Visualizzazione post con etichetta famiglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta famiglia. Mostra tutti i post

domenica 15 maggio 2016

Lenny Abrahamson sorprende con “Room”

Non si può ridurre la trama di Room del regista Lenny Abrahamson alla sola storia di una madre e un figlio… è molto altro. Molto di più.
La prima parte del film è ambientata all’interno di “stanza”, l’unico vero mondo conosciuto da Jack, il piccolo protagonista; non si è mai sentito in trappola, grazie a una madre forte e coraggiosa, Joy (chiamata semplicemente “Ma”), che è riuscita a educarlo come se davvero quel luogo così angusto, in cui sono tenuti prigionieri da anni, potesse essere comunque un luogo perfetto semplicemente perché erano insieme.
La realtà, però, è ben diversa e “Ma” lo sa bene. Lei non ha sempre vissuto in “stanza” e vorrebbe tanto tornare nel mondo reale che non è certamente quello racchiuso da quattro pareti luride, così pian piano la rassegnazione di “Ma” lascia spazio alla rabbia e alla voglia di evadere, perché si rende conto che Jack ha il diritto di conoscere quello che c’è davvero di bello all’esterno e che non riuscirà ancora per molto a sopperire alla sua curiosità e alle sue numerose domande.
La verità, però, è difficile da accettare per un bambino di soli cinque anni, convinto che il suo mondo è stato sempre e solo quello e che non ci sia altro all’esterno, ma con difficoltà e tanta paura, il suo coraggio guiderà entrambi verso la libertà.
Così mentre il bambino comincia a crescere, abituandosi ai volti dei nuovi familiari, ai giocattoli e agli ambienti della casa della nonna in cui sono ospitati momentaneamente, Joy subisce un colpo di arresto e sembra come implodere: il sapore della libertà dopo 7 lunghi anni di segregazione e abusi ha un gusto davvero dolce, ma dover riprendere in mano la propria vita non è così semplice come pensava.
È sorprendente il fatto di come il film non ristagni mai nonostante la scena risulti davvero claustrofobica nella prima parte e di come, scegliendo il punto di vista del piccolo Jack, la prospettiva anche delle scene più dure (ad esempio le regolari visite del loro aguzzino Old Nick che continua ad abusare della giovane ragazza) risulti appianata anche per lo spettatore.
Un equilibrio perfetto nella recitazione dosata con maestria dei due protagonisti (anche se il piccolo Jacob Tremblay ha davvero offuscato la bravura di Brie Larson in diversi momenti, specialmente nella scena della fuga quando i suoi occhioni sono sgranati per la meraviglia di poter ammirare il cielo, le nuvole e le chiome degli alberi per la prima volta) e nel racconto, dove vengono toccati numerosi aspetti dell’amore forte tra madre e figlio, dell’uso del tempo e del significato di due concetti dati forse troppo per scontato come felicità e libertà.

domenica 24 aprile 2016

Aperitiviamo n.2?

Per tornare ai fornelli ho scelto una ricetta davvero semplice da preparare che ho tratto da un film del 1999 di Simon West, La figlia del generale, con John Travolta, Madeleine Stowe, Timothy Hutton, James Woods e James Cromwell. Una pellicola abbastanza cruda che regala diversi colpi di scena e che inaspettatamente convince sino alla fine.       
Paul Brenner (Travolta), un poliziotto dai modi un po’ cafoni, deve indagare sulla morte del capitano Elizabeth Campbell, donna molto affascinate e figlia del generale della base in cui è stata trovata morta.
Le indagini lo porteranno a scoperchiare torbide scoperte e un passato ancora più sordido che sembrava ormai rimasto sepolto per sempre.
Davvero ottimo il personaggio interpretato dal Woods, il capitano Robert Moore ovvero psicanalista e amico della vittima, che si ritrova a parlare con Travolta nel bel mezzo della preparazione di una cena a casa sua di teorie sull’abbandono e della fragilità di una donna piena di segreti come Elizabeth.
Delle varie pietanze proposte, sono rimasta affascinata da un particolare pane ripieno appena sfornato dal forno.
In realtà è una ricetta gustosa, fatta con ingredienti semplicissimi, che può essere un’ottima alternativa da preparare per un aperitivo veloce con gli amici, accompagnato da un analcolico o un bicchiere di buon vino bianco.
Il pane ripieno è una pagnotta integrale farcita di gustosissimi ingredienti: filante fontina, prosciutto cotto di Praga, peperoni grigliati e pomodori secchi.


Ingredienti: pagnotta rotonda o parigino da 500 g, 120 g di prosciutto cotto di Praga, 60 g di provola o scamorza affumicata, 30 g di burro e origano.

Procedimento:
1) Tagliare la scamorza a fettine sottili e il prosciutto a striscioline;
2) Incidere il pane con un coltello seghettato (sia orizzontalmente che verticalmente), tagliando delle fette abbastanza larghe e facendo attenzione a non toccare la base del pane;
3) Farcire le varie fette di pane, alternando gli ingredienti preparati in precedenza;
4)  Far sciogliere il burro  in un tegamino, dopodiché cospargerlo con l’aiuto di un pennello sopra il pane;
5) Spolverare il pane con dell’origano e della scamorza affumicata grattugiata grossolanamente.
6) Ripassare il pane in forno a 180° per circa 10 minuti in modo da rendere filante il formaggio all’interno e sopra.
È ottimo da consumarsi ancora caldo.

P.S.: Io ho scelto l’alternativa più semplice, ma è possibile arricchire la ricetta con numerosi ingredienti come pomodorini, carciofini, verdure grigliate, ecc.

giovedì 14 gennaio 2016

Assolo: la storia di una donna magnificamente imperfetta

Dopo aver dimostrato di stare a suo agio dietro la macchina da presa in Ciliegine, la magnifica Laura Morante è torna a vestire i panni di regista, ma anche sceneggiatrice (insieme a Daniele Costantini) e protagonista, della deliziosa e garbata pellicola intitolata Assolo.
La storia è completamente intessuta intorno a Flavia (Morante), una donna cinquantenne in piena crisi di mezz’età che, dopo aver affrontato due matrimoni, due figli e diversi fidanzati e amanti sembra aver perso la bussola. Si sente sola e non si conosce a tal punto da non riuscire a raccontare nulla di sé neanche alla psicoterapeuta (Piera Degli Esposti), alla quale preferisce raccontare la vita degli altri. Ha perso ogni interesse verso di sé, ma soprattutto verso una vita vuota e piena solo di ricordi di altri. Una donna insicura e fragile che si è sempre annullata per gli uomini con cui è vissuta e ha fatto di tutto pur di compiacerli. Incapace di tener testa ai suoi ex anche dopo la fine delle loro unioni, è diventata persino amica delle rispettive compagne. Anche le sue amicizie non fanno che indebolirla, perché in continua balia delle vicissitudini di quelle donne così disinibite, caparbie e lontane dal suo modo di vedere le cose.
C’è molto teatro in questo film e lo si percepisce sin dalla prima scena. Davvero ottimo infatti l’inizio che miscela alla perfezione la teatralità del sogno e la voce fuori campo della protagonista che già ci fa entrare in un mondo di insicurezze e mancanza di autostima poi sottolineate con grande garbo durante le varie sedute psicanalitiche.
Nel cast ci sono anche altri attori di tutto rispetto come Angela Finocchiaro, Francesco Pannofino, Marco Giallini, Gigio Alberti, Lambert Wilson, Donatella Finocchiaro, Edoardo Pesce, e Filippo Tirabassi.Una commedia non troppo pretenziosa, dal ritmo lento ma non certamente noioso, che invita palesemente le donne di ogni età, anche se imperfette, a guardare sempre avanti e ad amarsi di più, perché solo in questo modo riusciranno a essere amate anche dagli altri.

domenica 15 novembre 2015

Rock the Kasbah non convince

Rock the Kasbah è l’ultimo film diretto dal regista Barry Levinson (lontano anni luce da quando vinse il premio Oscar per Rain Man o dirigeva film davvero buoni come Good mornign, Vietnam!, Rivelazioni, Sleepers o Bandits) che vede come protagonista assoluto Bill Murray in compagni di altri grandi interpreti come Bruce Willis, Kate Hudson e Zooey Deshanel.
Richie Lanz (Murray) è un assurdo manager musicale, un po’ mascalzone ma decisamente adorabile, convinto di poter far sfondare la sua unica cantante, Ronnie (Deshanel), con una serie di concerti per le truppe americane stanziate in Afghanistan.
Considerato il disperato scenario di guerra in cui è stata trascinata, la sua cantante (nemmeno così dotata vocalmente come lui vorrebbe far credere) lo abbandona su due piedi e se ne ritorna immediatamente in America. Richie, senza soldi e documenti, dovrà ideare qualche stratagemma per uscire dal paese. Ecco però che il destino gli fa incontrare per caso Salima, una bellissima ragazza di etnia pashtun dotata di una voce straordinaria. Decide di farla partecipare allo show Afghan Star, nonostante ciò significhi sfidare la sua cultura e la sua famiglia, dato che alle ragazze del villaggio sia proibito cantare (un reato punibile con la morte).
Il film, infatti, si ispira al reale fatto di cronaca che vede protagonista la giovane Latifa Azizi, che nel 2013, prendendo  parte a un programma musicale, vince il primo premio grazie alla sua voce, a costo della sua libertà e della sua vita.
Bill Murray non delude certamente ma ne esce poco valorizzato visto che il film ristagna tutto il tempo e non sembra mai decollare: Levinson ha messo troppa carne al fuoco senza sfruttare al meglio gli strumenti a sua disposizione. La comicità del protagonista non sembra amalgamarsi alla perfezione con gli scenari e i contesti più drammatici di quei territori dilaniati dalle guerre e dalle lotte interne, raccontati in modo velato o forse troppo sommario nel film.
La storia di per sé sarebbe stata anche interessante ma di certo la sceneggiatura, alquanto confusa e con un finale lasciato a metà, non ha saputo renderla al meglio: troppi personaggi lasciano lo schermo senza una vera uscita di scena e i pochi che restano non sono descritti a tutto tondo come dovutamente richiesto da un attento spettatore (per esempio il mercenario dal cuore tenero interpretato da un Bruce Willis non al meglio delle sue possibilità e la prostituta della seducente Kate Hudson).


P.s.: Una curiosità riguardo al titolo che si riferisce all'omonima canzone dei Clash, ma che in realtà non compare nemmeno all'interno della (bellissima) colonna sonora del film.

giovedì 15 ottobre 2015

Una interminabile... ma stupenda attesa

Del primo lungometraggio di Piero Messina, L’attesa, ne hanno parlato in tanti (e bene) all’ultima mostra cinematografica di Venezia, ma non è certamente un film adatto a un pubblico generalista, direi più per un pubblico dai gusti raffinati e molto attento all’uso sapiente che viene fatto della macchina da presa. Ogni dettaglio non è mai lasciato al caso, come non lo sono l’ambientazione o l’attenta fotografia capace di trasportare lo spettatore nella splendida campagna siciliana, aspra e rigogliosa allo stesso tempo. Non stupisce, infatti, scoprire che Messina sia cresciuto professionalmente come assistente alla regia di Paolo Sorrentino (collaborando sia in This Must Be The Place che La Grande Bellezza), da cui sicuramente ereditato un occhio particolare per i titoli iniziali.
Liberamente ispirato a “La vita che ti diedi” di Luigi Pirandello, non servono parole per far capire che si è di fronte a una storia tragica.
Il tutto ha inizio con un funerale e il profondo dolore di Anna, una madre (Juliette Binoche) che, votata a trascorrere le sue giornate in completa solitudine e al buio, non riesce ad accettare la prematura perdita del figlio Giuseppe.
All’improvviso, però, arriva nella sua vita Jeanne (Lou de Laage), la bella fidanzata francese del figlio, ignara di che fine abbia fatto, dopo che è stata invitata a trascorrere qualche giorno di vacanza nella sua casa in Sicilia.
Anna non trova il coraggio di dirle che l’uomo con cui ha voglia di parlare e fare l’amore, è morto. Quella verità, così dura da accettare e impossibile da confessare, finisce egoisticamente per innescare una serie di risposte vaghe ed equivoche. 
I giorni passano inesorabili e le due iniziano a conoscersi meglio, ma l’attesa dell’arrivo di Giuseppe nel giorno di Pasqua diventa quasi surreale, sciogliendosi in un finale pieno di commozione.
L’attesa è un film complesso dal punto di vista narrativo, dal grande impatto visivo, ma perfettamente bilanciato che non osa mai troppo: sin dall’inizio si percepisce che Messina preferisce togliere piuttosto che aggiungere inutili dettagli a un’elaborazione di un lutto davvero sui generis.
Non è eccessivamente lento come molti potrebbero obiettare, ma ogni pausa, coadiuvata da una stupenda colonna sonora (stupendo l’inserimento della canzone Waiting for the miracle di Leonard Cohen), è pensata al momento giusto, caricando ogni momento di grande tensione e poeticità.
I volti dei personaggi dicono molto di più di qualsiasi monologo o dialogo e da questo punto di vista la Binoche è semplicemente superlativa: ogni sua movenza o i suoi primi piani carichi di espressività regalano un colpo al cuore, sapendo emozionare come pochi grandi attori riescono ancora a fare.



P.s.: nel film la Binoche, aiutata dal suo tuttofare Pietro (interpretato dal bravissimo Giorgio Colangeli), si mette ai fornelli e prepara una succulenta cena per la sua ospite e i nuovi amici incontrati al lago. Sono rimasta affascinata dalla preparazione delle tagliatelle con la farina di carrube... se qualcuno sa dove reperirla, lo prego di segnalarmelo!!!

sabato 19 settembre 2015

La musica di Ricki

Il regista americano Jonathan Demme torna sul grande schermo con Dove eravamo rimasti (titolo originale Ricki and The Flash), un film di grande effetto musicale.
La musica, però, si accompagna ai problemi di una famiglia allargata provata da screzi e dissapori legati al passato di una madre che non ha visto crescere i suoi figli. Una storia già sentita? Forse sì.
Linda Brummel, nome d’arte Ricki Rendazzo (Meryl Streep), è una donna ormai sul viale del tramonto, che ha rincorso il sogno di diventare una rock star, anteponendolo alla famiglia e all'amore dei suoi tre figli e ora, anche se senza un soldo e insoddisfatta del lavoro che fa di giorno in un supermercato, è appagata cantando e suonando la musica che adora con la sua band The Flash sempre nello stesso piccolo bar.
È costretta a un tuffo nel passato, quando il suo ex Pete (Kevin Kline) la chiama in aiuto della figlia Julie (Mamie Gummer, vera figlia della Streep nella realtà) che sta affrontando la rottura del suo matrimonio a causa del tradimento di suo marito.
Il ritorno nel paesino borghese in Indiana, la lussuosa villa del suo ex che si è risposato felicemente da anni e l’astio dei suoi figli fanno emergere lentamente dei forti sensi di colpa.
La sua assenza ha portato tutti a escluderla completamente da ogni loro momento importante come anche l’imminente matrimonio del figlio Josh, che ha tenuto nascosto persino il fidanzamento per evitare di doverla invitare.
Il film è centrato sul ritratto di una donna un po’ grezza ma coerente, fiera di essere repubblicana e di aver vissuto nel segno del rock and roll, unico suo vero credo e che, riuscita ad accettare gli errori che ha commesso, tenta di rimediarvi come meglio sa fare attraverso la musica.
Ricalcando per molti versi i temi in parte affrontati in Rachel sta per sposarsi, Demme manifesta comunque tutto il suo amore per la musica attraverso un uso attento della macchina da presa. Purtroppo il tentativo di ricordare i toni di una sana commedia americana si perde in diversi momenti decisamente troppo eccessivi oppure del tutto scontati. La sceneggiatrice Diablo Cody, infatti, sembra non avere più il tocco graffiante di Juno e finisce per deludere con dialoghi poco brillanti e banali stereotipi già visti e stravisti in numerosi film hollywoodiani.
Uniche note positive la stupenda colonna sonora e la bravura della Streep che, dopo aver regalato una grandissima performance canora sia in Mamma Mia! che Into the woods (anche se già la si era vista cantare del country magnificamente sia nel finale di Cartoline dall’inferno che in Radio America), stupisce ancora una volta e non delude affatto con la sua voce da splendida sessantenne.


mercoledì 8 luglio 2015

Il racconto (deludente) dei racconti

L'ultimo e acclamatissimo film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti (The Tale of Tales per il mercato internazionale) mi ha lasciata inizialmente senza parole.
Dopo le numerose ovazioni e tripudi di applausi ricevuti al Festival di Cannes 2015, ero convinta che Garrone mi avrebbe entusiasmato e colpito con un film visionario e ipnotico come promesso per colpa di un trailer a dir poco bugiardo e traditore.
Eppure ne sono rimasta delusa e quindi il mio parere resta discordante dal profluvio di critiche positive ricevute. Non delude certamente il cast di bravissimi attori (e di forte richiamo) a partire da  Salma Hayek, John C. Reilly, Vincent Cassell, Toby Jones, Bebe Cave e alla piccola partecipazione di Alba Rohrwacher.
Tratto dalla raccolta di fiabe più antica d'Europa, Lo cunto de li cunti, di Giambattista Basile, Garrone traspone sul grande schermo tre fiabe diverse che si fondono in una sola storia dal gusto seicentesco.
Tre regni vicini e lontani allo stesso tempo, dove convivono saltimbanchi, cortigiani, principi e principesse, streghe, stregoni e orribili mostri.
Una regina triste e ossessionata dal solo desiderio di avere un figlio, che non soffre per la perdita del marito, morto per regalarle la gioia della maternità grazie al cuore di un drago marino e che è accecata dall’amore morboso per quel figlio che il fato le ha voluto donare.
Un re libertino fissato con la bellezza e la giovinezza delle sue prede, ma che cade nel tranello di due vecchie sorelle.
Una principessa che sognava il grande amore come quello narrato nei grandi romanzi cavallereschi e finisce per essere data in sposa a un orco dal padre indifferente e troppo ottuso per ammettere la realtà dei fatti e la maturità della figlia di scegliere il suo principe.
Tre fiabe di uomini e donne arroganti che diventano mostri crudeli, accecati dalla passione, dall’amore, dalla solitudine, dall’inganno e dalla caducità del proprio corpo.
Il racconto dei racconti è un film d’autore non facile e non per tutti i gusti, che non credo garantirà il successo sperato anche sul mercato internazionale. Come non è facile identificare di che genere si tratti: un fantasy, un film storico-barocco o un horror? In realtà potrebbe addirittura essere un mix di tutti e tre questi generi, tanto diversi tra loro che riescono comunque a convivere nell’opera di Garrone.
Eppure non c’è coesione tra i vari racconti e anche nel finale molti dubbi e questioni restano senza risposta, ma non volutamente visto che il film non ha un finale aperto.
Innegabile il fatto che si tratti di un film folle e visivamente meraviglioso nel suo insieme ma decisamente piatto e debole in diversi punti soprattutto nella parte centrale e in chiusura, nonostante gli sprazzi di comicità regalati dal ruolo del re perverso e sessuomane interpretato da Cassel.
Davvero mirabile la scelta delle meravigliose location naturalistiche disseminate per il nostro bel paese, che senza troppi trucchi o inganni è già di per sé un set da fiaba: il canyon naturale di pietra lavica delle Gole dell’Alcantara in Sicilia; il Castello di Sammezzano in stile moresco nei pressi di Leccio, nel comune di Reggello in provincia di Firenze; il sontuoso Castello di Donnafugata in stile neogotico vicino Ragusa in Sicilia con un magnifico labirinto di pietra; le ripide pareti rocciose di tufo delle Vie Cave tra i comuni di Sovana, Sorano e Pitigliano, in provincia di Grosseto; il Castel del Monte vicino Andria e situato su una collina della catena delle Murge occidentali, che è diventato patrimonio dell'umanità dell'UNESCO ed è impresso sulle monete italiane da 1 centesimo; il Bosco Monumentale del Sasseto ai piedi del castello di Torre Alfina, nel comune di Acquapendente in provincia di Viterbo; il Castello normanno-svevo di Gioia del Colle, in provincia di Bari e il barocco Palazzo Chigi di Ariccia, in provincia di Roma.

venerdì 26 giugno 2015

Le barriere non sono sempre ostacoli

Grazie a La Famiglia Belier del regista Eric Lartigau con Karin Viard, François Damiens, uno spassoso Eric Elmosnino e la giovanissima ma talentuosa Louane Emera (scoperta grazie al talent show The Voice), la Francia conferma di saper “sfornare” degli ottimi prodotti all’insegna della semplicità e della leggerezza. Il film ruota appunto attorno alla storia dei Belier, che gestiscono una fattoria e vendono formaggio fresco, ma dove tutti i componenti, tranne la figlia Paula, sono sordomuti e un po’ stravaganti. La sua normalità, però, viene vista dai suoi stessi genitori come un handicap, anche se per loro il suo ruolo è indispensabile nella vita di tutti i giorni per riuscire a comunicare con il resto del mondo (davvero divertente la scena della visita dal dottore).
Paula ha sempre tenuto in gabbia la sua voce e solo per caso, iscrivendosi alle lezioni di coro, incontrerà il professore di musica Fabien Thomasson (Elmosnino) che le farà capire quanto invece sia straordinaria e potrà così spiccare il volo, partecipando a un provino per andare a studiare canto a Parigi.
Ecco però che i problemi comuni a tutti gli adolescenti della stessa età di Paula (come il proprio
corpo che cambia, i primi amori o l’indecisione verso il proprio futuro) si mischiano ai numerosi dubbi legati a quella scelta così importante ovvero crescere lontana dalla sua famiglia per seguire un sogno. Quello stesso sogno che i suoi genitori non sembrano condividere, perché significherebbe anche accettare di allontanarsi da lei e vederla diventare adulta, ma soprattutto non riuscire mai a poter gioire pienamente di quel suo talento perché lontano dal loro “mondo”.
Uno dei momenti più toccanti (a stento si trattengono le lacrime) è la performance all’audizione con la canzone "Je Vole" del cantante neomelodico francese Michel Sardou, quando Paula traduce nella lingua dei segni le potenti parole di una canzone che sembra scritta appositamente per lei. Le sue mani fanno volare nell’aria le parole che danzano insieme a quella musica che i suoi genitori e suo fratello non possono udire ma che grazie ai gesti riescono a prendere vita.
L’unico vero attore sordo nel film è Luca Gelberg (il giovane fratello di Paula), ma il resto degli attori ha dovuto lavorare sodo e allenarsi per poter girare un film interamente con la lingua dei segni. Anche volendo non si avverte affatto quel senso di diversità che ci si potrebbe aspettare, perché la disabilità viene trattata alla pari, semplicemente come dovrebbero fare tutti.
I dialoghi sono frizzanti, emozionanti al punto giusto e divertenti: si incastrano in modo spettacolare grazie a dei tempi comici perfetti coadiuvati dalla mimica facciale pazzesca di tutto il cast.
La Famiglia Belier è una commedia delicata e brillante allo stesso tempo, che scorre benissimo e lascia lo spettatore carico di emozioni, dimostrando che le barriere e gli handicap non possono fermare nessuno se si ama la vita e che la potenza del linguaggio dell’amore è universale e non ha ostacoli.



mercoledì 3 giugno 2015

Se Dio vuole… fa ridere di gusto

Se ridere fa bene alla salute, il regista e sceneggiatore Edoardo Falcone è riuscito nell’impresa. Il suo ultimo film Se Dio vuole è una commedia semplice ma ben scritta e molto ben interpretata da un cast eccezionale: Marco Giallini, Alessandro Gassman, Laura Morante, Ilaria Spada, Edoardo Pesce ed Enrico Oetiker.
Tommaso (Giallini), uomo ateo e liberale nelle sue convinzioni nonché cinico e spietato cardiochirurgo, non riesce come padre di famiglia ad accettare che suo figlio Andrea (Oetiker) voglia abbandonare la facoltà di medicina per diventare prete.
Fingendo di dargli il suo pieno appoggio insieme alla moglie/casalinga disperata (Morante) e la figlia svampita Bianca (Spada), in realtà è deciso a fargli cambiare idea. Tenta quindi di scoprire gli scheletri nell’armadio di Don Pietro (Gassman), il sacerdote dal passato deprecabile che sta guidando suo figlio verso questo cammino o come crede lui che gli abbia fatto il lavaggio del cervello. Aiutato da Gianni, il genero pusillanime (un bravissimo Edoardo Pesce) e da uno strambo detective, tenterà di avvicinare il prete, fingendosi disoccupato e con molti problemi familiari. Peccato che il suo tentativo andrà fallito e scoprirà suo malgrado che questo sacerdote è davvero simpatico e ci sa fare con i giovani proprio grazie alla sua semplicità e a quel tocco di modernità che non guasta per svecchiare l’immagine della Chiesa odierna.
Giallini e Gassman superano se stessi, regalando due interpretazioni davvero divertenti e mai sopra le righe e sostenendo un ritmo serrato di battute e pause quasi teatrali.
Un buon prodotto del cinema italiano contemporaneo, che offre un’analisi leggera del complicato rapporto tra scienza/ragione e fede, ma che riesce a farlo con grande leggerezza, intrattenendo con gusto. Forse leggermente stucchevole nel finale, ma ci sta, perché è bene comunque far capire che non bisogna per forza credere in Dio per capire che esista un’entità superiore a ciascuno di noi o per imparare ad aiutare chi ci sta vicino o chi ne ha bisogno.

martedì 5 maggio 2015

La perdita di "Mia madre"

Non sono mai stata una grande fan di Nanni Moretti, ma negli ultimi anni ho rivalutato le sue opere e Mia madre è davvero un gran bel film, capace di far sorridere e commuovere con la stessa intensità.
Con grande naturalezza e sincerità il racconto è capace di evidenziare un dolore molto personale e intimo, che si legge fin da subito negli occhi dei protagonisti.
Margherita (Buy) è una regista, oberata di lavoro sul complicato set del suo ultimo film politico, incentrato sulle difficoltà di un gruppo di operai in odore di licenziamento, in cui il protagonista (John Turturro regala un sacco di risate) principale è un eccentrico attore americano dall’improbabile pronuncia italiana, che ha difficoltà persino a memorizzare le battute e i nomi della crew sulla scena. Nel frattempo, però, la madre di Margherita (una composta Giulia Lazzarini) è stata ricoverata in gravi condizioni in ospedale e viene continuamente assistita da Giovanni (Moretti), figlio amorevole e fratello ragionevole, che riesce a dire e fare sempre la cosa giusta.
Offuscata dal dolore di una perdita sempre più imminente, Margherita è stanca, non è concentrata sul set e capisce di non riuscire a trovare la giusta chiave di lettura per il suo film, così torna alla realtà solitaria e infelice in cui è costretta a guardare in faccia una madre che lentamente si sta spegnendo, ma che ancora è determinata come ex-insegnante di latino a dare le ultime ripetizioni a sua nipote, che odia il liceo classico.
Mia madre parla anche della finzione del cinema, presentando un film nel film che non sembra mai ingranare davvero, perché non riesce a ricreare le sensazioni di quella realtà semplice e allo stesso tempo troppo difficile da riportare sul grande schermo.
Moretti ha messo a nudo con grande sobrietà il dolore della perdita di sua madre ed è ragguardevole che abbia ceduto il suo alter-ego nelle mani esperte di Margherita Buy e si sia nascosto dietro la maschera confortevole del bravo fratello, capace di affrontare con misura e compostezza la malattia della mamma morente.

 

mercoledì 1 aprile 2015

Torta pere e cioccolato di Nonna Anna

Avevo già parlato del film di Gabriele Salvatores, Happy Family, (di cui amo alla follia quasi tutti i personaggi, anche se Fabio De Luigi e Diego Abatantuono sono i più strepitosi), per via della buonissima ricetta dei tagliolini gamberi e funghi. Un piatto che, durante una simpatica cena di famiglia o quasi, la svampita nonna Anna continua a riproporre a causa della demenza senile, scaturendo però un sacco di risate.
Grazie specialmente al personaggio della nonna che ha il pallino della cucina, nel film ci sono moltissimi riferimenti a piatti o ricette da provare che mi hanno incuriosito... ecco perché questa volta ho pensato di cimentarmi come lei in un dolce o meglio in un classico della pasticceria: la torta pere e cioccolato (N.B.: non posso svelarvi come al mio solito quando compare il riferimento a questo piatto, altrimenti vi sciuperai il finale).
Ammetto che era la prima volta che sperimentavo questa ricetta, ma sono rimasta piacevolmente colpita dalla sua semplice bontà.


Ingredienti: 200 g farina 0, 100 g zucchero semolato, 180 g cioccolato fondente al 70 %, 150 g di burro, 4 uova, rum, 1 bustina di lievito e 3 pere williams

Procedimento:
1) Sbucciare le pere e, dopo averle tagliate a fettine, metterle in un tegame e lasciarle cuocere per almeno 20 minuti con un goccio d’acqua e un po' di rum;
2) Tritate grossolanamente il cioccolato fondente e farlo sciogliere a bagnomaria;
3) Montare a neve gli albumi e metterli da parte;
4) Nel frattempo mescolare i tuorli d'uovo con lo zucchero, la farina, il lievito e il burro sciolto precedentemente;
5) Dopodiché aggiungere il cioccolato sciolto, incorporando anche gli albumi e facendo attenzione a non smontarli;
6) Versare metà del composto ottenuto in una tortiera imburrata e infarinata del diametro di 18 cm;
7) Distribuire sull’intera superficie le pere cotte e ricoprire con il resto dell’impasto;
8) Mettere in forno preriscaldato a 180° per almeno 35-40 minuti.

P.s.: Dopo averla lasciata raffreddare, potete anche spolverizzare la torta con lo zucchero a velo (oppure ricoprirla con il cioccolato fondente fuso).

venerdì 27 marzo 2015

Nessuno si salva da solo... mai

Dopo già le numerose e fortunate collaborazioni (Non ti muovere e Venuto al mondo) con la scrittrice (e moglie) Margaret Mazzantini, il regista Sergio Castellitto torna a girare un film tratto da un suo ennesimo bestseller, avvalendosi anche di un cast stellare tra cui Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, e le partecipazioni (piccole ma significative) di Anna Galiena, Ángela Molina e Roberto Vecchioni.
Nessuno si salva da solo è un film in cui ognuno si può rispecchiare (più o meno) nelle ordinarie problematiche della quotidianità dei due protagonisti, Gaetano (Scamarcio) e Delia (Trinca). Trasportati da una forte passione, si sposano giovani, hanno dei figli, ma con il passare del tempo cambiano, maturano e vanno in direzioni opposte, pur restando perdutamente innamorati. 
Castellitto racconta questa storia forte ma in lento disfacimento usando un registro agrodolce, dove il protagonista nascosto è un dolore vivo e sempre presente, che viene rivissuto in ogni dettaglio attraverso dei lunghi flashback durante una cena tra i due, che stanno decidendo dove portare i bambini in estate.
La rabbia, la sfiducia e il rancore sono sempre dietro l’angolo e basta poco per scontrarsi e prendersi a male parole, rimuovendo tutti i momenti belli di una lunga storia d'amore e pur dichiarando di non essere più innamorati l’uno dell’altro, sanno benissimo che non è la verità. 
Nessuno si salva da solo pecca soprattutto nel risultare troppo scontato, anche se racconta con stile una realtà molto vicina alla frustrazione di molte coppie in crisi. 
Forse la parte che preferisco meno è proprio il finale, a dir poco stucchevole, dove la presenza di Vecchioni fa sembrare tutto troppo tirato e irreale.
Resta comunque un’ottima prova attoriale per entrambi i protagonisti: finalmente Scamarcio si è tolto di dosso le sue solite faccette e movenze senza senso, sembrando molto più credibile e divertente anche nei momenti in cui si comporta un po’ da “pagliaccio”; la Trinca, invece, si conferma nuovamente una forza della natura e il suo sguardo, carico di intensità e dolore, comunica molto più di ogni semplice battuta.
Da vedere, anche se questa volta la coppia Castellitto-Mazzantini non ha fatto centro.

venerdì 13 marzo 2015

Il Baccalà di Totò

Se si pensa alla grande comicità partenopea, è impossibile non citare il famoso principe della risata, Totò e il suo fidato braccio destro Peppino De Filippo. Non ci si stanca mai di vedere e rivedere un loro film, anche se si conoscono tutte le gag e le battute a memoria.
Uno dei miei preferiti è proprio Signori si nasce (1960) di Mario Mattoli, noto anche per la famosa battuta "Signori si nasce e io lo nacqui, modestamente".
Ambientato in epoca giolittiana, il film racconta di due fratelli tanto diversi: il barone Pio Degli Ulivi (De Filippo), uomo timorato di Dio e stimato proprietario di una rinomata sartoria ecclesiastica e Ottone (Totò), anche detto Zazà, sciupafemmine squattrinato, che ha sperperato ogni suo avere dandosi alla bella vita. Per una serie di problemi finanziari, Zazà è costretto a chiedere un prestito al fratello, che, riluttante, lo aiuterà, anche se ingannato più volte.
Nascerà una serie infinita di divertenti equivoci e scambi di ruolo, che si concluderanno comunque con un degno lieto fine.
Il piatto di oggi viene più spesso presentato a casa del fedele (e mai pagato) servitore di Zazà, Battista (Carlo Croccolo), costretto ogni giorno a mangiare a casa sua un piatto povero come il baccalà con le patate.


Ingredienti (per 4 persone): 400 g baccalà secco, 1/2 cipolla bianca, 1 kg di patate, 1 costa di sedano, 1 carota, origano, pepe nero, sale, olio extra vergine d'oliva e acqua

Procedimento:
1) Mettere a bagno il baccalà la sera precedente e cambiare l'acqua più volte in modo da togliere più salinità possibile;
2) Il giorno successivo eliminare la pelle e le lische e procedere a tagliare il pesce a cubotti (4x4);
3) Nel frattempo far soffriggere la cipolla, ma fare attenzione e salare solo un pizzico;
4) Non appena la cipolla risulterà un po' dorata, adagiare nel tegame il baccalà a pezzi e ricoprire con le patate, il sedano e la carota tagliati a pezzettoni;
5) Dopo aver spolverato il contenuto del tegame con origano e pepe nero, ricoprire con abbondante acqua calda e lasciar sobbollire per almeno un'ora;
6) Fare attenzione a non mescolare ma scuotere semplicemente la pentola in modo da non disfare il baccalà;
7) Quando le patate saranno ben cotte e il liquido sarà quasi del tutto assorbito, il baccalà sarà pronto;
8) Servire ancora caldo accompagnato con del croccante pane tostato.

giovedì 5 marzo 2015

La malattia di Alice

Tratto dal romanzo autobiografico di Lisa Genova, Still Alice dei registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland conta su un cast eccezionale come una magnifica Julianne Moore (che ha infatti vinto l'Oscar come miglior attrice protagonista per questa interpretazione), Alec Baldwin, Kristen Stewart e Kate Bosworth per raccontare le terribili conseguenze della malattia dell'Alzheimer.
La storia introduce con molta delicatezza Alice Howland, una donna bella, brillante e intelligente che, dopo aver festeggiato i suoi cinquanta anni, inizia a perdere colpi, non ricordando più parole o nomi e a trovarsi disorientata in posti a lei conosciuti. Solo dopo alcuni accertamenti medici scoprirà che questo suo lento andare alla deriva è dovuto a una forma precoce di questo terribile morbo. Costretta a lasciare il suo lavoro da linguista presso la Columbia University di New York, inizia il suo “calvario” intrappolata in una casa che amava tanto ma che inizia a non riconoscere più, con accanto un marito che sembra esser più concentrato sulla sua carriera che disposto a sacrificare il suo tempo per godere gli ultimi momenti di lucidità della moglie.
Attraverso la routine lavorativa e quotidiana di Alice lo spettatore inizia a conoscere il suo mondo e il suo modo di fare, in modo che a poco a poco viva lo stesso impatto che la malattia ha su di lei. Davvero strabiliante la lenta e minuziosa trasformazione della Moore nei piccoli gesti ma soprattutto nello sguardo che, catturato da magnifici primi piani, col tempo diventa sempre più spento e vuoto.
Anche se ben interpretati i personaggi familiari di contorno non sono così interessanti al pari della Moore, protagonista assoluta, che offusca persino l’unico personaggio dai tratti più sensibili ovvero la figlia Lydia interpretata da Kristen Stewart.
Sia Sarah Polley con Lontano da lei e Michael Haneke con Amour avevano raccontato in modo decisamente più profondo e toccante l’amore in età senile, che, a causa di questa terribile malattia, vede strapparsi via poco a poco la propria quotidianità.
In questo caso, invece, il film, che purtroppo sembra perdere colpi sul finale, si concentra prepotentemente sul personaggio di Alice, ma non per questo vuole che lo spettatore provi semplicemente pena per questa donna, combattiva fino in ultimo, ma vuol far conoscere al grande pubblico quanto sia infida e silenziosa questa malattia, che ingurgita ogni ricordo e lascia la propria anima intrappolata in un corpo svuotato di ogni emozione.
Solo chi ha avuto parenti o amici che ne hanno sofferto possono capire quanto sia difficile stare accanto alle persone care malate, che, ogni giorno, perdono un pezzetto di sé e diventano irriconoscibili per chi resta accanto a loro.


In una scena Alice è decisa a portare la sua testimonianza come malata di Alzheimer in un piccolo incontro presso l’ospedale del dottore che la tiene in cura e, per parlare della sua difficoltà di esprimersi e la lenta e inesauribile perdita della memoria, cita le magnifiche parole di una poesia di Elizabeth Bishop su quanto l’arte di perdere non sia così difficile da imparare.
Di seguito vi ripropongo la versione originale.

One Art

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

giovedì 26 febbraio 2015

Birdman o L'Imprevedibile Virtù dell'Ignoranza

L'ultimo capolavoro del regista Alejandro González Iñárritu con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts, Zach Galifianakis, Andrea Riseborough e Lindsay Duncan non è un film semplice da raccontare, ma allo stesso tempo è un piacere da guardare. 
Anche se il finale è un po’ troppo esagerato, lasciando appese molte aspettative degli spettatori, è un film brillante, divertente, profondo e visionario, sapientemente girato e interpretato da attori bravi in modo stupefacente. Lo dimostra in parte anche l’incetta di premi vinti ai vari festival del cinema che si sono susseguiti e terminati con la presa di ben 4 Oscar per miglior film, regia, fotografia e sceneggiatura originale, che hanno consacrato Iñárritu tra i migliori nell’Olimpo hollywoodiano… nel caso non lo avesse già ben dimostrato con 21 grammi o Babel.
La pellicola narra di Riggan Thompson (Keaton), una star in declino, conosciuto al grande pubblico per il successo ottenuto interpretando i panni di un supereroe alato di nome Birdman, che vuol tentare di tornare alla ribalta proponendo a Broadway l'adattamento di un classico come “Di cosa parliamo quando parliamo d'amore” di Raymond Carver. Lo fa soprattutto perché crede ancora nella propria arte e sa di poter dimostrare di essere ancora bravo a recitare, scrollandosi di dosso la pesante veste da attore di blockbuster.
Rimasto ormai senza soldi, investiti tutti in questa sua impresa teatrale, è insoddisfatto di uno degli attori, che (per un “incidentale” colpo di fortuna), a pochi giorni dal debutto ufficiale viene sostituto da Mike Shiner (uno S-T-R-A-B-I-L-I-A-N-T-E Norton),
il marito di una delle attrici della compagnia nonché uno dei migliori sulla piazza al momento anche se offuscato da un ego enorme, che riesce ad essere se stesso solo quanto veste i panni di qualcun’altro.
Lo spettacolo sembra comunque prendere il via nonostante qualche impiccio dovuto all’inspiegabile improvvisazione portato sul palco dal co-protagonista e da imprevisti legali, sbrogliati con perizia dall'amico e produttore Jake (Galifianakis).
La cosa che stupisce di più è come lo spettatore non riesca completamente a distinguere le fantasie partorite dalla mente di Riggan perché perfettamente amalgamate alla storia e coadiuvate dalla voce del suo alter ego alato che lo perseguita continuamente suggerendogli di abbandonare tutto e ritornare a girare filmetti di serie B dal compenso assicurato. 
Il film comunque non ruota tutto intorno al protagonista principale, ma riesce a dare spazio anche agli attori di contorno come Laura (Riseborough), l’amante di Riggan un po’ stralunata e insoddisfatta, Lesley (Watts), attrice piena di speranze e fiduciosa di sfondare o la spietata critica teatrale del Times (Duncan) pronta a tutto pur di stroncare lo spettacolo e alla figura controversa di Sam (Stone)
, la figlia ribelle di Riggan, che, appena uscita dal centro di disintossicazione, sembra l’unica ad avere i piedi per terra in quel mondo di falsità e cinismo, fatto solo di prime donne e critici teatrali. 
Iñárritu ha regalato un vero esempio di metateatro che può senza alcun dubbio definirsi un’opera d’arte, dandone prova con una grande tecnica usando la cinepresa in un modo incredibile. Non ci sono stacchi improvvisi o cambi di scena dovuti a tagli nel montaggio e si assiste a un flusso continuo di dialoghi in piani sequenza interminabili che hanno tutti luogo all’interno dei vari meandri e il palcoscenico del magnifico St. James Theatre (a parte la magnifica scena di Riggan in mutande che attraversa un’affollata Times Square). Davvero ottimo anche l'utilizzo della musica che scandisce continuamente il ritmo delle scene e addirittura la cadenza dei titoli iniziali e finali.
I temi principali sono certamente la megalomania e la vulnerabilità degli artisti, l'incapacità di essere giudicati e l’importanza che nell’attuale società contemporanea, come dimostrato dall’ascesa dei social network, si dà sempre più importanza all’apparire piuttosto che all’essere: è più semplice ma non così coraggioso rifugiarsi nella propria fantasia pur di fuggire dalla triste realtà di una società sempre più meschina e mediocre, dove i rapporti interpersonali si annientano seguendo l’andamento delle masse?!


P.s.: Il sottotitolo di Birdman ovvero L'Imprevedibile Virtù dell'Ignoranza è in realtà il titolo della recensione della cattivissima critica teatrale, letta al termine del film che consacra ogni aspetto della pièce teatrale portata in scena da Riggan e il resto della compagnia. 

lunedì 23 febbraio 2015

Il risotto piselli e cernia alla Virzì

Visto che ieri sera c'è stata l'87° cerimonia di consegna degli Academy Awards mi è sembrato giusto ricordare che nella rosa dei miglior film stranieri era stato inizialmente incluso anche il meraviglio capolavoro di Paolo Virzì, Il capitale umano, che purtroppo poi non è riuscito ad arrivare alla cinquina fortunata, da cui è risultato vincitore il film polacco Ida di Pawel Pawlikowski.
Volendo ricordare questa monumentale opera cinematografica e di quanti buoni attori vi hanno recitato, ho voluto dedicargli un piatto.
Proprio all'inizio del film si assiste a una cena importante nella scuola dei figli delle due famiglie protagoniste dell’immobiliarista borghese Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio) e del magnate-broker Giovanni Bernaschi (un “detestabile” Fabrizio Gifuni), in cui viene servito ai tavoli un risotto piselli e cernia dal cameriere vittima dell'incidente stradale al centro di tutto il film e che deciderà il destino dei vari personaggi.
Chi mi conosce bene, sa benissimo quanto poco ami il pesce, ma non disdegno cucinarlo; quindi mi sono buttata un po' e ho cercato di inventarmi qualcosa.


Ingredienti (per 3 persone): 250 g riso arborio, 150 g piselli congelati, 1 cernia, 1 spicchio d'aglio, 1 cipolla bianca, 1 sedano, origano, olio extra vergine di oliva, burro, sale, 4 grani di pepe rosa, pepe nero e farina q.b.

Procedimento:
1) Preparare il brodo, facendo bollire metà cipolla bianca, una costa di sedano e le carcasse della cernia insaporendo con un pizzico di sale e qualche grano di pepe rosa;
2) Nel frattempo far rosolare in una pentola uno spicchio d'aglio e l'altra metà della cipolla tritata finemente con un goccio di olio extra vergine di oliva;
3) Aggiungere i piselli e condirli con un pizzico di sale e una spolverata di pepe nero e origano;
4) Giunti a cottura, toglierli dal fuoco, frullarli con un mixer a immersione e metterli da parte;
5) Prendere i filetti di cernia e, dopo averli tagliati a cubotti e infarinati appena, cuocerli in un piccolo tegame dove è stato fatto sciogliere in precedenza un cubetto di burro;
6) Togliere dal fuoco non appena i bocconcini di pesce saranno ben dorati e salarli il giusto;
7) Far sciogliere intanto un cucchiaio scarso di burro in un tegame e far tostare per bene il riso;
8) Continuare la cottura del riso aggiungendo di tanto in tanto il brodo;
9) Quando il riso è giunto a cottura, aggiungere i piselli frullati;
10) Comporre il piatto servendolo in accompagnamento a qualche bocconcino di pesce e una spruzzata di pepe.

lunedì 2 febbraio 2015

Alla ricerca della Teoria del Tutto...

La Teoria del Tutto (titolo originale The Theory of Everything) di James Marsh (conosciuto per il documentario Man of Wire ovvero la storia del funambolo Philippe Petit) con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Harry Lloyd ed Emily Watson.
Il film è un biopic sulla storia del celebre fisico, astrofisico e cosmologo Stephen Hawking, adattato sulla biografia “Travelling to Infinity: My Life With Stephen”, scritta dall’ex-moglie Jane Wilde Hawking.
Hawking, brillante e promettente laureando in Fisica nella prestigiosa Università di Cambridge, non riesce ancora a trovare un argomento per la sua tesi di dottorato, quando si innamora di Jane, una studentessa di Lettere. Ecco l’inizio di una storia d'amore che non teme il tempo; sarà proprio il tempo al centro delle ricerche del fisico, che riuscirà a sconvolgere il mondo della scienza con le sue teorie all’epoca considerate strambe e sconsiderate.
In parallelo alle elaborazioni matematiche per trovare un’equazione alla base della nascita dell’universo, l’uomo resta imprigionato in un corpo che sembra lentamente abbandonarlo a causa della malattia dei motoneuroni che compromettono muscoli e abilità di linguaggio. Anche se gli fu diagnosticata questa tremenda malattia degenerativa con una prospettiva di vita di solo due anni, egli ha dimostrato al mondo intero di essere sopravvissuto al tempo che non ha certo inghiottito in un buco nero la sua enorme voglia di vivere: “Finché c'è vita, c'è speranza”.
Troppi davvero gli elementi banali e un po’ retorici utilizzati per raccontare una storia così straordinaria che tenta in ogni momento di commuovere gli spettatori.
Il ritmo davvero lento nella prima parte riesce ad accelerare leggermente nel secondo tempo, dove le uniche note positive e rimarchevoli sono senza dubbio la magistrale e (a dir poco) espressiva prova attoriale di Eddie Redmayne (che, con estrema delicatezza, riesce a ricreare la sofferenza con lo sguardo e la mimica facciale senza trasformare la sua interpretazione in una macchietta) insieme alla bellissima e nitida colonna sonora di Jóhann Jóhannsson.
Vale la pena vederlo? Forse sì, solo giusto per conoscere in breve la straordinaria vita di un uomo, che nonostante la malattia, è riuscito ad amare, a costruire una famiglia e allo stesso tempo ad affermarsi nel mondo accademico, scrivendo anche best-seller come “A Brief History of Time”, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.


P.s.: Dopo aver già fatto incetta di premi ai vari festival cinematografici, il film concorre anche a ben 5 premi Oscar… si sa benissimo che le pellicole che mostrano volti sfigurati, vite spezzate da tragicità o malattie vincono sempre. 

mercoledì 10 dicembre 2014

Marnie e la torta di mandorle

Oggi un dolcetto trovato in un film del 1964 che porta la firma del grande regista Alfred Hitchcock: si tratta di Marnie.
Marnie Edgar (Tippi Hedren, anche se questo ruolo in origine era stato pensato per Grace Kelly, all’epoca già diventata moglie del principe Ranieri di Monaco) è una scaltra ladra professionista che si fa assumere con false referenze per poi derubare i suoi datori di lavoro e cambiare di nuovo identità. Mark Rutland (un giovane e ancora affascinante Sean Connery), presidente di una case editrice, decide di assumerla nonostante abbia già capito le sue intenzioni truffaldine. 
All’ennesimo furto Mark, già perdutamente innamorato di lei, le propone di sposarlo in modo da non farla finire in prigione. Lei accetta anche se non ne è innamorata; soltanto dopo il matrimonio lui scoprirà che Marnie non solo è una ladra bugiarda, ma anche psicologicamente fragile (terrorizzata dai temporali e dal colore rosso) e frigida a causa di un grave trauma subito da bambina, che lui tenterà in ogni modo di farle superare.
All’epoca il film, basato in parte sul romanzo di Winston Graham, non ottenne un grande successo di pubblico, forse perché è uno dei pochi capolavori di Hitchcock a soffermarsi con tanta attenzione all’approfondimento psicologico del personaggio principale. 
Rispetto ad altri famosi effetti speciali utilizzati nei suoi lavori, il maestro del brivido usò delle tecniche non molto convincenti e ampiamente criticate, in particolare i fondali dipinti carenti di prospettiva e troppo poco realistici.
Venendo alla ricetta...
Dopo uno dei suoi colpi Marnie torna a casa dalla madre anziana, la quale, nonostante i regali e la stola di pelliccia, sembra dimostrare più affetto per la bambina della vicina a cui bada tutti i pomeriggi, a cui sta preparando una profumatissima torta alle mandorle.
Non sapendo quale ricetta proporvi, ne ho creato una mia, prendendo spunto dalla famosa ricetta della famosa almond cake della compianta regista Nora Ephron. Ne è venuta fuori una torta di mandorle molto semplice e davvero morbida, piacevole anche in accompagnamento di un tè o a fine pasto.


Ingredienti: 4 uova, 150 g zucchero, 150 g burro, 80 g fecola, 80 g farina 00, 50 g farina di mandorle, 50 g di mandorle sbucciate, 1 bustina di lievito per dolci, zucchero a velo q.b. e un pizzico di sale

Procedimento:
1) Separare i tuorli dagli albumi e, incorporato lo zucchero (leggermente frullato e reso quasi a velo), montare il composto con il frullatore;
2) In seguito aggiungere anche il burro sciolto e continuare a montare il composto;
3) A parte frullare le mandorle in pezzi e unire la farina ottenuta insieme agli altri componenti secchi, che andranno poi aggiunti al resto del composto ottenuto;
4) Molto delicatamente incorporare infine anche gli albumi montati a neve;
5) Versare l’impasto nella teglia infarinata e infornare a 180° per 40 minuti circa;
6) Lasciar raffreddare la torta e servire con abbondante zucchero a velo.

mercoledì 29 ottobre 2014

Il ritratto di un Giovane Favoloso

Non è stato semplice decidere che cosa scrivere del tanto acclamato film Il giovane favoloso… Trascorsa quasi una settimana, non credo di aver trovato la giusta chiave di lettura di una pellicola dai tratti così poetici ma al tempo stesso dai tempi davvero troppo dilatati. Senza dubbio è un film che traccia con notevole sincerità (e simpatia) il ritratto di Giacomo Leopardi, un genio italiano dall’animo fragile, all’epoca incompreso e oggetto di discussioni tra gli intellettuali del suo tempo.
Condivido pienamente le parole del regista Mario Martone, il quale  ha definito “Il giovane favoloso” la storia di un’anima. “Affrontare la vita di Leopardi significa svelare un uomo libero di pensiero, ironico e socialmente spregiudicato, un ribelle. Si mette sempre l’accento sulla malinconia leopardiana, ma sono la forza dell’illusione e la consapevolezza della caducità del vero i tratti distintivi della sua modernità. In questo senso Leopardi parla di oggi”.   
Il racconto, infatti, traccia una biografia sommaria dei fatti più salienti (e curiosi) della giovinezza dello scrittore e poeta recanatese, trascorsa per lo più tra i libri dell’immensa biblioteca di famiglia fino ai suoi ultimi giorni a Napoli passati in compagnia del fidato amico Antonio Ranieri (Michele Riondino).
In questo ritratto (lacunoso per alcuni aspetti) emerge però una splendida ricostruzione negli ambienti e nei costumi della società ottocentesca italiana.
Il Leopardi, interpretato in modo a dir poco magistrale da Elio Germano, non ha nulla a che fare con tutte le nozioni che ci sono state regalate a scuola: Leopardi era infatti molto di più del semplice pessimismo cosmico che sembrava riassumere per i miei professori l’intera poetica di questo grande scrittore. Dal film affiora soprattutto il suo lato buffo, il suo disagio interiore contro una società in cui non si ritrova, ma specialmente il suo senso di ribellione contro la Natura che lo ha imprigionato in un corpo fragile, contro Monaldo (Massimo Popolizio), il padre-padrone, e soprattutto contro la sua città, Recanati, che gli andava troppo stretta visto il suo genio creativo.
Come detto sopra, nonostante l’estrema lunghezza del film, dove troppo spesso il voice-over o le immagini sono state il punto focale di un racconto lento e esageratamente descrittivo, ho trovato davvero magnifica e toccante la lettura de ‘L’infinito’ ma specialmente quella nel finale dei versi della poesia ‘La Ginestra’, che, attraverso delle immagini toccanti e potenti, hanno regalato un crescendo vero di emozioni.
L’unica nota positiva di questo film è che ho sentito davvero una gran voglia di riprendere le poesie di Leopardi e leggerle con occhi diversi…