchiaio di paprika dolce, 100 ml di panna da cucina, 1 cipolla bianca, 20 g di burro, 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva e sale q.b.

Procedimento:
1) Dopo aver fatto sciogliere il burro in una padella insieme all’olio extravergine d’oliva, far rosolare la cipolla tritata finemente;
2) Non appena la cipolla risulterà ben stufata, adagiare in pentola il pollo a pezzi, che sarà stato passato in precedenza in un mix di farina e paprika;
3) Prima di aggiustare di sale la carne, farla dorare in modo da formare una leggera crosticina;
4) Alla fine unire la panna e lasciar andare la cottura a fuoco basso finché la panna si sarà addensata
5) Servire la carne ben calda in accompagnamento a delle verdure lesse come fagiolini o patate.

P.s.: Il titolo del post è in realtà una meravigliosa battuta del film che mi è rimasta impressa! Altrimenti l'avrei chiamato banalmente... "Paprika a volontà"!

lunedì 15 settembre 2014

Un brasato... in azione!

Mr. & Mrs. Smith (2007) è un film di Doug Liman, interpretato da Brad Pitt, Angelina Jolie e Vince Vaughn.
All'epoca dell'uscita il film fece molto rumore non tanto perché vedeva per protagonisti due sex symbol mondiali, ma più che altro perché fu proprio a causa di questa pellicola che Brad Pitt lasciò la moglie di allora, Jennifer Aniston, per metter su famiglia con la Jolie.
Due parole sulla trama...
John (Pitt) e Jane (Jolie) sono sposati da diversi anni e il loro matrimonio ormai sembra immerso in una noiosa routine. Decidono di correre in qualche modo ai ripari, tentando la terapia di coppia, con cui vengono a galla molte problematiche, tra cui anche quella che non fanno più l’amore da tanto tempo.
Peccato che si siano dimenticati entrambi di confessare all’analista il loro vero lavoro. Sono entrambi dei sicari, che lavorano inconsapevolmente per due agenzie rivali, le quali un giorno gli affideranno come bersaglio proprio il rispettivo coniuge. A causa di questa delicata missione, entrambi scopriranno questa scomoda verità… anche se non appena saltano le loro coperture, vedranno riaccendersi improvvisamente la passione e decideranno di unire le forze per capire chi li vuole morti.
La pellicola, una sorta di film d’azione/romantico ben confezionato e ben pubblicizzato che ha raccolto un grande successo di botteghino, ha come lato positivo di aver dato il la a una relazione che dura davvero da parecchio tempo e che proprio poche settimane fa ha visto convolare a nozze le due star in una cerimonia privata, circondati dalla loro numerosa prole.
La scena centrale della cena è forse anche la parte più divertente del film, visto poi come degenera in un combattimento alla pari che vede la distruzione completa di una casa magnificamente arredata.
Da brava mogliettina Jane ha preparato un bel brasato, lasciando l'onore al marito di tagliarlo.
Il brasato al vino rosso è un piatto davvero buono e dal gusto intenso, che non vi farà sfigurare di certo se avete degli ospiti. In particolare potreste usare il Barolo, un vino dal gusto decisamente corposo, che ha reso questo piatto una pietanza tipica della cucina Piemontese. La ricetta può sembrarvi molto laboriosa, ma vi assicuro che è allo stesso tempo molto semplice. Il segreto per la buona riuscita del brasato sta tutta nella marinatura!


Ingredienti: 1kg di carne di manzo (taglio noce o cappello di prete), 1 l di vino rosso, 2carote, 2 coste di sedano e qualche fogliolina, 1Cipolla, 1 rametto di origano, 4 foglioline di basilico, 1 rametto di rosmarino, 4 chiodi di garofano, 1 piccolo spicchio di aglio, 4 foglie di alloro. 6 grani di pepe verde, sale, 30 g burro, 2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva.

Procedimento:
1) Asciugare la carne con un po’ di carta assorbente e riporre in una ciotola capiente;
2) Nel frattempo pulire le verdure e, dopo averle tagliate a pezzetti, unirle alla carne;
3) Aggiungere le spezie e tutto il vino fino a ricoprire la carne, che andrà fatta marinare per almeno 12 ore in un posto fresco;
4) Togliere la carne dalla marinatura e far rosolare su ogni lato in un pentola dove precedentemente è stato fatto sciogliere del burro insieme a dell’olio;
5) Dopodiché aggiungere le verdure e le spezie e lasciar cuocere per circa 15 minuti
6) Dopo aver salato la carne e le verdure, versare anche la marinatura fatta appena riscaldare in precedenza;
7) Lasciar sobbollire dolcemente per almeno 2 ore;
8) Una volta raggiunta la cottura del brasato, togliere la carne dalla pentola e lasciarla raffreddare a parte, in modo da poterla tagliare a coltello;
9) Passate al mixer tutte le verdure e il fondo di cottura in modo da ottenere un’ottima salsa di accompagnamento, che andrà fatta ridurre leggermente sul fuoco;
10) Servire il brasato con la salsa insieme a verdure dal gusto più dolce come patate o piselli.

martedì 26 agosto 2014

Il minestrone di Francesca: semplicità e gusto!

Ci sono dei film che non ci si stanca mai di rivedere, perché sono semplicemente pura poesia sullo schermo, come I ponti di Madison County (1995, titolo originale The Bridges of Madison County), tratto dall'omonimo romanzo di Robert James Waller e diretto e interpretato da Clint Eastwood.
Una storia d’amore intensa che non prevede l’happy ending ma che è capace comunque di regalare una potenza di emozioni da togliere il fiato fino alla fine.
Il film narra di Francesca (Meryl Streep), una casalinga un po’ annoiata della sua vita di campagna e Robert (Clint Eastwood), un fotografo misterioso giunto nell’Iowa per fare qualche scatto ai famosi ponti coperti della zona per conto del National Geographic.
L’incontro tra i due avviene quando il marito di lei parte insieme ai loro due figli per una fiera campionaria di bestiame: Francesca, sola nella sua casa, assapora quel silenzio e quella libertà tanto agognata nelle monotone giornate della sua quotidianità, finché non giunge alla sua porta Robert, che si è perso.
Per quattro giorni Francesca diverrà dapprima la sua guida attraverso quei luoghi di campagna desolata ma al contempo ricchi di fascino e poi sua amante. Il loro amore nasce e cresce in modo naturale e resterà tale anche nel corso degli anni, anche dopo che entrambi avranno scelto strade diverse.
La loro storia, infatti, viene raccontata e rivissuta attraverso i diari di Francesca, ritrovati dopo la sua morte dai figli nella loro vecchia casa e, anche se inizialmente sono sconcertati di aver scoperto il tradimento della madre, capiranno poi il vero senso di una storia d’amore unica, che molti vorrebbero vivere almeno una volta nella vita e non la trovano.
Ecco una splendida battuta recitata dal personaggio di Francesca che racchiude il senso di tutto il film: "in quattro giorni mi regalò una vita intera, un universo, ricompose i frammenti del mio essere in un tutto... Non ho mai smesso di pensare a lui... anche se non lo ricordavo consciamente, lo sentivo vicino a me, c'era sempre".
Venendo alla ricetta...
Una sera Francesca invita Robert a cena e prepara un magnifico e gustoso minestrone… non rabbrividite! Il minestrone non solo è un piatto sano perché ricco di verdure, ma è ottimo prepararlo in estate, quando gli ortaggi sono decisamente più gustosi e se mangiato freddo con in abbinamento dei crostoni di pane abbrustolito, vi assicuro che è la fine del mondo!


Ingredienti (per 5 persone): 1 cipolla, 2 zucchine, 1 carota, 2 patate, 80 g di fagioli cannellini freschi, 1 costa di sedano, 3 coste di biete, 2 foglie di cavolo nero, un pizzico di rucola, 3 foglie di basilico, 1 rametto di maggiorana, 2 pomodori rossi freschi spellati, olio extravergine di oliva, sale e pepe nero

Procedimento:
1) In una pentola capiente far soffriggere la cipolla con un goccio d’olio e un pizzico di sale;
2) Appena la cipolla risulterà ben dorata, aggiungere tutte le verdure tagliate a pezzetti insieme a 500 ml di acqua;
3) Dopo aver salato e pepato a sufficienza, mescolare ogni tanto e lasciar cuocere a fuoco basso per almeno un'ora, fino a quando tutte le verdure risulteranno ben cotte;
4) Servire il minestrone freddo con un goccio di olio a crudo (N.B.: è possibile anche sostituite l'olio finale con una noce di burro per far risaltare un profumo decisamente più delicato).

P.s.: Ho scelto queste verdure semplicemtne perchè erano quelle a disposizione nel mio orto, ma potete sbizzarrirvi come meglio credete!!!

giovedì 10 luglio 2014

Quanto vale il capitale umano?

Paolo Virzì ha fatto davvero centro con la sua ultima fatica cinematografica dal titolo Il capitale umano, liberamente tratta dall'omonimo romanzo di Stephen Amidon (il quale, invece, è ambientato in Connecticut), il cui significato intrinseco deriva dal concetto usato dal mondo assicurativo per quantificare il valore monetario di una vita umana.
Abbandonati i tipici toni ilari e cinici, Virzì si è catapultato con grande maestria in un genere noir, visibile anche dalla scelta dei colori grigi e scuri per l’intero film e dalla cifra stilistica e narrativa utilizzata, a dir poco lodevoli di nota.
Da una parte il film rappresenta un ritratto realistico e impietoso di un paese marcio dentro, divorato dall’arrivismo sociale e dai giochi di potere, dall’altra una gioventù “bruciata”, vittima delle colpe degli adulti che li hanno cresciuti e di una società poco attenta ai loro reali bisogni.
La storia prende vita nel cuore della Brianza e viene sapientemente suddivisa in un prologo, tre capitoli improntati su tre personaggi in modo da fornirne al meglio i diversi punti di vista (effettivamente la ripetizione delle medesime scene vede caricarsi di significati del tutto nascosti che riescono a emergere proprio grazie a una prospettiva differente) e una conclusione. Tutto ha inizio con un incidente che vede coinvolto un ciclista investito da un SUV che non si è fermato a prestargli soccorso e prima di arrivare alle conclusioni della polizia del misterioso colpevole, lo spettatore viene catapultato indietro di sei mesi per conoscere meglio i protagonisti al centro della tragedia.
Capitolo 1: Dino Ossola (un magistrale Fabrizio Bentivoglio) è un immobiliarista borghese, che tenta il colpaccio della sua vita investendo tutto quello che (non) ha ed entra a far parte del fondo della famiglia del magnate-broker Giovanni Bernaschi (un “detestabile” Fabrizio Gifuni), conosciuto perché sua figlia Serena (la bravissima Matilde Gioli al suo esordio), amata da tutti, frequenta Massimiliano, il rampollo riccone sottomesso al volere di un padre cinico e sempre assente. Accecato dalla cupidigia, Dino si trasforma in un ripugnante arrampicatore sociale, che vende la propria anima al diavolo-denaro, calpestando di soppiatto le persone che ama come la moglie (una Valeria Golino lasciata quasi sempre in penombra), in attesa di una coppia di gemelli. 
Capitolo 2: Carla Bernaschi (un’ottima Valeria Bruni Tedeschi) è la moglie un po’ distratta di Giovanni, che, annoiata dalla sua vita immersa nel lusso più ostentato, decide di imbarcarsi in una nuova avventura ovvero salvare il teatro della piccola provincia in cui abita, destinato a essere trasformato in un complesso residenziale. Visto il suo breve passato da attrice, spera di portare avanti un progetto culturale e artistico che le possa regalare un po’ di vita, ma non vi riuscirà, tradendo anche i sogni di Donato, suo spasimante e futuro direttore artistico (Luigi Lo Cascio).
Capitolo 3: Serena è forse l’unico personaggio positivo che emerge ne Il capitale umano, poiché è l’unica che per davvero vuole aiutare gli altri e tenta di cambiare il corso degli eventi, risollevandosi da una situazione familiare a lei stretta e da un contesto sociale in cui non si rispecchia. Grazie al suo incontro con un personaggio solo in parte secondario (interpretato da un convincente Giovanni Anzaldo), alla fine si scioglierà ogni nodo e si potrà sperare anche solo per un istante in un futuro più roseo per coloro che sembrano meritarsi un piccolo ritaglio di felicità.
Con Il capitale umano Paolo Virzì ha compiuto un visibile salto di qualità in un genere che effettivamente non gli apparteneva, ma che gli ha comunque permesso di realizzare un’opera matura memorabile, coadiuvato da un cast a dir poco eccezionale, in cui spicca per bravura in particolare Bentivoglio, che è riuscito a regalare sullo schermo uno dei personaggi più infidi e arrivisti mai visti prima, che riassume in maniera eccelsa la figura dell’italiano comune che tenta di farcela a ogni costo. Senza troppi giri di parole nel film è del tutto evidente la mancanza di morale che c’è nel nostro bel paese, dove ormai l’avidità è la parola chiave a ogni livello del tessuto sociale.


P.s.: Tra i numerosi riconoscimenti aggiudicati al film di Virzì ci sono: ai David di Donatello quelli di Miglior film, Migliore sceneggiatura, Migliore attrice protagonista a Valeria Bruni Tedeschi, Migliore attrice non protagonista a Valeria Golino, Miglior attore non protagonista a Fabrizio Gifuni, Miglior montaggio e Miglior sonoro; ai Nastri d'argento, invece, ha vinto come Regista del miglior film, Migliore sceneggiatura, Migliore attore protagonista a Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni, Migliore scenografia, Miglior montaggio, Miglior sonoro in presa diretta e Premio Guglielmo Biraghi (assegnato dal Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani ai talenti del cinema italiano) a Matilde Gioli; infine il premio come Migliore attrice a Valeria Bruni Tedeschi all’ultima edizione del Tribeca Film Festival.

giovedì 26 giugno 2014

Un pollo per una proposta!

Una proposta per dire sì (titolo originale Leap Year, 2010) è un film sdolcinato diretto da Anand Tucker, che lascia poco all’immaginazione, ma è comunque un’ottima scelta per passare un po’ di tempo ammirando il paesaggio irlandese che fa da sfondo al film.
Anna (Amy Adams) è una donna precisa, attenta ai dettagli in modo quasi maniacale, che si occupa di home staging (ovvero arredare appartamenti in modo da renderli più appetibili per la vendita) e vuole a tutti i costi sposarsi con il suo Jeremy (Adam Scott), brillante chirurgo egocentrico, che non sembra tanto desideroso di fare il grande passo del matrimonio.
Ecco allora che Anna decide di prendere in mano la situazione e fare lei la proposta al suo uomo a Dublino seguendo un'antica tradizione irlandese che permette alle donne di chiedere di sposarle esattamente il 29 febbraio.
Peccato che raggiungerlo sarà davvero un’impresa e sarà costretta ad affidarsi all’aiuto di un rude ma affascinante cuoco, Declan (Matthew Goode), di cui è scontato che si innamorerà.
Durante il turbolento viaggio verso la capitale irlandese, i due malcapitati trovano rifugio in un piccolo bed & breakfast e debbono fingere di essere marito e moglie per poter dormire nello stesso letto. Per ricambiare l’amabile ospitalità della padrona, Declan si offre di cucinare un delizioso piatto francese al posto del menù del giorno ovvero la trippa di mucca.
Ecco a voi il meraviglioso coq au vin!


Ingredienti: 1 pollo (dal peso di circa 1 kg), 100 g pancetta dolce, 1/2 tazza di cognac, 1 bicchiere di vino rosso, brodo di pollo, 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro, 1 aglio, 1 foglia di alloro, 1 rametto di origano fresco (oppure di timo), 2 cucchiai di farina 00, 1 noce di burro, pepe verde e sale

Procedimento:
1) Lasciar insaporire il pollo a pezzi con sale e una bella macinata di pepe verde;
2) Far rosolare nel frattempo la pancetta in una padella, in modo da farle rilasciare lentamente tutti i succhi e i grassi;
3) Togliere la pancetta rosolata e nella stessa padella far rosolare i pezzi di pollo su ogni lato;
4) Aggiungere di nuovo la pancetta messa da parte e flambare con il cognac, facendo roteare la padella in modo che l'alcool possa bruciare bene;
5) Dopo aver lasciato bruciare il cognac per almeno un minuto, spegnere la fiamma con il coperchio;
6) Versare poi il vino rosso e aggiungere il brodo fino a ricoprire il pollo (N.B.: il brodo è ottenuto facendo bollire le parti di pollo meno carnose con una cipolla, qualche foglia di sedano, qualche grano di pepe verde e un pizzico di sale);
7) Dopo aver unito anche il concentrato di pomodoro, l'aglio, l'origano fresco e l'alloro, far sobbollire per 30-45 minuti, in modo da far restringere il liquido nella padella;
8) Verso fine cottura prendere una parte del liquido ancora rimasto e aggiungervi un po' di farina e una noce di burro, che rimessi poi nella padella vi permetterà di creare una cremosa e succulenta salsina;
9) Servire la carne ancora calda con in accompagnamento delle verdure a scelta (N.B.: sono consigliate carote, funghi o cipolline).

martedì 27 maggio 2014

Mai provati i maccheroni al formaggio?

Prima o poi mi sposo (titolo originale The Wedding Planner, 2001) del regista Adam Shankman è la classica commedia romantica americana con l'inevitabile happy-ending.
Mary Fiore (Jennifer Lopez, che per tutto il film sembra aver ingoiato una scopa) è una rigida ma bravissima organizzatrice di matrimoni, che riesce a trasformare qualsiasi cerimonia in un sogno da favola. Anche se sul lavoro sembra una maga e riesce a risolvere qualsiasi situazione con vera maestria e sangue freddo, nella vita privata non è così altrettanto sicura... anzi vive in completa solitudine senza mai concedersi vizi o divertimenti.
Eppure il destino le fa incontrare Steve Edison, un uomo stupendo nonché pediatra (Matthew McConaughey), che salva lei (e la sua scarpa) e si impadronisce del suo cuore, fin quando non scoprirà essere il futuro marito di una sua importante cliente. Che cosa farà? Seguirà il suo cuore o preferirà una promozione sul lavoro?
La ricetta di oggi è tratta in un momento del film in cui Mary è in compagnia di Massimo (Justin Chambers doppiato in modo quasi osceno), un giovane italiano appena arrivato dalla Sicilia e conosciuto ai tempi dell'infanzia, che cerca di conquistarla con uno dei suoi piatti preferiti: i maccheroni al formaggio. I cosiddetti mac 'n' cheese (abbreviazione di macaroni and cheese) sono un semplice ma ipercalorico piatto di pasta, che non può certo definirsi di origini italiane nonostante il nome. In realtà è una tipica ricetta americana, che si può addirittura trovare già pronta in scatola e che, nel corso del tempo, è stata arricchita di ben altri ingredienti come salsiccia, pancetta, cipolla per crearne delle varianti gustosissime... io ho preferito lasciare la ricetta in purezza, anche se ammetto di averla "spogliata" di qualcosa.
Secondo un post di Martha Stewart (una delle donne più potenti d’America, conosciuta sia come conduttrice televisiva che come grande dispensatrice di consigli per  la cucina, il giardinaggio e molte altre cose), fu il presidente americano Thomas Jefferson, innamorato del formaggio e del buon cibo italiano, a convincere un produttore di pasta a creargli questo succulento piatto.
Successivamente i coloni americani tentarono di ricopiare questa ricetta sostituendo la crema al formaggio con una sorta di besciamella, fatta poi gratinare con del burro sopra. Nel 1937 Kraft introdusse sul mercato la sua ricetta di macaroni and cheese, che fu poi copiata e riproposta in molti libri di cucina.
Il formaggio usato per questo piatto così ricco e gustoso dovrebbe essere il Cheddar ovvero il formaggio giallo americano per eccellenza, anche se può essere accompagnato anche da formaggi dal sapore più deciso come il pecorino romano. Per quanto mi riguarda ho optato per un mix di formaggi dal sapore deciso ma a me più congeniale come scamorza affumicata (2/4), asiago (1/4) ed emmental (1/4).


Ingredienti (per 2 persone): 200 g di pasta corta secca (a scelta tra sedanini, tortiglioni o mezze maniche), 150 g di formaggio (scamorza affumicata, asiago ed emmenthal), 1 bicchiere di latte parzialmente scremato, 1 cucchiaio di farina 00, 10 g di burro, 1 cucchiaino di zucchero, sale, pepe nero e noce moscata.

Procedimento:
1) Tagliare a dadini molto piccoli tutti i formaggi;
2) Far sciogliere i burro insieme alla farina, dopodiché aggiungervi un cucchiaino di zucchero, un cucchiaino di sale e il latte;
3) Far raddensare il composto fino a ottenere una cremosa besciamella, alla quale si andrà ad aggiungere poco alla volta il formaggio tagliuzzato;
4) Nel frattempo cuocere la pasta in acqua salata e, non appena avrà raggiunto 3/4 del tempo di cottura, scolarla nel tegame dove è stata ottenuta la crema di formaggio;
5) Tenere il fornello sempre a fuoco molto basso e mescolare bene per far amalgamare il composto alla pasta;
6) Aggiustare la pasta con un pizzico di pepe nero e noce moscata e servire i maccheroni ancora filanti.

giovedì 8 maggio 2014

Ecco come una sedia può regalare la felicità!

Mai avrei pensato di potermi divertire così tanto vedendo un piccolo film come La sedia della felicità, l'ultimo girato dal conosciuto e acclamato regista Carlo Mazzacurati, scomparso prematuramente all'età di 57 anni all'inizio di quest’anno.
Un film fuori dagli schemi perché privo di grandi eroi, dove i veri protagonisti sono due persone semplici dalla vita un po' complicata. La bella e intraprendente Bruna, titolare di un centro estetico in preda a pessimi creditori (Isabella Ragonese) e Dino il tatuatore (un Valerio Mastandrea al massimo della sua comicità genuina), che attraverso i tatuaggi riesce a capire nel profondo le persone.
Recandosi in carcere come sempre per fare le unghie a una vecchia signora (una Katia Ricciarelli irriconoscibile nelle vesti “sporche” di una carcerata razzista e sboccata), Bruna assiste alla sua morte; mentre la donna sta per esalare l’ultimo respiro, le rivela un segreto: in una delle sedie del salotto buono della sua vecchia casa aveva nascosto un tesoro inestimabile di gioielli mai trovati dalla polizia.
Bruna pensa che è un’occasione da non perdere per dare una svolta alla sua vita; così anche Dino si ritrova ad aiutarla, visto che la ragazza si è impelagata in un'improbabile caccia al tesoro.
I due impazziscono a cercare tutte le sedie che nel corso del tempo sono state messe sotto sequestro, vendute all’asta e mano a mano passate di proprietario in proprietario: lo spettatore assiste divertito e incuriosito a questa rocambolesca avventura che vede coinvolgere anche qualcun’altro.
Bruna e Dino, infatti, non sono gli unici a sapere delle sedie. Anche il prete della prigione (Giuseppe Battiston) ha saputo del tesoro e ha finito per coinvolgere anche una sensitiva per farsi aiutare a ritrovarle, visto che quelle sedie sono la sua unica salvezza, dopo aver finito per impegnare persino i banchi della chiesa per venire meno a tutti i debiti accumulati a causa della sua dipendenza dal video-poker.
Dopo tanti incontri particolari con soggetti di dubbia natura e animali selvatici come cinghiali e orsi, ma anche dopo innumerevoli colpi di scena che porteranno i protagonisti in luoghi inusitati come ristoranti cinesi improvvisamente deserti, case abitate solo da migliaia di sedie inutilizzate e baite in mezzo alle Dolomiti, almeno nel finale Bruna e Dino sono felici perché scoprono di amarsi… ma se trovano o meno il tesoro non posso svelarvelo!
Mazzacurati è riuscito ampiamente nel suo progetto, regalando ai suoi spettatori un film semplice nella sua lettura ironica e divertente per tutti i siparietti che compongono la sceneggiatura. Il film vanta moltissime (e brevissime) partecipazioni amichevoli tra cui Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio Albanese, Milena Vukotic, Roberto Citran, Raul Cremona, Marco Marzocca e Natalino Balasso.
Consigliato per tutti coloro che credono ancora nelle favole e hanno voglia di estraniarsi un po’ dal tram tram di tutti i giorni, tifando per Bruna e Dino, che, come tanti, desiderano mettersi in gioco per cercare quel pizzico di tranquillità in più… e perché no, anche un po’ di felicità?!


martedì 1 aprile 2014

Profumo di cannella!

Tutti gli inguaribili romantici adorano i film del regista Gary Marshall (noto per le sue commedie rosa ben confezionate come Pretty Woman, Paura d'amare e via discorrendo), perché riesce a creare pellicole con la giusta dose di spensieratezza e romanticismo. Campione d’incassi è stato senza dubbio Se scappi, ti sposo (titolo originale Runaway Bride, 1999), forse anche perché vide il fortunato ritorno della coppia Julia Roberts e Richard Gere, supportati da un ottimo cast tra cui figurano nomi come la bravissima Joan Cusack e l'istrionico Hector Elizondo. 
Ike Graham (Gere) è un giornalista di New York della famosa testata USA Today, che è sempre alla ricerca di un ottimo scoop per la sua rubrica e per caso si imbatte nella stramba storia di Maggie Carpenter (Roberts), la padrona di una ferramenta, a cui piace torturare gli uomini scappando letteralmente da loro e abbandonandoli sull’altare. La "sposa che scappa", però, non ci sta e scrive una lunga lettera al direttore del giornale (nonché ex-moglie dello stesso giornalista), in cui esige delle scuse ed elenca tutte le cose non vere citate nell’articolo. Lui viene licenziato immediatamente, ma, pur di vendicarsi, decide di andare a verificare di persona la veridicità dei fatti narrati e si reca così nel piccolo paesino dove vive Maggie. A mano a mano conoscendo tutti i membri della famiglia, i suoi amici e il futuro fidanzato (ma anche tutti gli altri poveretti che sono stati lasciati dalla donna-virago), Ike si rende conto di quanto poco la conoscano gli altri, a cui piace molto beffeggiarsi di lei e delle sue disavventure amorose. Non appena lui le fa capire di amarla e di aver capito (meglio di lei) cosa si meriti veramente, le chiede di sposarlo. Tutto sembra filare liscio, quando anche stavolta Maggie scappa via… Solo dopo che lei avrà fatto ordine nella sua vita, sarà pronta a ritornare da lui per un finale romantico alla Marshall.
La ricetta di oggi è tratta dal momento in cui Ike incontra Maggie in pasticceria, dove lei è andata a scegliere la torta e i pupazzetti da mettervi in cima. Simpatico siparietto tra i due, che si conclude con il giornalista che se ne va comprando dei dolci panini alla cannella, il cui profumo aveva inondato l’intero negozio.

I panini alla cannella, meglio noti come Cinnamon rolls, sono ottimi per la colazione o una merenda sfiziosa. Si tratta di piccoli dolci lievitati nativi del Nord Europa (molto probabilmente della Svezia), ma adottati anche nel Nord America. Io ne sono rimasta entusiasta!

Ingredienti:
Per l’impasto: 250 g farina Manitoba, 250 g farina 00, 1 cubetto di lievito di birra, 50 g zucchero semolato, 50 g burro, 1 uovo, 250 g latte parzialmente scremato, un pizzico di sale e una fialetta di vaniglia (oppure un baccello intero)
Per il ripieno: 100 g di zucchero semolato (o di canna) e un cucchiaio di cannella in polvere
Per la glassa (a piacere): zucchero a velo e acqua naturale q.b.

Procedimento:
1) Sbriciolare il lievito di birra e scioglierlo nel latte appena intiepidito;
2) Versare la farina in una ciotola capiente e disporla a mo’ di fontana;
3) Unire il lievito sciolto nel latte insieme a tutti gli altri ingredienti e iniziare a impastare energicamente;
4) Dopo aver ottenuto un impasto liscio ed elastico, lasciarlo riposare fin quando, grazie a una lievitazione di circa 2 ore, avrà raddoppiato di misura;
5) Dopodiché prendere l’impasto e stenderlo, facendo in modo che assuma una forma rettangolare spessa circa mezzo centimetro;
6) Distribuire su tutta la superficie lo zucchero profumato alla cannella e arrotolare poi l’impasto in modo da ottenere un lungo rotolo (N.B.: in molte versioni si suggerisce di unire allo zucchero e alla cannella del burro ammorbidito, ma io ho optato per una versione più light);
7) Tagliare con delicatezza il rotolo di pasta in fettine spesse circa un centimetro e mezzo;
8) Disporre le fette ottenute su di una teglia coperta con della carta forno e lasciar lievitare fino a quando i panini non avranno di nuovo raddoppiato di volume;
9) Infornare nel forno già caldo a 180°C per circa 25-30 minuti fino a quando la superficie dei panini sarà ben dorata;
10) Decorare a piacere quando sono ancora caldi con una semplice glassa, ottenuta mescolando lo zucchero a velo con pochissima acqua.

P.s.: Giusto per restare in tema, mi sembrava carino richiamare nella foto l’idea di due sposini (disegnati da me)!!! ;)

giovedì 27 marzo 2014

HER: il futuro secondo Spike Jonze

Già da quando era uscito il trailer in lingua originale, ero rimasta a dir poco agganciata alla storia narrata dal film Lei (titolo originale Her) del regista Spike Jonze (conosciuto per opere visionarie come Essere John Malkovich o Il ladro di orchidee), il quale, durante l’86° edizione degli Accademy Awards, si è visto assegnare l'Oscar come migliore sceneggiatura originale. L’originalità di questa pellicola è, infatti, innegabile, poiché chiunque troverà la trama geniale, in quanto fornisce una buona e verosimigliante idea su quello che potrà essere un futuro non così lontano, in cui la tecnologia continuerà a prendere sempre più piede e i rapporti umani si andranno sempre più "deteriorando".
In una Los Angeles del prossimo futuro (anche se il film è stato girato quasi completamente a Shangai per degli esterni davvero sorprendenti) c’è Theodore (Joaquin Phoenix), un uomo rimasto da solo dopo la fine di una lunga e importante storia d'amore con Catherine (Rooney Mara), che è restato aggrappato al suo (bizzarro) lavoro come scrittore di lettere personali per conto terzi e al mondo dei video game di cui è un grande estimatore.
La solitudine che lo sta opprimendo e la sua forte difficoltà di instaurare nuovi rapporti lo portano a cercare compagnia anche in particolari chat erotiche fin quando non scoprirà una nuova forma tecnologica. Arriverà, infatti, ad acquistare un nuovissimo sistema operativo, munito di intelligenza artificiale e capace di interagire e dar voce a delle emozioni quasi umane, in quanto il suo DNA si basa sulle milioni di personalità dei programmatori che l'hanno creato. Ecco così che Theodore conosce Samantha (Scarlett Johansson, pur comparendo solo attraverso la sua suadente voce roca, all’ultimo Festival Internazionale di Roma ha visto assegnarsi il riconoscimento come miglior attrice, ma ahimè per la sua voce non è stata trovata una degna sostituta nel doppiaggio di Micaela Ramazzotti), una semplice voce di donna, capace però di mostrare attraverso il suo tono e le sue parole un’intelligenza acuta e una personalità molto sensibile e divertente. Capace di crescere attraverso le sue esperienze di vita, sentendosi coinvolta in tutto ciò che fa. 
In breve tempo il loro rapporto muta e si evolve giorno dopo giorno: più tempo trascorrono insieme, più hanno bisogno l’uno dell’altra. È forse amore? Se così fosse come può comunque esistere una relazione con un sistema operativo? Nonostante alcune difficoltà tangibili, Theodore decide di lasciarsi andare in questa nuova storia, perché Samantha riesce a vedere il mondo sotto una prospettiva diversa e per questo la ama.
Cosa succederà, però, quando anche lei, attraverso sempre più sofisticati upgrade, raggiungerà dei livelli di conoscenza e sensibilità così alti da renderla consapevole che potrà sopravvivere più di un comune corpo mortale?
Joaquin Phoenix non è mai sopra le righe e in ogni film riesce sempre a stupire, regalando performance diverse e toccanti allo stesso tempo. Dopo una prova davvero difficile come il personaggio rude e problematico in The Master, è tornato sul grande schermo con un protagonista romantico ed emozionante, in compagnia di nuovo della bravissima Amy Adams, nel piccolo ruolo di una sua cara amica. A livello visivo vengono regalate delle inquadrature dall’alta densità poetica e dai particolari e delicati colori pastello che lasciano senza fiato e ogni fotogramma è davvero ben studiato come una confezionatura di lusso: fotografia, colonna sonora (tra tutti la meravigliosa canzone The Moon Song di Karen & Ezra Koenig) e scenografia sono eccellenti. Davvero particolare (ma azzeccata) anche la scelta minimale dei costumi e degli interni che spesso rimandano all'epoca degli anni '60.
Con molta delicatezza il regista Jonze riesce a coinvolgere lo spettatore addentro alle difficoltà di un rapporto d’amore - non convenzionale davvero (visto che realtà e finzione sono un’unica faccia della stessa medaglia) - senza mai però correre il rischio di diventare ridicolo o addirittura stucchevole. Non vuol condannare questo tipo di società, sempre più vuota di sentimenti reali e tantomeno la tecnologia, che non è neanche il tema centrale che si vuole affrontare; bensì vuole analizzare semplicemente la possibile evoluzione nell’approccio tra uomo e macchina. Cosa che sta maggiormente a cuore a Spike Jonze sono proprio le strane dinamiche dell’animo umano e di quanto l’uomo con tutte le sue imperfezioni riesca sempre a stupire anche in questo strano viaggio in un amore romantico ma decisamente improbabile, che lo aiuterà comunque a comprendere meglio se stesso e a vivere meglio il suo presente.