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martedì 21 gennaio 2014

American Hustle: una truffa coi fiocchi...

American Hustle - L'apparenza inganna prende spunto dalla vera storia dell’operazione dell’FBI negli anni ’70 chiamata ABSCAM (abbreviazione di Arab scam ovvero truffa araba), con cui furono arrestati diversi politici ed esponenti corrotti del congresso americano grazie all’aiuto di alcuni truffatori esperti.
La pellicola racconta, quindi, la storia di Irving Rosenfeld (Christian Bale con pancia e riporto di capelli alquanto macchinoso, che regala un’interpretazione intensa e malinconica), un abile truffatore che è sempre riuscito a cavarsela perché, volando basso, non ha mai pestato i piedi di gente troppo pericolosa. Con l’aiuto della sua abile amante Sydney (Amy Adams, eccezionale e con delle scollature “innaturali”), i due riescono a truffare molti piccoli risparmiatori fino al giorno in cui vengono scoperti da un’agente dell’FBI, Richie DiMaso (Bradley Cooper con un improbabile permanente).
L’intento principale di quest’ultimo è di far carriera portando a termine una grossa operazione, che riesca ad incastrare qualche pezzo grosso del mondo politico del New Jersey e non solo. La sua superbia e la sua brama di farcela a tutti i costi per togliersi dal ghetto ed entrare a far parte dei colletti bianchi che contano all’FBI spinge i due truffatori in una scalata non alla loro portata.
L’obiettivo iniziale è di incastrare un piccolo politico del New Jersey, Carmine Polito (Jeremy Renner) per poi arrivare ad acciuffare qualche pesce grosso della mafia.
Tutto sembra andar liscio finché non entra in scena la moglie di Rosenfeld, Rosalyn (un'audace Jennifer Lawrence), una bella e giovane casalinga depressa con la fissa per lo smalto alle unghie e l’arredamento, che, pur di non restare sola, accetta di essere ancora spostata a un uomo che non ama più. La sua instabilità mentale sommata alla sua abilità di manipolare il marito sarà la causa di tanti problemi e continui battibecchi.
Quando alla fine si pensa che i vinti siano stati imbrogliati a loro volta, tutto si capovolge e la storia d'amore tra Irving e Sydney, che sembrava spacciata, torna a galla e l’inganno si fa di nuovo avanti.
Non è sempre facile riuscire a capire qual è la cosa giusta da fare, ma come dice in chiusura il personaggio di Bale: l’arte di sopravvivere non è mai morta… e mai lo sarà.
Innegabili quindi le doti cinematografiche del regista David O. Russell (conosciuto anche per gli ottimi lavori come Three Kings, The Fighter o Il lato positivo), che con American Hustle sa ben giocare con i suoi attori e la macchina da presa, riuscendo a enfatizzare ogni lato nascosto dei personaggi portati sullo schermo: ogni loro debolezza o punto di forza vengono messi a nudo con grande pacatezza ed estrema precisione nel racconto. La sceneggiatura è molto ben curata e magistralmente recitata… peccato che la bellezza dei dialetti e di alcune battute si sia persa nel doppiaggio!
Davvero ottima anche la colonna sonora con la stupenda canzone Good times Bad times dei Led Zeppelin, ma anche la scelta delle acconciature e dei costumi dal sapore così vintage lascia senza parole.
L’unico neo negativo è l’eccessiva lunghezza del film… sia chiaro, non mi sono mai annoiata, ma certamente alcune parti iniziali sul personaggio principale da bambino potevano essere evitate.



giovedì 5 dicembre 2013

La mafia NON uccide solo d'estate!!!

La mafia uccide solo d'estate è il titolo dell'opera prima di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif (noto per il suo esordio a Le iene e attualmente presente su MTV con la conduzione de Il testimone), con Cristiana Capotondi, Claudio Gioé e Ninni Bruschetta. La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Pif in compagnia di Michele Astori e Marco Martani e il film ha partecipato all'ultimo festival del cinema di Torino.
La ben nota irriverenza di Pif, un po' camuffata da un sottile umorismo, ha saputo regalare un modo diverso di raccontare la mafia: un'ottima opera prima che spero porterà il suo regista a continuare su questa strada.
La mafia uccide solo d’estate è fondamentalmente la storia d’amore nata tra i banchi di scuola tra i due piccoli protagonisti, Arturo e Flora, ma pian piano si trasforma in un vero e proprio atto d’amore da parte del regista Pif verso la Sicilia e in particolare verso i palermitani, che hanno finalmente iniziato a provare schifo verso coloro che commettevano atti indegni tra gli anni ’70 e ’90, uccidendo proprio coloro che credevano veramente di compiere un servizio alla nazione, lottando per un’Italia migliore e libera dalla mafia. Sin dalla sua nascita il piccolo Arturo ha visto legare la sua esistenza ai delitti di mafia più eclatanti accaduti nella Palermo di quei famosi anni di piombo, a personaggi di spicco e politici influenti quali Giulio Andreotti, che si trasforma per Arturo in una sorta di rock-star: per Carnevale decide di indossare un costume con le sue fattezze; ne ritaglia in modo ossessivo tutte le foto sui giornali e convince persino il padre a regalargli una sua gigantografia da appendere in camera e a portarlo a un suo comizio.
Perdutamente innamorato di una sua compagna di classe, Flora (Cristiana Capotondi, che riesce in un credibilissimo accento siculo), Arturo tenterà in tutti i modi di conquistarla seguendo le mosse in campo amoroso dello stesso premier Andreotti. La convince addirittura del fatto che conosce un mafioso in persona… un ottimo espediente per far colpo su di lei, che si rivelerà invece l’ennesimo fallimento. Arturo ha perso credibilità agli occhi della ragazzina, ma anche col passare degli anni il suo sentimento per lei non sembra cambiare.
Anche se a quel tempo tutti dicevano che i mafiosi non esistevano e per chi veniva ucciso da Cosa Nostra c’era sempre una scusa dietro per giustificarne la morte, non appena le uccisioni iniziano a crescere in maniera esponenziale, il padre della piccola Flora decide di andarsene in Svizzera, perché la Sicilia non è più un paese sicuro… e Arturo? Giura che non si innamorerà mai più di una donna in vita sua, ma dopo diversi anni il destino decide di farli rincontrare.
Flora è diventata l’assistente dell’onorevole Lima, mentre Arturo è stato assunto in una piccola emittente televisiva quasi per pietà e si ritrova a seguire l’inizio della campagna elettorale del politico.
Il suo sogno da bambino di diventare un giornalista d’assalto era andato scomparendo negli anni, ma pian piano il suo cuore sopito e annebbiato da quel dover stare in silenzio o di far finta di non vedere nulla, lo portano a un completo risveglio e a vedere finalmente cosa sta accadendo intorno a lui. Nel film vengono mostrate molte immagini e filmati di repertorio, legate soprattutto alla morte di personaggi di spicco come il giudice Rocco Chinnici (che nel film vive nello stesso palazzo della bambina Flora e aveva cercato di aiutare Arturo a conquistare il cuore della bambina), il commissario Boris Giuliano (il quale fa conoscere ad Arturo-bambino i famosi pasticcini siciliani chiamati Iris) o il Generale Dalla Chiesa (al quale il piccolo riesce a strappare una delle ultime interviste).
L'unico che Arturo non riesce a incontrare o a intervistare è proprio il suo idolo, Giulio Andreotti, che nel film non viene messo sotto una buona luce, anche se non gli vengono attribuiti riferimenti negativi espliciti; al contrario i boss mafiosi come Totò Riina vengono ritratti in modo quasi simpatico, trasformandoli in macchiette buffe e grottesche allo stesso tempo.
Pif ha sentito il forte bisogno di raccontare questa drammatica pagina della storia italiana, che viene spesso dimenticata o citata in modo frettoloso, in modo da lasciare un segno significativo proprio per quella generazione di giovanissimi, che non ha vissuto in prima persona questi eventi. Anche se mascherato con un lieve umorismo nero, questo film è un’opera di spessore da non sottovalutare, che scava fino in fondo al dolore legato a quei ricordi, dimostrando che non bisogna arrendersi all’omertà, ma occorre ribellarsi ai dettami di Cosa Nostra e riuscire a fare la differenza.
Cambiare in meglio è possibile, altrimenti il significato celato nella morte di grandi uomini come Falcone e Borsellino, che hanno davvero tentato di sconfiggere un male tanto grande come quello della mafia, sarà vano.
Bellissima la scena finale dove vengono mostrate tutte le targhe commemorative delle “più famose” vittime di mafia per le vie e i luoghi di Palermo, che vogliono rappresentare un monito dell’impegno e del coraggio di questi uomini, il cui lavoro è stato raccolto e continuato da chi ha saputo prendere esempio dalle loro azioni, volendo finire un progetto lasciato a metà.

venerdì 12 luglio 2013

W la libertà!

Se qualcuno non avesse avuto la fortuna di inciampare in questo piccolo ma delicato capolavoro, deve assolutamente correre ai ripari e cercare di rimediare quanto prima!!!
Si tratta di Viva la libertà di Roberto Andò, noto regista teatrale, cinematografico nonché sceneggiatore e scrittore, che ha saputo sfruttare al meglio un magnifico Toni Servillo, il quale, con una maestria indimenticabile, è riuscito a lasciar senza parole con la sua duplice maschera.
Enrico Oliveri (Servillo) è il segretario del principale partito di sinistra all'opposizione, che, dopo esser stato contestato pesantemente e risulta indietro in tutti i sondaggi politici, decide di darsi alla macchia e rifugiarsi a Parigi nella casa di una sua amante del passato, Danielle (un'opaca ma efficace Valeria Bruni Tedesci ovvero la sorella dell'ex-premiere dame Carla Bruni) che ormai si è rifatta una vita, sposandosi un regista affermato con il quale ha avuto anche una bambina.
Nel frattempo l’assistente di Olivieri, Andrea Bottini (un impacciato, simpaticissimo e bravo come sempre Valerio Mastandrea), non sapendo come rintracciarlo, chiede aiuto alla moglie Anna, che, perplessa quanto lui, gli suggerisce di contattare il fratello gemello, Giovanni Ernani, un genio e filosofo davvero simpatico ma anche molto pazzo. Sin da bambino riusciva a impersonare perfettamente suo fratello senza che nessuno se ne accorgesse e quindi perché non continuare a divertirsi? Il bello arriva proprio qui.
Mentre il vero Oliveri sta cercando di trovare se stesso in Francia, l’altro riesce a conquistare le folle e a riportare in alto l’indice di gradimento di tutti quegli elettori di sinistra ormai scoraggiati.
Meravigliosa la scena in cui decide di usare le parole di Brecht (riprese da “Lode del dubbio”) per colpire la moltitudine di persone che ha di fronte… è stato così bello che ve lo ripropongo qui di seguito:
«Per noi va male. Il buio          
cresce. Le forze scemano.       
Dopo che si è lavorato tanti anni         
noi siamo ora in una condizione           
più difficile di quando  
si era appena cominciato.        
E il nemico ci sta innanzi          
più potente che mai.    
Sembra gli siano cresciute le forze, ha preso    
una apparenza invincibile.        
E noi abbiamo commesso degli errori, 
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre       
parole d'ordine sono confuse. Una parte         
delle nostre parole       
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
Che cosa è ora falso di quel che abbiamo detto?         
Qualcosa o tutto?        
Su chi contiamo ancora?         
Siamo dei sopravvissuti, respinti          
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza  
comprendere più         
nessuno e da nessuno compresi?         
O dobbiamo sperare soltanto  
in un colpo di fortuna?»           
Questo tu chiedi. Non aspettarti          
nessuna risposta          
oltre la tua.
Se tutti i nostri politici avessero ancora in cuor loro un amore così forte per il senso di quella politica con la P maiuscola, forse non ci ritroveremo in questo stato pietoso.
Un film delizioso sull’ipocrisia dei politici italiani e sulla voglia di un popolo di poter ancora credere in qualcuno da votare per garantire una vera guida a un paese in chiara deriva.
Vi avverto che la conclusione lascia molti dubbi, ma per una volta sono contenta di un finale “aperto”!

lunedì 18 marzo 2013

E oggi per primo...

Ero tentata di propinarvi un altro dolcetto, ma per oggi ho preferito proporre un classicissimo primo piatto: Ravioli burro e salvia. L'ispirazione è arrivata grazie a una bella commedia come non ne gustavo da tempo ovvero Diverso da chi? per la regia di Umberto Carteni. 
La storia ruota attorno al simpatico triangolo amoroso di tre personaggi: Piero, il politico gay e un po’ farfallone (uno spumeggiante Luca Argentero), il suo compagno/marito Remo (Filippo Nigro, bravo come sempre), critico enogastronomico e Adele (Claudia Gerini camaleontica), la furia centrista un po’ bigotta, che riuscirà a portare scompiglio nel partito politico ma anche all’interno della vita privata del povero Piero. Quest’ultimo, attivista gay da sempre, si ritrova per errore a essere il candidato sindaco del centrosinistra, ma per portare avanti la campagna elettorale, dovrà accettare controvoglia di avere al suo fianco come vicesindaco proprio Adele, una centrista ultramoderata e contraria al divorzio, che ha fatto della famiglia la sua unica parola d’ordine. Il rapporto tra i due sembra inizialmente fortemente minato delle divergenze di credo politico, ma saranno piano piano sgretolate ed entrambi dovranno riprendere in considerazione le proprie convinzioni. 
Il ritmo esilarante di battute e scenette divertenti è anche merito del resto del cast formato da elementi come Antonio Catania, Giuseppe Cederna e Francesco Pannofino
Diverso da chi? è un film da vedere non solo perché è una commedia ben scritta e interpretata ma anche perché ha il merito di offrire numerosi spunti di riflessione sugli innumerevoli cambiamenti sociali che sono avvenuti nel nostro paese, tali da creare nuove categorie che possono benissimo essere classificate come famiglie diverse ma pur sempre famiglie.


Nel film il personaggio di Adele (Gerini) è una cuoca provetta che preferisce evitare eccessi e limitare i suoi pasti a delle tristi insalate, anche se è capace di preparare degli splendidi ravioli per poi riporli misermanete nel congelatore...
Così ho deciso di riproporveli in una ricetta povera ma dal gusto deciso!

Ingredienti (per 4 /5 persone)
Per la sfoglia: 3 uova intere e 2 tuorli, 300 gr farina 00, 300 gr semola di grano duro, olio extravergine d'oliva, vino bianco e sale
Per il ripieno: 300 gr ricotta vaccina (o mista), 200 gr di cavolo nero già lessato (o spinaci), 3 cucchiai di parmigiano reggiano, 2 albumi, sale, pepe e noce moscata

Procedimento:
1) Creare una fontana con le due farine e porvi al centro le uova, aggiungendo poi un cucchiaino di olio, un cucchiaio di vino bianco (a piacere) e un pizzico di sale;
2) Amalgamare gli ingredienti e lavorarli fino a quando l'impasto non risulterà omogeneo;
3) Fate riposare l'impasto (avvolto nella pellicola) e nel frattempo dedicatevi alla preparazione del ripieno;
4) Lavorare la ricotta insieme al cavolo nero precedentemente lessato (strizzato bene in modo da togliere l'acqua in eccesso) e tagliuzzato finemente, aggiungendo poi anche gli albumi, il parmigiano, un pizzico di pepe, sale e noce moscata;
5) Prendere una parte dell'impasto e creare con l'aiuto della "nonna papera" una sfoglia sottile larga circa 12 cm;
6) Disporre al centro della sfoglia il ripieno in quantità pari a un cucchiaino ben colmo a distanza di circa 5 cm l'uno dall'altro;
7) Inumidire i bordi della sfoglia con un pennellino, ripiegarla e con le dita premere i margini attorno al ripieno in modo da far aderire bene la pasta e far fuoriuscire l'aria all'interno;
8) Con l'ausilio di una rotella tagliapasta ritagliare dei semplici rettangoli e continuare lo stesso procedimento fino a ultimare la sfoglia e il ripieno;
9) Quando l'acqua per la pasta (precedentemente salata) è giunta a ebolizzione, immergere i ravioli e farli cucinare per almeno 5 minuti;
10) Nel frattempo far sciogliere delicatamente una noce di burro con delle foglioline di salvia, con cui poi andrete a condire i ravioli.


N.B.: Avrei dovuto farli laccare in padella con un goccetto di acqua di cottura e il burro, così sarebbero diventati belli lucidi!