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martedì 5 maggio 2015

La perdita di "Mia madre"

Non sono mai stata una grande fan di Nanni Moretti, ma negli ultimi anni ho rivalutato le sue opere e Mia madre è davvero un gran bel film, capace di far sorridere e commuovere con la stessa intensità.
Con grande naturalezza e sincerità il racconto è capace di evidenziare un dolore molto personale e intimo, che si legge fin da subito negli occhi dei protagonisti.
Margherita (Buy) è una regista, oberata di lavoro sul complicato set del suo ultimo film politico, incentrato sulle difficoltà di un gruppo di operai in odore di licenziamento, in cui il protagonista (John Turturro regala un sacco di risate) principale è un eccentrico attore americano dall’improbabile pronuncia italiana, che ha difficoltà persino a memorizzare le battute e i nomi della crew sulla scena. Nel frattempo, però, la madre di Margherita (una composta Giulia Lazzarini) è stata ricoverata in gravi condizioni in ospedale e viene continuamente assistita da Giovanni (Moretti), figlio amorevole e fratello ragionevole, che riesce a dire e fare sempre la cosa giusta.
Offuscata dal dolore di una perdita sempre più imminente, Margherita è stanca, non è concentrata sul set e capisce di non riuscire a trovare la giusta chiave di lettura per il suo film, così torna alla realtà solitaria e infelice in cui è costretta a guardare in faccia una madre che lentamente si sta spegnendo, ma che ancora è determinata come ex-insegnante di latino a dare le ultime ripetizioni a sua nipote, che odia il liceo classico.
Mia madre parla anche della finzione del cinema, presentando un film nel film che non sembra mai ingranare davvero, perché non riesce a ricreare le sensazioni di quella realtà semplice e allo stesso tempo troppo difficile da riportare sul grande schermo.
Moretti ha messo a nudo con grande sobrietà il dolore della perdita di sua madre ed è ragguardevole che abbia ceduto il suo alter-ego nelle mani esperte di Margherita Buy e si sia nascosto dietro la maschera confortevole del bravo fratello, capace di affrontare con misura e compostezza la malattia della mamma morente.

 

giovedì 5 marzo 2015

La malattia di Alice

Tratto dal romanzo autobiografico di Lisa Genova, Still Alice dei registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland conta su un cast eccezionale come una magnifica Julianne Moore (che ha infatti vinto l'Oscar come miglior attrice protagonista per questa interpretazione), Alec Baldwin, Kristen Stewart e Kate Bosworth per raccontare le terribili conseguenze della malattia dell'Alzheimer.
La storia introduce con molta delicatezza Alice Howland, una donna bella, brillante e intelligente che, dopo aver festeggiato i suoi cinquanta anni, inizia a perdere colpi, non ricordando più parole o nomi e a trovarsi disorientata in posti a lei conosciuti. Solo dopo alcuni accertamenti medici scoprirà che questo suo lento andare alla deriva è dovuto a una forma precoce di questo terribile morbo. Costretta a lasciare il suo lavoro da linguista presso la Columbia University di New York, inizia il suo “calvario” intrappolata in una casa che amava tanto ma che inizia a non riconoscere più, con accanto un marito che sembra esser più concentrato sulla sua carriera che disposto a sacrificare il suo tempo per godere gli ultimi momenti di lucidità della moglie.
Attraverso la routine lavorativa e quotidiana di Alice lo spettatore inizia a conoscere il suo mondo e il suo modo di fare, in modo che a poco a poco viva lo stesso impatto che la malattia ha su di lei. Davvero strabiliante la lenta e minuziosa trasformazione della Moore nei piccoli gesti ma soprattutto nello sguardo che, catturato da magnifici primi piani, col tempo diventa sempre più spento e vuoto.
Anche se ben interpretati i personaggi familiari di contorno non sono così interessanti al pari della Moore, protagonista assoluta, che offusca persino l’unico personaggio dai tratti più sensibili ovvero la figlia Lydia interpretata da Kristen Stewart.
Sia Sarah Polley con Lontano da lei e Michael Haneke con Amour avevano raccontato in modo decisamente più profondo e toccante l’amore in età senile, che, a causa di questa terribile malattia, vede strapparsi via poco a poco la propria quotidianità.
In questo caso, invece, il film, che purtroppo sembra perdere colpi sul finale, si concentra prepotentemente sul personaggio di Alice, ma non per questo vuole che lo spettatore provi semplicemente pena per questa donna, combattiva fino in ultimo, ma vuol far conoscere al grande pubblico quanto sia infida e silenziosa questa malattia, che ingurgita ogni ricordo e lascia la propria anima intrappolata in un corpo svuotato di ogni emozione.
Solo chi ha avuto parenti o amici che ne hanno sofferto possono capire quanto sia difficile stare accanto alle persone care malate, che, ogni giorno, perdono un pezzetto di sé e diventano irriconoscibili per chi resta accanto a loro.


In una scena Alice è decisa a portare la sua testimonianza come malata di Alzheimer in un piccolo incontro presso l’ospedale del dottore che la tiene in cura e, per parlare della sua difficoltà di esprimersi e la lenta e inesauribile perdita della memoria, cita le magnifiche parole di una poesia di Elizabeth Bishop su quanto l’arte di perdere non sia così difficile da imparare.
Di seguito vi ripropongo la versione originale.

One Art

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

giovedì 5 giugno 2014

Un rombo da leccarsi i baffi!

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjq7htHmU0FAgI3RxpPNu-QvNs3HnZKnFy3dblEzoT1poTUw8loMRlhnzN73DDWl4uVrZuLTCp-Fz9yiNkFoJJZ0e_ELbQPA00fRI-YSk10MmeBSXAUnZEfKyN9h90YgUqr9ZVSpQ1FwBrF/s1600/ilrossoeilbluilposterdelfilm244114.jpeg In uno dei miei primissimi post quando mi sono imbarcata nell'avventura di questo blog, scrissi di un piccolo film, che mi è rimasto decisamente nel cuore ovvero Il Rosso e il blu di Giuseppe Piccioni con Riccardo Scamarcio, Roberto Herlitzka e Margherita Buy.
Non ho resistito e l'ho rivisto nuovamente! Davvero emozionante, divertente, sarcastico al punto giusto, dove traspira il vero sentimento di tutti quei professori che vivono e partecipano al voler fare davvero scuola, dove l'istruzione è al centro di ogni cosa e pensiero e la voglia di trasmettere un pizzico di conoscenza e curiosità per la vita è un volere comune.
Il personaggio della preside attenta e rigorosa interpretata dalla Buy non incarna la figura di una vera regina della casa e lo si scopre in una scena in cui un piccolo ma delizioso manicaretto viene preparato dal marito-casalingo (Gene Gnocchi in un breve cammeo), anche se lei non ci fa troppo caso, perché è presa dai pensieri e i problemi della sua scuola come sempre.
Il piatto della cena viene presentato con un titolo a dir poco altisonante; si tratta infatti di filetti di rombo gratinati su un letto di carciofi con salsa di mandorle salate. Nella scena si parla anche di un pinzimonio di crudites come accompagnamento, che io ho preferito tralasciare.
Venendo alla ricetta (per 3-4 persone)...


Ingredienti
Per la salsa di mandorle salate: 50 g mandorle tostate, 1 fetta di pane casereccio, ½ bicchiere di latte parzialmente scremato, 2 cucchiai di olio extra vergine di oliva, 5 grani di pepe verde e un pizzico di sale
Procedimento:
1) Pestare leggermente le mandorle fatte tostare leggermente in forno a 180°;
2) Frullarle insieme alla fetta di pane casereccio ammorbidita con il latte e aggiungere poi anche l’olio, il sale e il pepe, fin quando non si sarà ottenuta una salsa piuttosto densa.

Per i carciofi: 10 carciofi, olio extra vergine di oliva, sale, origano, vino, acqua, limone, 1 spicchio d'aglio e 1 spicchio di cipolla
Procedimento:
1) Mondare i carciofi, pulendoli dalle foglie esterne più dure e dalle punte;
2) Passare su ciascun carciofo del limone in modo da impedire che anneriscano e tagliarli poi a metà;
3) Mettere l'aglio e la cipolla a soffriggere in un tegame, dove andranno poi disposti i carciofi puliti in precedenza;
4) Aggiungervi un pizzico di sale, di origano, un po' di vino bianco e un goccio d'acqua e lasciar cuocere lentamente per circa 15 minuti.

Per il rombo chiodato: 1 rombo chiodato (peso circa 1,400 g), prezzemolo, pan grattato, olio extra vergine di oliva, sale, origano, 1 aglio, olio extra vergine di oliva e aceto
Procedimento:
1) Pulire il rombo chiodato (N.B.: potete chiedere al pescivendolo di pulirvi il pesce, altrimenti vi potrebbe essere d'aiuto la prima parte di questo video) e creare quattro filetti (N.B.: le parti restanti potete riutilizzarle per un ottimo brodo di pesce);
2) A parte preparare la panatura con pan grattato, un aglio schiacciato e sminuzzato finemente, un pizzico di prezzemolo, origano e sale e un goccio di olio extra vergine di oliva
3) Disporre la panatura dalla parte della carne del filetto e condire leggermente con un filo d'olio e qualche goccia di aceto;
4) Cuocere nel forno già caldo finché la panatura superiore non risulterà ben dorata;
5) Assemblare il piatto con i carciofi e la salsa di accompagnamento.

P.s.: La salsa di mandorle non mi ha convinto molto, quindi vi proporrei di rifare la ricetta anche solo accompagnata dai carciofi!

martedì 13 maggio 2014

Mai assaggiati i biscotti all'avena?

Oggi niente di impegnativo sul fronte cinematografico! Non è un dramma se non avete mai visto il film da cui è tratta la ricetta odierna. Si tratta della commedia (non certo per famiglie) Bad Teacher - Una cattiva maestra di Jake Kasdan, con Cameron Diaz, Justin Timberlake e Jason Segel.
L’insegnate di una scuola media, Elizabeth Halsey (Diaz), non è certo un buon esempio per i suoi studenti: accanita bevitrice, fumatrice di marijuana e accalappiatrici di uomini ricchi, è una donna sboccata, insensibile e maleducata.
Dopo esser stata lasciata dal suo fidanzato (dietro consiglio della mamma), è costretta a tornare a insegnare, se vuole riuscire a realizzare il suo desiderio: rifarsi il seno di una taglia più grande in modo da conquistare Scott Delacorte, l’ultimo supplente arrivato, carino e facoltoso (Timberlake) ovvero l’esatto opposto di Russell Gettis (Segel), suo spasimante nonché sfigato insegnante di ginnastica.
A parte qualche episodico momento divertente, la sceneggiatura è abbastanza scontata e non brilla di pura ironia bensì di scorrettezze e turpiloqui di basso profilo…
Fatto sta che la ricetta di oggi è tratta dal momento in cui una delle studentesse della Hurley cerca in tutti i modi di fare amicizia con la nuova insegnante, regalandone dei biscotti fatti in casa. Solo quelli all’avena, però, riusciranno a colpire nel segno!
I biscotti ai fiocchi d’avena sono deliziosi e dal gusto molto leggero. Facili da preparare, anche se l’impasto può risultare ostico inizialmente. Buoni da gustare a colazione o come spuntino in compagnia di un buon tè.
Dovete inoltre sapere che l'avena ha un sacco di buone proprietà naturali: il suo elevato contenuto di fibre garantisce un corretto funzionamento dell’intestino e aiuta la digestione; è una fonte di carboidrati che fornisce energia a lungo termine, evitando così insoliti attacchi di fame e, infine, è stato accertato che è ben tollerata anche da chi soffre di celiachia. 


Ingredienti: 300 g di fiocchi d'avena, 125 g zucchero semolato, 100 g burro, 50 gr farina di mandorle, 25 gr mandorle, 1 uovo intero e un tuorlo, 1 cucchiaino di cannella in polvere, 1 bustina di lievito e un pizzico di zenzero grattugiato

Preparazione
1) Tritare finemente metà dei fiocchi d'avena insieme alle mandorle;
2) Aggiungevi un pizzico di farina di mandorle insieme al burro leggermente ammorbidito, lo zucchero, il lievito, un uovo intero e un tuorlo, lo zenzero grattugiato (oppure in alternativa della semplice buccia di limone) e un cucchiaino di cannella;
3) Dopo aver amalgamato bene il tutto, aggiungere anche la restante parte dei fiocchi d'avena lasciati al naturale;
4) Ricoprire il composto con della pellicola trasparente e lasciarlo riposare in frigorifero per almeno mezzora;
5) Dopo che l'impasto si sarà indurito, suddividerlo in tante piccole palline e posizionarle su una placca ricoperta da carta da forno;
6) Infornare a 180° per circa 20 minuti fin quando i biscotti non saranno ben dorati.

giovedì 4 ottobre 2012

Il rosso e il blu... nostalgia dei banchi di scuola!

Correte a vederlo se non lo avete ancora fatto!
Il rosso e il blu è un piccolo gioiellino che riesce a far sorridere ed emozionare al tempo stesso. Fa affiorare anche un pizzico di nostalgia perchè senza volerlo ci si sente catapultati dopo tanti anni sui vecchi banchi di scuola e si finisce per cercare di ricordare i volti e i nomi dei professori e di quei compagni di classe di cui non si è saputo più nulla. Giuseppe Piccioni è un regista che sa raccontare storie così... in apparenza semplici ma che hanno un lato ben più profondo e nascosto che ti porta immancabilmente a riflettere.
Come immaginavo Roberto Herlitzka è la perla di tutto il film che regala le scene e i dialoghi migliori (vedi il colloquio con il padre di Ciacca). Veste i panni del professore Fiorito, un uomo stanco della vita, che ha perso ormai lo smalto di un tempo, quando, ancora ardente della voglia di far apprendere ai suoi allievi tutte le sue conoscenze sulla storia dell'arte, era un professore stimato. La sua lezione sul classicismo e il romanticismo, infatti, sembra ancora risuonare per i corridoi della scuola. Circondato da centinaia di libri, non ha nemmeno voglia di rileggerli visto che li sa praticamente a memoria. Lui stesso ammette che questi studenti d'oggigiorno odiano tutto e tutti indistintamente e quindi perchè sprecare tempo con loro? A che cosa servirebbe? Eppure dovrà ricredersi quando incontrerà una delle sue vecchie alunne.
Di ben altra idea è il professor Prezioso, il nuovo giovane supplente di italiano e storia (interpretato da uno scialbo Riccardo Scamarcio). Troppo pieno di buone intenzioni, che desidera ardentemente di far accrescere nei suoi studenti la voglia di imparare e che alla fine dovrà rivedere, o forse smussare,  le sue convinzioni.
E poi arriva lei, la preside, Margherita Buy. Si preoccupa tanto di far presente ai suoi colleghi che bisogna occuparsi solo di ciò che avviene dentro la scuola, eppure, senza rendersene conto, finisce per farsi coinvolgere dalle vicende di uno studentello abbandonato da una madre irrintracciabile. Tra i due nascerà un rapporto sincero, quasi materno, dimostrando così che a volte i rapporti tra professori e studenti possono anche oltrepassare le mura della scuola. Perchè credo che chiunque nel corso della propria vita ha avuto la fortuna di aver incontrato quell'insegnante un po' speciale che è riuscito non solo ad aprirgli la mente ma anche a segnare positivamente il suo percorso scolastico e umano.

P.s.: La pellicola è tratta dalle pagine dell'omonimo romanzo di Marco Lodoli.

mercoledì 22 agosto 2012

Detachment: una poesia accompagnata da un pugno allo stomaco!

Detachment - Il Distacco è l’ultimo film drammatico di Tony Kaye… forse a molti questo nome è del tutto sconosciuto, ma si tratta di un eclettico artista britannico che ha firmato anche la regia del magnifico American History X con Edward Norton, il quale era riuscito a dipingere con grande sapienza e toni molto crudi uno spaccato dell’America razzista.
Il suo nuovo e struggente film, Il distacco, sceglie invece di parlare di un altro grande problema della società americana ovvero i difetti del sistema di istruzione nelle città di periferia.
Il film inizia quasi come un documentario proponendo degli spezzoni di interviste di veri docenti e di come questo senso comune di pessimismo sia ormai un male dilagante nel sistema scolastico statunitense, dove non si è più capaci di fare la differenza né come professori né come essere umani.
Henry Barthes (Adrien Brody) è un supplente di letteratura, che si ritrova a insegnare in un istituto superiore sull’orlo del baratro. È circondato da professori invisibili, demotivati o addirittura troppo concentrati sulla loro unica missione, cioè l’insegnamento, che hanno finito per perdere di vista la propria vita e annullare la propria esistenza. Gli studenti, invece, sono quasi tutto adolescenti allo sbando, costantemente arrabbiati, che devono persino convivere con dei genitori assenti; ma Barthes, anche se si dimostra essere un uomo solitario e introverso, riesce a instaurare quel giusto rapporto con i suoi alunni, che riscoprono la voglia di imparare e apprendere cose nuove. In particolare egli instaurerà un rapporto davvero particolare con Meredith, una studentessa molto dotata in campo artistico, ma incompresa dai suoi compagni e dalla sua stessa famiglia. Sarà proprio lei con un gesto estremo a sconvolgere tutto il suo mondo e tutto quello in cui credeva.
Il distacco del titolo è proprio quello che manifesta il protagonista nei confronti dell’intero mondo che lo circonda: è troppo preso dai suoi malesseri interiori (es.: il suicidio della madre, il rapporto con il nonno affetto da senilità avanzata…) e va in giro sempre con il freno a mano tirato, perché ha paura di toccare le paure, le sofferenze e le fragilità della natura umana che lo circondano. Comincia a rendersene conto quando incontra Erica (Sami Gayle), una prostituta-bambina, scappata di casa che non ha nessuno e finisce per trovare in lui una figura paterna, poiché è l’unico uomo che ha cercato di salvarla davvero, portandola via dalla strada.
Quindi Henry è davvero una non persona, cioè un uomo senza volto in una classe vuota come ritratto nella fotografia che gli ha regalato Meredith? No, affatto. Quella che lui reputa essere la sua vita in realtà non è affatto normale e tutto quel distacco su cui aveva basato la propria esistenza è solo un muro da abbattere.
La recitazione superba di Brody è stata molto ben supportata dalle interpretazioni di altri grandi attori quali Marcia Gay Harden, James Caan, Lucy Liu e Blythe Danner. Devo ammettere che solo grazie a una rappresentazione estiva in un piccolo cinema cittadino ho avuto l’immenso piacere di gustare la visione di questa pellicola dai toni così drammatici ma così poetici allo stesso tempo. Se avete anche voi la fortuna di imbattervi in questo film, fermatevi a guardarlo e sono sicura che apprezzerete anche voi la magnifica regia, che saprà colpirvi allo stomaco. I toni non vengono mai smorzati e le immagini a volte crude trasmettono senza filtri tutta la veridicità dei fatti che tenta di raccontare questo film. Meritevoli di nota la fotografia e la grafica che ha inserito nei cambi di scena delle scenette in bianco e nero che rievocavano i degni a gessetto su una lavagna.
Voglio concludere questa mia lunga riflessione con le magnifiche parole di A. Campus che sono state adoperate in apertura del film: “And never have I felt so deeply at one and the same time so detached from myself and so present in the world”.
(Traduzione: “Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà”.)


domenica 19 agosto 2012

Il rosso e il blu... si torna a scuola!

Dopo Giulia non esce la sera (2009) con Valerio Mastandrea e Valeria Golino, ecco il ritorno di Giuseppe Piccioni con Il rosso e il blu. Una commedia corale ambientata tra i banchi di scuola e tratta dal romanzo di Marco Lodoli. Il regista, ascolano di origine, si è ormai consacrato nel grande cinema ed è anche uno dei pochi che riesce a catturare il lato nascosto dei suoi personaggi con grande maestria e delicatezza.
Mi sono imbattuta per caso in questo trailer e sinceramente mi ha fatto subito sorridere…e poi che dire…magnifica la scelta di adoperare nel montaggio il brano La guerra è finita dei Baustelle.
Già dalle prime sequenze svelate si preannuncia essere un film molto carino e con carattere, che quasi ricorda lo spirito “goliardico” del film La scuola (1990) di Daniele Luchetti, dove Silvio Orlando era un professore partenopeo dal cuore tenero, che non è munito dell’istinto da killer dei suoi colleghi che vorrebbero bocciare chiunque.
Mi ha già conquistato il personaggio dell’insegnante di storia dell’arte, interpretato da Roberto Herlitzka, che pronuncia questa battuta stupenda: “…meriterebbero di essere bocciati tutti quanti, presi a calci nel sedere uno per uno, io però ho deciso di essere ancora più cattivo con loro e di promuoverli tutti!”. 


Sarà nelle sale il 21 Settembre e vedrà protagonisti anche Margherita Buy (nelle vesti di una preside in apparenza un po' fredda e distaccata, che, invece, sembra scoprire il suo lato tenero) e Riccardo Scamarcio (che interpreta un supplente di italiano con tanti buoni propositi…speriamo che non finisca per sfoggiare la sua solita faccia!).

Io non vedo l’ora che esca al cinema… quindi per ora gustatevi il trailer! :P