sabato 25 giugno 2016

Fuocoammare: la storia di Lampedusa

I fatti di cronaca continuano ogni giorno a raccontare la morte di centinaia di clandestini disperati che cercano di iniziare una nuova vita approdando in Italia sull’isola di Lampedusa. Nessuno fino ad ora aveva avuto il coraggio di raccontare attraversoil cinema il dolore che provano migliaia di uomini, donne e bambini stremati che, provenienti da paesi lontanissimi e senza più nulla, accettano mesti di essere visitati, controllati e schedati mentre sono tratti in salvo.
Vincitore dell’Orso d’oro all’ultimo festival internazionale del cinema di Berlino, Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha commosso tutti per la delicatezza con cui il regista è stato capace di raccontare le tragedie dietro agli sbarchi dei clandestini a Lampedusa e allo stesso tempo di come scorre la vita degli isolani e dei sopravvissuti.
Lampedusa, infatti, viene raccontata su più livelli: gli stranieri, i lampedusani, Samuele e il dottore locale.
La Lampedusa dei migranti viene descritta dall’avvistamento in mare degli scafi, dove centinaia di persone ammassate rischiano di affondare e vengono tratte in salvo dai militari,dalle visite e la schedatura nei centri di accoglienza, in cui possono cominciare a sperare in un futuro migliore, fino al racconto struggente di alcuni uomini che parlano (anche cantando) di cosa hanno dovuto subire in quel lungo viaggio della speranza.
Ma la Lampedusa dei migranti è fatta anche di sofferenza e soprattutto di morte: il regista non risparmia allo spettatore nemmeno le scene più cruente dei morti per asfissia nelle stive e la sensibilità con cui si sofferma sugli sguardi vitrei di quegli immigrati disidrati o sugli occhi pieni di disperazione e gonfi di lacrime di donne o uomini che hanno appena perso un loro caro in mare lascia davvero spiazzati.
I silenzi e i pianti strazianti sono solo interrotti dai rumori di sottofondo delle voci dei militari, dei motori della motovedette della Guardia Costiera e delle onde del mare.
La Lampedusa degli isolani, invece, si presenta attraverso la quotidianità delle vite di anziani, pescatori e casalinghe che preparano il pranzo e richiedono di far passare le canzoni sulla radio locale, dedicandole ai propri famigliari in mare.
Ma la storia più avvincente è quella di Samuele, un simpatico ragazzino che ama stare in mezzo alla natura selvaggia, giocare con la sua fionda artigianale tirando sassi agli uccelli e ascoltare rapito i racconti del padre pescatore e della nonna durante le giornate di pioggia. Samuele ancora non ama quel mare e riesce a fatica ad abituarsi al suo ondeggiare.
Samuele non incontra mai gli immigrati, ma, a causa del suo occhio “pigro”, che sta lentamente rieducando con l’ausilio di una benda, viene visitato dal dottor Bartolo, unico medico e unico punto di incontro con l’altra faccia dell’isola.
È l’unico infatti a doversi occupare non solo di aiutare i malati più o meno gravi tratti in salvo ma anche di doverne costatare i decessi.
Il suo breve intervento è un pugno allo stomaco perché in pochi fotogrammi è capace di raccontare come la sua routine sia scandita dai bollettini della guardia costiera sull’arrivo incessante di barconi.
Rosi usa la macchina da presa con grande rispetto, in modo sapiente e mai scontato, regalando immagini bellissime senza filtri e intessendo una storia che dovrebbe far riflettere chiunque sul significato di parole come speranza e disperazione.

P.s.: Fuoccomare è il titolo di una canzone, passata alla radio durante il film, che racconta dei bombardamenti del 1943 a Lampedusa, di cui era andato perduto il testo ma non la musica che grazie al film è stata riportata alla vita.

domenica 15 maggio 2016

Lenny Abrahamson sorprende con “Room”

Non si può ridurre la trama di Room del regista Lenny Abrahamson alla sola storia di una madre e un figlio… è molto altro. Molto di più.
La prima parte del film è ambientata all’interno di “stanza”, l’unico vero mondo conosciuto da Jack, il piccolo protagonista; non si è mai sentito in trappola, grazie a una madre forte e coraggiosa, Joy (chiamata semplicemente “Ma”), che è riuscita a educarlo come se davvero quel luogo così angusto, in cui sono tenuti prigionieri da anni, potesse essere comunque un luogo perfetto semplicemente perché erano insieme.
La realtà, però, è ben diversa e “Ma” lo sa bene. Lei non ha sempre vissuto in “stanza” e vorrebbe tanto tornare nel mondo reale che non è certamente quello racchiuso da quattro pareti luride, così pian piano la rassegnazione di “Ma” lascia spazio alla rabbia e alla voglia di evadere, perché si rende conto che Jack ha il diritto di conoscere quello che c’è davvero di bello all’esterno e che non riuscirà ancora per molto a sopperire alla sua curiosità e alle sue numerose domande.
La verità, però, è difficile da accettare per un bambino di soli cinque anni, convinto che il suo mondo è stato sempre e solo quello e che non ci sia altro all’esterno, ma con difficoltà e tanta paura, il suo coraggio guiderà entrambi verso la libertà.
Così mentre il bambino comincia a crescere, abituandosi ai volti dei nuovi familiari, ai giocattoli e agli ambienti della casa della nonna in cui sono ospitati momentaneamente, Joy subisce un colpo di arresto e sembra come implodere: il sapore della libertà dopo 7 lunghi anni di segregazione e abusi ha un gusto davvero dolce, ma dover riprendere in mano la propria vita non è così semplice come pensava.
È sorprendente il fatto di come il film non ristagni mai nonostante la scena risulti davvero claustrofobica nella prima parte e di come, scegliendo il punto di vista del piccolo Jack, la prospettiva anche delle scene più dure (ad esempio le regolari visite del loro aguzzino Old Nick che continua ad abusare della giovane ragazza) risulti appianata anche per lo spettatore.
Un equilibrio perfetto nella recitazione dosata con maestria dei due protagonisti (anche se il piccolo Jacob Tremblay ha davvero offuscato la bravura di Brie Larson in diversi momenti, specialmente nella scena della fuga quando i suoi occhioni sono sgranati per la meraviglia di poter ammirare il cielo, le nuvole e le chiome degli alberi per la prima volta) e nel racconto, dove vengono toccati numerosi aspetti dell’amore forte tra madre e figlio, dell’uso del tempo e del significato di due concetti dati forse troppo per scontato come felicità e libertà.

domenica 24 aprile 2016

Aperitiviamo n.2?

Per tornare ai fornelli ho scelto una ricetta davvero semplice da preparare che ho tratto da un film del 1999 di Simon West, La figlia del generale, con John Travolta, Madeleine Stowe, Timothy Hutton, James Woods e James Cromwell. Una pellicola abbastanza cruda che regala diversi colpi di scena e che inaspettatamente convince sino alla fine.       
Paul Brenner (Travolta), un poliziotto dai modi un po’ cafoni, deve indagare sulla morte del capitano Elizabeth Campbell, donna molto affascinate e figlia del generale della base in cui è stata trovata morta.
Le indagini lo porteranno a scoperchiare torbide scoperte e un passato ancora più sordido che sembrava ormai rimasto sepolto per sempre.
Davvero ottimo il personaggio interpretato dal Woods, il capitano Robert Moore ovvero psicanalista e amico della vittima, che si ritrova a parlare con Travolta nel bel mezzo della preparazione di una cena a casa sua di teorie sull’abbandono e della fragilità di una donna piena di segreti come Elizabeth.
Delle varie pietanze proposte, sono rimasta affascinata da un particolare pane ripieno appena sfornato dal forno.
In realtà è una ricetta gustosa, fatta con ingredienti semplicissimi, che può essere un’ottima alternativa da preparare per un aperitivo veloce con gli amici, accompagnato da un analcolico o un bicchiere di buon vino bianco.
Il pane ripieno è una pagnotta integrale farcita di gustosissimi ingredienti: filante fontina, prosciutto cotto di Praga, peperoni grigliati e pomodori secchi.


Ingredienti: pagnotta rotonda o parigino da 500 g, 120 g di prosciutto cotto di Praga, 60 g di provola o scamorza affumicata, 30 g di burro e origano.

Procedimento:
1) Tagliare la scamorza a fettine sottili e il prosciutto a striscioline;
2) Incidere il pane con un coltello seghettato (sia orizzontalmente che verticalmente), tagliando delle fette abbastanza larghe e facendo attenzione a non toccare la base del pane;
3) Farcire le varie fette di pane, alternando gli ingredienti preparati in precedenza;
4)  Far sciogliere il burro  in un tegamino, dopodiché cospargerlo con l’aiuto di un pennello sopra il pane;
5) Spolverare il pane con dell’origano e della scamorza affumicata grattugiata grossolanamente.
6) Ripassare il pane in forno a 180° per circa 10 minuti in modo da rendere filante il formaggio all’interno e sopra.
È ottimo da consumarsi ancora caldo.

P.S.: Io ho scelto l’alternativa più semplice, ma è possibile arricchire la ricetta con numerosi ingredienti come pomodorini, carciofini, verdure grigliate, ecc.

domenica 10 aprile 2016

Il vero giornalismo secondo "Il caso Spotlight"

Oggigiorno quanti brutti telegiornali/giornali siamo costretti a guardare/leggere? Perchè il cuore della notizia ormai sembra ridotto solo a un miraggio nel deserto?
Sono rimasti davvero in pochi i giornalisti in grado di fare il loro lavoro ovvero di portare alla luce tematiche scottanti e notizie importanti per le proprie comunità locali o per l’intera società senza temere di mettere i bastoni tra le ruote a potenti o politicanti.
Anche sul grande schermo da anni mancava un bel film sul vero giornalismo investigativo, come per esempio il magistrale Tutti gli uomini del presidente di Pakula, ma fortunatamente è arrivato Il caso Spotlight.
Tra il 2001 e il 2002 un gruppo di giornalisti della sezione Spotlight del Boston Globe, composta da Walter Robinson (Michael Keaton), Mike Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Matt Carroll (Brian d'Arcy James), riuscì a portare a galla gli abusi sessuali perpetrati da svariati prelati della Arcidiocesi di Boston, rimasti impuniti dalle autorità e insabbiati dai media e dalla curia per anni.
Il film segue passo dopo passo i lunghi mesi di indagini, ricerche di archivio e interviste con alcune delle vittime ancora in vita (la maggior parte si era suicidata o rimasta uccisa a causa di droga o alcool), precedenti alla pubblicazione di una lunga serie di articoli che smascherarono apertamente la
Chiesa di aver coperto questi atti ignobili e che diedero il coraggio a molte persone di denunciare gli abusi subiti da bambini, che per vergogna avevano preferito tacere.
La cosa che più allarma non è il fatto che il film sia una storia vera (considerato il numero di notizie legate a preti pedofili che ancora oggi vengono a galla in tutto il mondo), ma di come si tratti quasi di una prassi legata a un disturbo sessuale all’interno del clero cattolico.
Il caso Spotlight del regista Thomas McCarthy (noto per il piccolo capolavoro di L'ospite inatteso) ha guadagnato giustamente l’Oscar come miglior film, dimostrando di avere non solo un gran cast (vanno menzionati anche gli attori Liev Schreiber e Stanley Tucci) ma soprattutto una sceneggiatura ben scritta che ha saputo raccontare con rigore un tema davvero spinoso e ancora troppo attuale, che la Chiesa nella figura di Papa Francesco sembra aver finalmente preso coscienza, con la piena volontà di non lasciare impuniti tali atti di perversione.

sabato 12 marzo 2016

Siamo davvero dei "Perfetti sconosciuti"?

Può un gioco innocente rovinare gli equilibri di una coppia apparentemente stabile o di un’amicizia che dura dai tempi dell’infanzia?
Paolo Genovese con il suo nuovo film Perfetti sconosciuti mette in scena un gioco al massacro che spazzerà via ogni certezza. Un intreccio di storie davvero speciale, che non risente affatto della staticità degli ambienti che ricorda molto il teatro. La pellicola, infatti, si sviluppa prevalentemente intorno a un tavolo e cresce di intensità mano a mano, facendo venire allo scoperto storie e sottostorie dai risvolti infiniti, dove alla fine i migliori si rivelano essere i peggiori in ogni senso.
Un innocente cena fra tre coppie di amici (Marco Giallini, chirurgo plastico di successo, sposato con la psicanalista Kasia Smutniak; Valerio Mastandrea, impiegato infelicemente sposato con Anna Foglietta ed Edoardo Leo, tassista  con il pallino del buon affare, novello sposo della veterinaria Alba Rohrwacher) e l’amico single (Giuseppe Battiston) che dovrebbe far finalmente conoscere la sua nuova ragazza, ma che si presenterà da solo.
Per scherzo la padrona di casa (Smutniak) decide che ognuno debba mettere il proprio cellulare sul tavolo  e permettere a tutti di entrare nel proprio personale piccolo mondo e, senza alcun filtro, leggere qualsiasi messaggio o chiamata arrivi. Nei tempi moderni il cellulare è ormai diventato il custode di ogni più piccolo segreto… far venire allo scoperto anche un’innocente bugia può scatenare un vero inferno, creando incomprensioni e smascherando falsità.
Un cast davvero perfetto e affiatato che è riuscito a dar vita a una magnifica opera corale, dai ritmi precisi e serrati grazie ai dialoghi pieni di comicità e sarcasmo al punto giusto. Anche se lo schema narrativo non è certamente una novità e già utilizzato per diverse commedie italiane (e straniere come il famoso film francese Cena tra amici), bisogna ammettere che funziona sempre e ancora una volta un semplice momento conviviale può innescare terribili reazioni a catena.
Davvero ottimo il finale, che stupisce ma lascia sicuramente l’amaro in bocca: siamo davvero sicuri di conoscere così bene chi amiamo o chi è nostro amico?
Finalmente un bel film italiano: una tragi-commedia con quel pizzico di cinismo che non guasta per descrivere uno spaccato sociale mai così veritiero ovvero l’importanza che diamo tutti noi ai social e all’uso dello smartphone perdendo la vera possibilità di comunicare e ascoltare chi ci sta accanto.

domenica 28 febbraio 2016

La perfezione di Carol

Carol, il nuovo film di Todd Haynes tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith ha il pregio (e difetto) di somigliare per molti o troppi versi alla trama di un altro suo gran bel film, Lontano dal paradiso (2002).
Entrambi, infatti, sono ambientati negli anni cinquanta e parlano di una donna della medio/alta borghesia e della difficoltà di poter vivere l’amore, di qualunque natura esso sia, perché l’omosessualità in quell’epoca, così contraddittoria, era ancora vista come un tremendo tabù.
Ma se nell'altro era il marito a vivere la sua attrazione per gli uomini come una patologia da curare, in Carol si racconta l’amore passionale tra due donne, che scoprono di amarsi davvero piano piano.
Therese Belivet (Rooney Mara, che ricorda molto la Hepburn di quegli anni), una giovane commessa, amante della fotografia, si imbatte per caso in una donna matura, elegante e affascinante, Carol Aird (Cate Blanchett, superlativa come sempre) e in un batter d’occhio quella semplice attrazione si trasforma in un amore profondo, intenso e composto.
Non è certo quel genere di film che racconta di quelle famiglie perfette uscite da riviste patinate: Carol, infatti, è una donna che sta divorziando e che è risaputo aver avuto già altre esperienze lesbiche, eppure sembra strano quanto il loro rapporto non venga messo alla gogna dall’intera società ma solo dal marito respinto (Kyle Chandler, che finalmente Hollywood sta riscoprendo anche in film di spessore). 
Carol è a dir poco perfetto dal punto di vista tecnico: la sua grande particolarità è che è stato girato in pellicola utilizzando soprattutto luce naturale, ma anche i costumi e il trucco perfetti sono riusciti a regalare una forte autenticità alla storia. Altrettanto curata la scenografia e gli esterni, che spesso finiscono per somigliare a dei quadri di Edward Hopper.
Non è certamente un film politico, ma un semplice racconto melodrammatico di una grande storia d’amore che non fa distinzioni di razza, classe, età e specialmente orientamento sessuale… tema decisamente molto attuale.

domenica 14 febbraio 2016

Revenant – Redivivo: la voglia di vendetta secondo Iñárritu


Dopo aver stupito con Birdman, Alejandro González Iñárritu si conferma uno dei registi più talentuosi dell’epoca contemporanea grazie al suo ultimo sforzo cinematografico, Revenant Redivivo (tratto dal libro di Michael Punke), lontano anni luce dal primo sia per scelta di contesto, contenuti che tecnica di ripresa ma altrettanto capace di sbalordire. Un film dalla forza bruta ma dalla potenza indescrivibile che può vantare la straordinaria veridicità anche nelle scene più crude (in particolare la sequenza iniziale durissima dell’attacco violento degli indiani, che rimarrà nella storia del cinema e l’impressionante scena di lotta fra il personaggio di Di Caprio e l’orso grizzly); la strabiliante fotografia di Emmanuel Lubezki, capace di utilizzare al meglio la luce naturale per catturare una natura selvaggia dalla bellezza senza tempo (co-protagonista affascinante e spietata a tutti gli effetti); il trucco e i costumi realizzati in modo quasi perfetto, ma, soprattutto, la bravura degli attori, che non si sono affatto risparmiati e sono stati capaci di mettere a nudo ogni emozione specialmente nell’uso sorprendente dei primi piani.
Va certo reso onore alla stratosferica grandezza recitativa dimostrata da Leonardo Di Caprio, capace di sconvolgere e coinvolgere lo spettatore anche nei momenti di assoluto silenzio: in questo film ha davvero dato tutto se stesso, corpo e anima.
Prima metà dell’800. Il terreno gelido e inospitale del Nord America è stato il triste scenario di numerose lotte degli ultimi indiani che hanno tentato di resistere all’attacco per mano dell’uomo bianco, intento a sfruttare quei territori ancora a lui sconosciuti.
Iñárritu, però, ha voluto raccontare questo triste capitolo della storia americana usandolo come sfondo delle grandi imprese del famoso Hugh Glass. I pochi superstiti di un gruppo di cacciatori di pelli, presi sotto assedio da una tribù di indiani Arikara, decidono di farsi guidare da Glass per ritornare al loro forte sfruttando la sua approfondita conoscenza di quelle montagne e di quei territori così impervi.
Sopravvissuto all’attacco di un orso, resta gravemente ferito e rischia quindi di compromettere il rientro di tutta la squadra. Il perfido compagno di spedizione Fitzgerarld (uno strabiliante Tom Hardy) finge di restare con Glass in attesa dei soccorsi, ma sarà solo la scusa per porre fine alle sue sofferenze e intascare la ricompensa per aver accettato di restare insieme a lui.
Deciso a voler tornare a casa a tutti i costi, Fitzgerarld tenta di soffocare Glass, che viene subito soccorso da Hawk, il figlio mezzo sangue, che viene subito ucciso. Lasciato a morire nel freddo, senza neanche una degna sepoltura, Glass lotterà con tutto se stesso e con quel poco di forze che gli sono rimaste per poter vendicare la morte del figlio.
Revenant, che ricorda per molti versi lo stile del grande regista Terrence Malick, risultando lento in diversi punti (specialmente nei momenti in cui il protagonista ha diverse visioni, alquanto ridondanti e dannose per il ritmo del racconto) e con i dialoghi/monologhi davvero essenziali, è una vera e propria opera d’arte visiva che colpisce al cuore e alla pancia.

martedì 9 febbraio 2016

Voglia di un dolcetto di Carnevale?

Oggi è l’ultimo giorno di Carnevale e quindi, vista la lunga assenza di una bella ricetta nel blog, non ho resistito nel proporvi un dolcetto abbastanza in tono con questa giornata.
Non è una ricetta tipica dei dolcetti che siamo abituati a mangiare in Italia durante il periodo di carnevale come le frappe… bensì è un dolce tipicamente americano e per la precisione di New Orleans… città famosa per il suo Mardi Gras ma soprattutto per i suoi beignets.
Lo so, l’ho presa davvero alla larga oggi, ma vorrei farvi conoscere un dolce semplice ma buono che mi è stato ispirato da un film davvero carino sulla cucina di strada e lo street food di qualità.
Sto parlando di Chef - La ricetta perfetta, film diretto e interpretato da Jon Favreau che racconta la storia di Carl, uno chef molto bravo ma anche molto suscettibile che non accetta l’idea di aver perso un po’ in audacia.
Dopo aver ricevuto una stroncatura per il suo menù ritenuto poco coraggioso, lo chef reagisce in modo eccessivo e il proprietario decide quindi di licenziarlo.
Dopo un primo momento di sconforto, Carl è pronto a rimettersi in gioco e proprio a bordo di un furgone (o meglio noto come food truck) vuole di nuovo accostarsi alla gente vera e cucinare per loro non piatti dal nome altisonante o dal gusto poco chiaro ma dell’ottimo cibo di strada.
Una commedia davvero genuina (forse un po’ scontata sul finale, ma quello è il tocco di Hollywood che non può mancare) che fa venire l’acquolina in bocca per i molteplici piatti succolenti che vengono preparati durante tutto il film.
L’unica pietanza, però, che Carl non cucina ma che quando arriva a New Orleans fa assaggiare al figlio che lo accompagna durante tutto il suo viaggio sono proprio i beignets: cosa sono? Delle semplici ma piacevolissime frittelle lievitate, dall’impasto molto semplice e ricoperte da una montagna di zucchero a velo!
Continuate a leggere… 


Ingredienti: 350 g di farina 00, un cucchiaio di zucchero, 1 bustina di lievito di birra secco, 1 uovo, 1 tazza di latte parzialmente scremato, 1 cucchiaino di sale, cannella, olio per friggere e zucchero a velo.
Procedimento:
1)    Scaldare leggermente il latte e unirlo al lievito, finchè non si sarà completamente sciolto;
2)    Unire all’impasto l’uovo, la farina,lo zucchero,il sale e la cannella (a volontà);
3)    Lavorare energicamente in modo da ottenere un impasto ben fermo ma allo stesso tempo un po’ colloso;
4)    Coprire con un canovaccio e lasciare lievitare fino a quando non avrà raddoppiato in altezza (N.B. per accelerare i tempi di lievitazione potete preriscaldare il forno e lasciare l’impasto sempre coperto al suo interno)
5)    Stendere l’impasto con l’aiuto di un mattarello e ottenere una sfoglia spessa circa mezzo centimetro;
6)    Tagliare a quadrotti di medie dimensioni (circa 4x4)e lasciare nuovamente lievitare per almeno mezzora;
7)    Scaldare l’olio in una pentola capace e friggere i quadrotti di pasta su ogni lato;
8)    Appena diventano dorati, scolare e lasciare asciugare su della carta assorbente;
9)    Cospargere i beignets con abbondante zucchero a velo e servire tiepidi.
P.s. nella foto ho provato anche a fare i beignet con lo zucchero semolato…a voi la scelta?!

mercoledì 27 gennaio 2016

Davvero una bella... grande scommessa

La Grande Scommessa (titolo originale “The Big Short”, tratto dal libro di Michael Lewis) del regista Adam McKay (conosciuto solo per pellicole di serie B) racconta cosa accade prima dello scoppio della grossa bolla immobiliare negli Stati Uniti ovvero di come mentre tutti credevano che il mercato americano fosse il più stabile di tutti, un piccolo gruppo di individui (interpretati da Christian Bale, Ryan Gosling, Steve Carell, ma nel cast figurano anche Marisa Tomei e Brad Pitt) percepì quanto stava per accadere e si arricchì scommettendo contro il sistema.
Si tratta di una storia vera e quello che è ancor più grave è il fatto di scoprire come una delle più grandi crisi economiche della storia risulti esser stata architettata da alcuni disonesti di Wall Street, i quali hanno pensato di poter guadagnare un mucchio di soldi vendendo pacchetti azionari fasulli, che come unica garanzia avevano l’affidabilità di quelle persone che pur di comprarsi una casa erano pronte a chiedere un mutuo a tasso variabile.
In milioni hanno perso casa e lavoro ma gran parte dei colpevoli l’ha fatta franca e senza perderci neanche un dollaro.
Un film dalle ottime pretese che ha l’unica pecca di perdere leggermente ritmo nel finale. Una pellicola che con i tempi serrati e precisi del montaggio sostiene l’uso della macchina da presa quasi altalenante. La sceneggiatura è eccellente (in particolare alcuni dei monologhi di apertura) e molto originale per il modo in cui vengono coinvolti con naturalezza anche personaggi dello show-biz (Margot Robbie o Selena Gomez), certamente valorizzata dalla bravura di tutti gli attori, sia di quelli dai nomi altisonanti “acchiappa-pubblico” che di quelli considerati secondari. Spiccano su tutti i personaggi di Carrel e di Bale, rispettivamente nei panni del cinico operatore finanziario Mark Baum e dello stralunato e introverso analista Micheal Burry che prima di tutti aveva intravisto una falla nel sistema.Un film irriverente e cinico, capace di coinvolgere il pubblico nonostante la lunghezza complessiva e l’uso continuo di termini economici di difficile comprensione e di raccontare il mondo della finanza senza mezzi termini, colpendo a fondo l’orgoglio made in USA e allo stesso tempo mettendo a nudo l’amoralità dell’uomo di fronte al dio denaro.

giovedì 14 gennaio 2016

Assolo: la storia di una donna magnificamente imperfetta

Dopo aver dimostrato di stare a suo agio dietro la macchina da presa in Ciliegine, la magnifica Laura Morante è torna a vestire i panni di regista, ma anche sceneggiatrice (insieme a Daniele Costantini) e protagonista, della deliziosa e garbata pellicola intitolata Assolo.
La storia è completamente intessuta intorno a Flavia (Morante), una donna cinquantenne in piena crisi di mezz’età che, dopo aver affrontato due matrimoni, due figli e diversi fidanzati e amanti sembra aver perso la bussola. Si sente sola e non si conosce a tal punto da non riuscire a raccontare nulla di sé neanche alla psicoterapeuta (Piera Degli Esposti), alla quale preferisce raccontare la vita degli altri. Ha perso ogni interesse verso di sé, ma soprattutto verso una vita vuota e piena solo di ricordi di altri. Una donna insicura e fragile che si è sempre annullata per gli uomini con cui è vissuta e ha fatto di tutto pur di compiacerli. Incapace di tener testa ai suoi ex anche dopo la fine delle loro unioni, è diventata persino amica delle rispettive compagne. Anche le sue amicizie non fanno che indebolirla, perché in continua balia delle vicissitudini di quelle donne così disinibite, caparbie e lontane dal suo modo di vedere le cose.
C’è molto teatro in questo film e lo si percepisce sin dalla prima scena. Davvero ottimo infatti l’inizio che miscela alla perfezione la teatralità del sogno e la voce fuori campo della protagonista che già ci fa entrare in un mondo di insicurezze e mancanza di autostima poi sottolineate con grande garbo durante le varie sedute psicanalitiche.
Nel cast ci sono anche altri attori di tutto rispetto come Angela Finocchiaro, Francesco Pannofino, Marco Giallini, Gigio Alberti, Lambert Wilson, Donatella Finocchiaro, Edoardo Pesce, e Filippo Tirabassi.Una commedia non troppo pretenziosa, dal ritmo lento ma non certamente noioso, che invita palesemente le donne di ogni età, anche se imperfette, a guardare sempre avanti e ad amarsi di più, perché solo in questo modo riusciranno a essere amate anche dagli altri.

giovedì 10 dicembre 2015

Il sapore del successo e l'arroganza di uno chef

Il sapore del successo del regista John Wells (noto forse per il recente I segreti di Osage County) è un film che loda il buon cibo e la ricerca della grande cucina attraverso il fascino di Bradley Cooper.
Adam Jones (Cooper), chef stellato scorbutico che ha buttato via il suo successo e la sua vita per colpa di droga, alcool e donne, vuole tornare alla ribalta, ripartendo da un ristorante di Londra con l'obiettivo di guadagnare la tanto ambita terza stella Michelin.
Nonostante la sua rinomata bravura di trasformare anche i sassi in piatti eccezionali, Adam deve sperare in una seconda occasione, riconquistando la fiducia di molti amici, cuochi e responsabili di sala, che hanno perso molto per colpa sua.
La sua caparbietà e il suo carisma lo faranno tornare sulla breccia e al contempo capirà anche che non è possibile riuscire in qualcosa di grande senza l'aiuto di qualcuno, specialmente qualcuno in cui si ha completa fiducia.
Sicuramente si tratta di un film dal sapore decisamente commerciale (e a tratti anche un po' scontato), ma che può vantare un ottima sceneggiatura, valorizzata dal montaggio serrato e una buona regia.
Un grande cast, tra cui spiccano Daniel Brühl, Omar Sy e Uma Thurman in un brevissimo cameo, ma brillano decisamente i due personaggi femminili principali: Sienna Miller è ipnotica (anche se poco convincente quando tira la pasta), ma la simpatia della psicoterapeuta Emma Thompson cattura anche se ha poche pose di scena.
Peccato davvero che si parli troppo poco dei piatti e la storia della preparazione resti nascosta dietro le padelle e i fornelli. Lo dico con rammarico perchè ero prontissima a prendere spunto anche solo per un piatto e invece tutto sfugge e si giunge all'impiattamento senza seguire il fil rouge della lenta ricerca degli ingredienti e dell'oculata preparazione dietro ogni piccolo dettaglio che i grandi chef dedicano per rendere particolari e grandi anche i piatti più poveri.



mercoledì 25 novembre 2015

IO, AQUILA - Manuale di volo… e di vita

Oggi faccio volentieri un'eccezione e non parlo né di film né di ricette.
Vi è mai capitato di leggere un libro talmente bello o coinvolgente a tal punto da non riuscire a staccare gli occhi dalle pagine? Immagino di sì. Ognuno di noi è affezionato almeno a un libro perché legato a un momento particolare della propria vita, perché leggendolo ci siamo immedesimati nelle avventure dei personaggi o semplicemente perché avremmo tanto voluto vivere nello stesso periodo storico in cui era ambientata quella storia (mi capita sempre quando leggo Jane Austen).
Ma vi è mai capitato che, durante la lettura, le parole sembrino come saltare fuori dalle pagine e prendere vita perché scritte in modo inequivocabile? Pochi scrittori e poeti sono dotati dell'abilità di creare magicamente delle immagini grazie a un uso sapiente delle parole, dei toni, delle pause, dei dialoghi/monologhi...
Tutto ciò per dirvi insomma che per la prima volta posso anche vantarmi di conoscere uno di questi scrittori. Sto parlando di Giorgio Tassi, un bravissimo fotografo con la passione per la montagna ma anche una buonissina penna.
Ha scritto e auto-pubblicato la sua prima opera di prosa "IO, AQUILA – Manuale di volo". Un'opera intima che sa toccare le corde giuste ed è capace di far sorridere ed emozionare allo stesso tempo. Il tono divertente legato ai ricordi da bambino e adolescente si intrecciano perfettamente a quello più profondo che emerge quando si affrontano le questioni amorose, i dettagli intimi della famiglia o l’incontro ravvicinato con un piccolo di aquila, pronto a spiccare il suo primo volo.
È proprio la Natura, animale e umana, la coprotagonista in questo interessante viaggio alla scoperta dei ricordi di un uomo e alla meraviglia del mondo che ci circonda e che troppo spesso ignoriamo nascondendoci dietro protesi tecnologiche invece di ricordarci semplicemente di ammirare e gustare quanto c’è di bello anche nelle piccole cose: “il mondo è perfetto così”.
Attraverso questo libro si ha poi la conferma di quanto la Natura animale non è poi così diversa da quella umana, anzi. A volte anche solo osservando gli animali è possibile notare quanto siano meglio di noi, individui pensanti che si ritengono superiori a ogni altro essere vivente.
Non è un libro che si può raccontare (ma che quasi si può ascoltare, vista l'ottima colonna sonora suggerita tra le pagine): la storia è intessuta in modo sapiente e, proprio come in un film, vengono usati molti flashback, che non disturbano affatto la lettura, perché tutto alla fine combacia come in un puzzle ricostruito alla perfezione. Arrivati all'ultima pagina si è quasi dispiaciuti che il viaggio del fotografo e del suo amico pennuto sia giunto al termine ma si resta come stregati e desiderosi di cogliere ancora uno scatto di quei paesaggi dentro la macchina foto o di poter vivere i profumi degli alberi, dei prati e dei fiori descritti.
Un libro pieno di immagini, suoni e storie da leggere tutto d'un fiato.

A tutti coloro che non l'hanno ancora letto, dedico la poesia in chiusura del romanzo...

Oggi
faccio giuramento solenne
giuro all'aria
a questa materia sottile
chiamo a testimoni
questa canala grigia
l'acero minuto, tutti i faggi, i carpini neri, i ginepri sparsi
chiamo a testimoni borea e meridio
gli albumi scolpiti a caldo
il miagolio di un selvatico
gli asfodeli, gli asfodeli tutti
la borghese imponenza.
giuro,
giuro solenne,
a questo nido che mi ha custodito
alla terra che mi offrirà il cibo
al silenzio
IO, giuro fedeltà
a questa dimora già sazia di Dio
spazio nuvolare
oggi divieni mio regno
recinto sacro
dove si perderà il mio volo
oggi offro giuramento solenne
al sole, alla luna, a tutte le stelle che saprò riconoscere
oggi sono sole, luna, tutte le stelle che so chiamare per nome
giuro su questo calcare giallo
all'attesa che è diventato tempo
al tempo spezzato nello sguardo
allo sguardo che mi ha custodito
ai tuoi occhi
giuro ora
IO AQUILA

P.s.: Se siete curiosi di vedere il piccolo di aquila ripreso sui Monti Sibillini, cliccate qui.

domenica 15 novembre 2015

Rock the Kasbah non convince

Rock the Kasbah è l’ultimo film diretto dal regista Barry Levinson (lontano anni luce da quando vinse il premio Oscar per Rain Man o dirigeva film davvero buoni come Good mornign, Vietnam!, Rivelazioni, Sleepers o Bandits) che vede come protagonista assoluto Bill Murray in compagni di altri grandi interpreti come Bruce Willis, Kate Hudson e Zooey Deshanel.
Richie Lanz (Murray) è un assurdo manager musicale, un po’ mascalzone ma decisamente adorabile, convinto di poter far sfondare la sua unica cantante, Ronnie (Deshanel), con una serie di concerti per le truppe americane stanziate in Afghanistan.
Considerato il disperato scenario di guerra in cui è stata trascinata, la sua cantante (nemmeno così dotata vocalmente come lui vorrebbe far credere) lo abbandona su due piedi e se ne ritorna immediatamente in America. Richie, senza soldi e documenti, dovrà ideare qualche stratagemma per uscire dal paese. Ecco però che il destino gli fa incontrare per caso Salima, una bellissima ragazza di etnia pashtun dotata di una voce straordinaria. Decide di farla partecipare allo show Afghan Star, nonostante ciò significhi sfidare la sua cultura e la sua famiglia, dato che alle ragazze del villaggio sia proibito cantare (un reato punibile con la morte).
Il film, infatti, si ispira al reale fatto di cronaca che vede protagonista la giovane Latifa Azizi, che nel 2013, prendendo  parte a un programma musicale, vince il primo premio grazie alla sua voce, a costo della sua libertà e della sua vita.
Bill Murray non delude certamente ma ne esce poco valorizzato visto che il film ristagna tutto il tempo e non sembra mai decollare: Levinson ha messo troppa carne al fuoco senza sfruttare al meglio gli strumenti a sua disposizione. La comicità del protagonista non sembra amalgamarsi alla perfezione con gli scenari e i contesti più drammatici di quei territori dilaniati dalle guerre e dalle lotte interne, raccontati in modo velato o forse troppo sommario nel film.
La storia di per sé sarebbe stata anche interessante ma di certo la sceneggiatura, alquanto confusa e con un finale lasciato a metà, non ha saputo renderla al meglio: troppi personaggi lasciano lo schermo senza una vera uscita di scena e i pochi che restano non sono descritti a tutto tondo come dovutamente richiesto da un attento spettatore (per esempio il mercenario dal cuore tenero interpretato da un Bruce Willis non al meglio delle sue possibilità e la prostituta della seducente Kate Hudson).


P.s.: Una curiosità riguardo al titolo che si riferisce all'omonima canzone dei Clash, ma che in realtà non compare nemmeno all'interno della (bellissima) colonna sonora del film.

giovedì 22 ottobre 2015

Un viaggio in Taxi per Teheran

Un giorno qualsiasi per le strade di Teheran in un taxi guidato dal regista Jafar Panahi, il quale percorre le strade vivaci della città in compagnia di (più o meno strambi) passeggeri che finiscono per discutere dei problemi della società iraniana o semplicemente confidarsi con lui.
Ma sono semplici personaggi o persone comuni ignare di essere all’interno di un film? In diversi momenti del film, infatti, lo spettatore si trova spiazzato e si interroga sulla completa veridicità di quelle immagini ora comiche ora drammatiche ma anche delle parole di quei passeggeri tanto particolari e ognuno con un proprio vissuto alle spalle.
A parte la spigliata nipotina Hana e l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh specializzata in diritti civili, tutti i passeggeri sono attori non professionisti rimasti anonimi, infatti nel film non sono presenti i titoli di coda appunto per motivi di sicurezza.
In maniera del tutto paradossale il regista tratteggia il ritratto della società iraniana di oggi, regalando un film atipico, che certamente lo spettatore comune fa fatica ad accettare vista anche la staticità delle inquadrature fornite per la maggior parte del tempo dalla telecamera fissa sul cruscotto.
Taxi Teheran, a cui è stato conferito l’Orso d’oro a Berlino 2015, è in realtà un film illegale in patria, ma che diventa sinonimo perfetto di specchio sociologico. Il regime iraniano, infatti, ha proibito al regista Panahi non solo di lasciare il suo paese, ma lo ha anche condannato a non poter realizzare qualsiasi genere di film o sceneggiature o rilasciare interviste per 20 anni, pena la detenzione in carcere per sei anni. Eccolo allora sfidare questo divieto e ingegnarsi, inventandosi questo nuovo modo di fare cinema clandestinamente.
La sua pellicola trasuda arte e parla di cinema proprio attraverso la finzione, ma allo stesso tempo è anche un mezzo sociologico per far conoscere meglio un paese ricco di contraddizioni come l’Iran, che si sta trasformando gradualmente nonostante proibizioni e censura.

giovedì 15 ottobre 2015

Una interminabile... ma stupenda attesa

Del primo lungometraggio di Piero Messina, L’attesa, ne hanno parlato in tanti (e bene) all’ultima mostra cinematografica di Venezia, ma non è certamente un film adatto a un pubblico generalista, direi più per un pubblico dai gusti raffinati e molto attento all’uso sapiente che viene fatto della macchina da presa. Ogni dettaglio non è mai lasciato al caso, come non lo sono l’ambientazione o l’attenta fotografia capace di trasportare lo spettatore nella splendida campagna siciliana, aspra e rigogliosa allo stesso tempo. Non stupisce, infatti, scoprire che Messina sia cresciuto professionalmente come assistente alla regia di Paolo Sorrentino (collaborando sia in This Must Be The Place che La Grande Bellezza), da cui sicuramente ereditato un occhio particolare per i titoli iniziali.
Liberamente ispirato a “La vita che ti diedi” di Luigi Pirandello, non servono parole per far capire che si è di fronte a una storia tragica.
Il tutto ha inizio con un funerale e il profondo dolore di Anna, una madre (Juliette Binoche) che, votata a trascorrere le sue giornate in completa solitudine e al buio, non riesce ad accettare la prematura perdita del figlio Giuseppe.
All’improvviso, però, arriva nella sua vita Jeanne (Lou de Laage), la bella fidanzata francese del figlio, ignara di che fine abbia fatto, dopo che è stata invitata a trascorrere qualche giorno di vacanza nella sua casa in Sicilia.
Anna non trova il coraggio di dirle che l’uomo con cui ha voglia di parlare e fare l’amore, è morto. Quella verità, così dura da accettare e impossibile da confessare, finisce egoisticamente per innescare una serie di risposte vaghe ed equivoche. 
I giorni passano inesorabili e le due iniziano a conoscersi meglio, ma l’attesa dell’arrivo di Giuseppe nel giorno di Pasqua diventa quasi surreale, sciogliendosi in un finale pieno di commozione.
L’attesa è un film complesso dal punto di vista narrativo, dal grande impatto visivo, ma perfettamente bilanciato che non osa mai troppo: sin dall’inizio si percepisce che Messina preferisce togliere piuttosto che aggiungere inutili dettagli a un’elaborazione di un lutto davvero sui generis.
Non è eccessivamente lento come molti potrebbero obiettare, ma ogni pausa, coadiuvata da una stupenda colonna sonora (stupendo l’inserimento della canzone Waiting for the miracle di Leonard Cohen), è pensata al momento giusto, caricando ogni momento di grande tensione e poeticità.
I volti dei personaggi dicono molto di più di qualsiasi monologo o dialogo e da questo punto di vista la Binoche è semplicemente superlativa: ogni sua movenza o i suoi primi piani carichi di espressività regalano un colpo al cuore, sapendo emozionare come pochi grandi attori riescono ancora a fare.



P.s.: nel film la Binoche, aiutata dal suo tuttofare Pietro (interpretato dal bravissimo Giorgio Colangeli), si mette ai fornelli e prepara una succulenta cena per la sua ospite e i nuovi amici incontrati al lago. Sono rimasta affascinata dalla preparazione delle tagliatelle con la farina di carrube... se qualcuno sa dove reperirla, lo prego di segnalarmelo!!!

sabato 19 settembre 2015

La musica di Ricki

Il regista americano Jonathan Demme torna sul grande schermo con Dove eravamo rimasti (titolo originale Ricki and The Flash), un film di grande effetto musicale.
La musica, però, si accompagna ai problemi di una famiglia allargata provata da screzi e dissapori legati al passato di una madre che non ha visto crescere i suoi figli. Una storia già sentita? Forse sì.
Linda Brummel, nome d’arte Ricki Rendazzo (Meryl Streep), è una donna ormai sul viale del tramonto, che ha rincorso il sogno di diventare una rock star, anteponendolo alla famiglia e all'amore dei suoi tre figli e ora, anche se senza un soldo e insoddisfatta del lavoro che fa di giorno in un supermercato, è appagata cantando e suonando la musica che adora con la sua band The Flash sempre nello stesso piccolo bar.
È costretta a un tuffo nel passato, quando il suo ex Pete (Kevin Kline) la chiama in aiuto della figlia Julie (Mamie Gummer, vera figlia della Streep nella realtà) che sta affrontando la rottura del suo matrimonio a causa del tradimento di suo marito.
Il ritorno nel paesino borghese in Indiana, la lussuosa villa del suo ex che si è risposato felicemente da anni e l’astio dei suoi figli fanno emergere lentamente dei forti sensi di colpa.
La sua assenza ha portato tutti a escluderla completamente da ogni loro momento importante come anche l’imminente matrimonio del figlio Josh, che ha tenuto nascosto persino il fidanzamento per evitare di doverla invitare.
Il film è centrato sul ritratto di una donna un po’ grezza ma coerente, fiera di essere repubblicana e di aver vissuto nel segno del rock and roll, unico suo vero credo e che, riuscita ad accettare gli errori che ha commesso, tenta di rimediarvi come meglio sa fare attraverso la musica.
Ricalcando per molti versi i temi in parte affrontati in Rachel sta per sposarsi, Demme manifesta comunque tutto il suo amore per la musica attraverso un uso attento della macchina da presa. Purtroppo il tentativo di ricordare i toni di una sana commedia americana si perde in diversi momenti decisamente troppo eccessivi oppure del tutto scontati. La sceneggiatrice Diablo Cody, infatti, sembra non avere più il tocco graffiante di Juno e finisce per deludere con dialoghi poco brillanti e banali stereotipi già visti e stravisti in numerosi film hollywoodiani.
Uniche note positive la stupenda colonna sonora e la bravura della Streep che, dopo aver regalato una grandissima performance canora sia in Mamma Mia! che Into the woods (anche se già la si era vista cantare del country magnificamente sia nel finale di Cartoline dall’inferno che in Radio America), stupisce ancora una volta e non delude affatto con la sua voce da splendida sessantenne.


martedì 15 settembre 2015

La zuppa di Hurricane

Il film Hurricane – Il grido dell’innocenza è la storia vera del pugile professionista Rubin Carter (Denzel Washington), meglio conosciuto come "Hurricane" (= uragano), il quale fu arrestato e ingiustamente condannato a vita per un triplice omicidio nel '64. 
In carcere Rubin non si dà completamente per vinto, anche grazie al sostegno di sua moglie e di molti personaggi importanti tra cui Bob Dylan, il quale gli dedicò l’omonima canzone. Dopo che i suoi appelli continuavano a essere rigettati, decise di chiudersi in se stesso e scontare la propria pena vivendo però secondo le sue regole e i sui ritmi, studiando e soprattutto scrivendo la sua autobiografia, che un giorno arriva per caso nelle mani di Lesra Martin (Vicellous Reon Shannon), un giovane ragazzo afroamericano trapiantato in Canada per poter ricevere una migliore istruzione.
Grazie al sostegno della sua “famiglia” canadese (interpretata da Liev Schreiber, John Hannah e Deborah Kara Unger), riuscirà a far riaprire il caso e far liberare Rubin dopo più di vent’anni di ingiusta detenzione.
Il film di Norman Jewison (noto per Il caso Thomas Crawford del 1968, Jesus Christ Superstar o Stregata dalla luna) - dai toni a volte un po’ troppo hollywoodiani - riesce comunque a metter in luce un’America razzista, bigotta e violenta, ma sappiamo bene gli Stati Uniti dovranno impiegare molti altri anni ancora per accettare i propri errori e allontanare il profondo razzismo che dilaga nelle proprie strade.
Passando alla ricetta...
Durante un momento nella sua cella Hurricane si prepara da mangiare riscaldando una ciotola di acqua calda e della zuppa di pomodoro in scatola Campbell (notoriamente rappresentata in una delle opere iconografiche di Andy Warhol). Questa è la mia versione di una zuppa leggera e sfiziosa che, grazie al pomodoro, ha un alto potere antiossidante ed è perfetta per contrastare il colesterolo.


Ingredienti (per 2 persone):
8 pomodori freschi (rotondi e san marzano), 1 scalogno, 1 spicchio d’aglio, 1 cucchiaino di olio extravergine di oliva, una noce di burro, 5 g di basilico fresco, maggiorana, origano, pepe nero, panna da cucina q.b.,  sale e un pizzico di zucchero

Procedimento:
1) Sbollentare i pomodori in acqua bollente per qualche minuto in modo poi da pelarli e tagliarli a cubettini;
2) In una pentola capiente far sciogliere una noce di burro con un po’ di olio e aggiungere uno scalogno tritato finemente con uno spicchio d’aglio schiacciato (da togliere dopo qualche minuto);
3) Far cuocere lo scalogno dolcemente e poi unire i pomodori a pezzi con sale, pepe, origano e maggiorana (ma anche un pizzichino di zucchero per smorzare l’acidità del pomodoro);
4) Far sobbollire la zuppa per almeno un quarto d’ora a fuoco medio;
5) Spegnere il fuoco, aggiungere qualche fogliolina di basilico e frullare leggermente;
6) Servire ben calda con in accompagnamento un po’ di panna fresca (oppure dello yogurt naturale magro come alternativa meno calorica), dei rametti di basilico come guarnizione e a scelta delle fette di pane abbrustolito.

P.s.: Nel caso non avete privato bene i pomodori dai semi, potete filtrare la zuppa con un colino prima di servirla.

giovedì 13 agosto 2015

La focaccia cà mortazza

Mi rendo conto che non è passato molto tempo dalla recensione sul blog di Se Dio vuole, l’ultima strabiliante commedia di Edoardo Falcone con due spettacolari Marco Giallini e Alessandro Gassman, ma c’era un immagine del film che mi ha tormentato a tal punto che non ho resistito e mi ha fatto mettere ai fornelli anche con questo caldo...
In un momento di pausa pranzo durante i lavori di miglioria alla chiesa in cui Tommaso (Giallini) è stato coinvolto da Don Pietro (Gassman) tramite una specie di “ricatto”, i due si concedono una bella focaccia farcita di mortadella, o come si direbbe a Roma “cà mortazza”.
Una delle migliori specialità che possa offrire la nostra capitale: ottima da mangiare anche da sola, leggermente croccante all’esterno e soffice all’interno, bella alta così da poter essere tagliata e farcita con migliaia di ingredienti come appunto la mortadella. 
Ammetto senza remore che il mio forno non è certo come quello dei professionisti e soprattutto che mi sono ispirata per metà alla ricetta della focaccia fatta da mia nonna e per metà di quella del famoso panificatore Gabriele Bonci… romani non me ne vogliate!!! 


Ingredienti: 500 g di farina 0, 250 ml di acqua, 1 cubetto di lievito di birra fresco, 2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva, 1 cucchiaino di zucchero e 1 cucchiaino sale fino.

Procedimento
1. Far sciogliere il cubetto di lievito e lo zucchero con un po’ dell’acqua a disposizione leggermente intiepidita;
2. Mescolare il liquido con un po’ di farina e lasciare agire il lievito finché non si saranno formate delle bollicine (N.B. per accelerare questo procedimento potete anche mettere l’impasto nel forno appena scaldato);
3. Procedere ad amalgamare il resto degli ingredienti e impastare tutto con le mani fin quando non otterrete un impasto liscio; 
4. Coprire il recipiente con uno strofinaccio e lasciarlo lievitare almeno per 2 ore (finché non sarà triplicato di volume);
5. Ungere con un po’ di olio il piano di lavoro, in modo da evitare che l'impasto si possa appiccicare alle mani o sul tavolo;
6. Lavorare l’impasto arrotolandolo più volte su se stesso, in modo che all’interno della focaccia cotta saranno visibili le alveolature (N.B. volendo dopo questa operazione potete lasciar lievitare nuovamente l’impasto);
7. Stendere l’impasto su una teglia da forno o da pizza leggermente unta e operare dei buchi con la punta delle dita;
8. Cospargere con un filo d’olio (e un po’ di sale grosso, se è di vostro gradimento) e lasciar lievitare per almeno 20 minuti;
9. Cuocere in forno a 200°-220° per circa 25 minuti, finché non risulterà avere un bel colore dorato;
10. Appena sfornata, lasciare raffreddare leggermente e poi tagliare a quadrotti!


P.s.: In molte ricette tradizionali viene consigliato l’utilizzo dello strutto, ma personalmente sono più a favore dell’uso di olio extravergine d'oliva.

martedì 11 agosto 2015

Giffoni Experience #2

Anche se sono già trascorse alcune settimane, serbo ancora nel cuore un bellissimo ricordo della mia fugace esperienza alla 45ᵃ edizione del Giffoni Film Festival… soprattutto perché non potete immaginare quante prelibatezze ho assaggiato e quante purtroppo non ho avuto il tempo di gustare (motivo in più per avere un’ottima scusa per tornare a visitare Salerno, che è una città semplicemente meravigliosa).
Fino ad oggi non ho mai scritto un post che non riguardasse strettamente una ricetta o un film, ma volevo condividere comunque la mia prima volta a un festival rinomato quanto il Giffoni, raccontando dei film che ho visto, ma allo stesso tempo ho deciso di accompagnarvi con me in questo piccolo tour culinario…
Partirei dalla stupenda torta caprese assaggiata per colazione nell’incantevole B&BCivico 5 a due passi dal centro storico e dal lungomare. Non so se avete mai assaporato questo tipico dolce napoletano, ma è una torta al cioccolato e mandorle morbidissima dal sapore a dir poco paradisiaco.

Visto il caldo torrido di quel weekend come rinunciare a un buon gelato? Ecco allora l’ottima scoperta della Gelateria Mr Whippy, dove il gelato si paga a peso!
Oltre all’incredibile selezione di cupcake, torte e anche dolci monoporzione firmati dal grande pasticciere Sal De Riso, c’è da perdere la testa tra tutti i gusti, i topping e le decorazioni tra cui scegliere. Straconsigliati i gusti alla nocciola di Giffoni e al pistacchio di Bronte, ma anche la Delizia al limone del famoso pasticciere salernitano dall’inconfondibile sapore agrumato.

Come non assaggiare poi la vera pizza margherita? Dopo che per anni mi è stata decantata la sua bontà da una mia carissima amica - campana doc - non potevo esimermi da questa prova, che è stata superata in pieno! La genuinità degli ingredienti, l’autentica bontà della mozzarella di bufala e la cottura perfetta nel forno a legna ne decretano l’assoluta vincitrice; mia cara Jo, avevi ragione quando dicevi che la pizza mangiata dalle mie parti era buona ma non aveva niente a che fare con la vera pizza campana! Solo il bordo vale un viaggio a Salerno nell’incredibile Pizzeria PizzaMargherita: servizio ottimo e prezzi bassissimi e imbattibili!

Visto che l’Amica di Babette è anche una golosa di prima categoria, non ha resistito nel varcare la soglia della modesta Pasticceria Festival a Giffoni, dove non potete contare le calorie ma semplicemente abbandonarvi all’assaggio di una delle infinite bontà che potete assaggiare: dai babà classici a quelli con crema chantilly, ai cannoli di ricotta o ai bignè di crema alla nocciola. Tutto semplicemente sublime!
Purtroppo gli impegni al Giffoni festival mi hanno tolto del tempo prezioso per poter assaggiare anche gli squisiti piatti a base di pesce serviti in molti dei ristorantini tipici del magnifico centro storico, quindi mi resta solo sperare di tornarci al più presto!

P.s.: ringrazio Chiara (alias OneSec Translations), la mia accompagnatrice in questa avventura campana, per l'idea di questo post ipercalorico e per le foto gentilmente concesse! 

giovedì 30 luglio 2015

Giffoni Experience #1

Dal 17 al 26 luglio 2015 ha avuto luogo la 45ᵃ edizione del Giffoni Film Festival dal tema “Carpe Diem”, in cui 3.600 giurati provenienti da circa 50 Paesi di tutto il mondo, ovvero il cuore e l’anima di questo festival, sono stati chiamati a giudicare ben 98 film.
Personalmente ho avuto la fortuna di vederne solo tre e se gli altri che ho perso erano all’altezza di quelli che ho visto, sono davvero dispiaciuta di non aver avuto la possibilità di sedermi di nuovo in sala e godermi lo spettacolo.
L’unico mio più grande rammarico sarebbe scoprire che i cortometraggi, documentari o lungometraggi presentati non vengano poi distribuiti in sala o almeno nelle scuole, perché la vera ricompensa per queste pellicole sarebbe proprio farle arrivare al cuore di tutti e non solo di chi aveva la possibilità di essere a Giffoni.
Di seguito la recensione dei film visti nelle categorie Elements +10, Generator +13 e Generator +16.

Si resta sospesi tra fantasia e realtà nella sezione ELEMENTS +10. Labyrinthus (Belgio, 2014) è il primo lungometraggio da regista di Douglas Boswell, che ha già diretto episodi di diverse serie televisive e alcuni cortometraggi.
Il film, già presentato al Festival di Toronto 2015, si focalizza su come realtà e mondo virtuale si incontrano e si scontrano. Frikke (un talentuoso Spencer Bogaert), un ragazzo di quattordici anni, conosce molto bene l’universo dei videogiochi, ma un giorno ne trova uno davvero strano, in cui i protagonisti sono dei ragazzi e animali in carne e ossa, le cui esistenze e i cui corpi, caricati da una particolare macchina fotografica, sono stati trasportati in un labirinto virtuale.
Non appena inizia il gioco, infatti, Frikke incontra Nola (Emma Verlinden), una ragazzina intrappolata che non ricorda più chi è e che rischia di essere uccisa dal cattivo del videogame se lui abbandonerà o perderà il gioco.
In una frenetica e concitata corsa contro il tempo, Nola riceverà altra compagnia come il migliore amico di Frikke, Marko e un’altra ragazzina. Frikke cercherà di salvarli trovando la via d’uscita dal labirinto, ma allo tempo stesso dovrà trovare il malvagio creatore del terribile videogame in modo da evitare che nessun altro possa essere trasportato in quella trappola infernale.
La computer grafica che è riuscita a dare forma allo spettacolare mondo di fantasia del videogioco è davvero molto curata, ma anche la fotografia e gli esterni sono davvero belli. Una storia perfetta per bambini di età compresa fra i 9 e i 13 anni ma amabile anche per un pubblico più adulto, perché la storia è molto ben scritta e ricca di umorismo, avventura e tensione al punto giusto.
Labyrinthus si è aggiudicato il primo premio nella sezione ELEMENTS +10.


La sezione GENERATOR +13 segue un filo conduttore tra musica, sogni adolescenziali, sentimenti e temi molto più delicati tipo l’elaborazione del lutto proprio come in You're Ugly Too (Irlanda, 2014) di Mark Noonan, che è al suo primo lungometraggio di finzione (già presentato al Festival di Berlino 2015 nella sezione Generation Kplus).
Viene raccontata una toccante storia fatta di dolore, amore e fiducia, in cui Will (Aidan Gillen, noto al grande pubblico per Il Trono di Spade), un uomo dall’oscuro passato criminale, ottiene un rilascio straordinario dal carcere per prendersi cura di sua nipote Stacey (Lauren Kinsella) in seguito alla morte di sua sorella, la madre di lei. La bambina parte con lo zio per le Midland irlandesi con la speranza di cogliere l’occasione di un
nuovo inizio, l’opportunità per entrambi di formare una vera famiglia. Ma le attese di Stacey vengono subito deluse: le viene negata l’ammissione a scuola a causa della narcolessia che ha sviluppato di recente e Will dimostra di avere dei seri problemi di alcool e droga oltre al fatto di non riuscire a trovare un lavoro serio e a essere una vera figura paterna per la piccola.
Nonostante i numerosi ostacoli e una terribile verità che viene a galla, il rapporto di Will e Stacey non sarà destinato a naufragare e in qualche modo riusciranno a diventare una famiglia.
Un film profondo e intenso dal finale agrodolce ma pieno di speranza che regala molti spunti di riflessione. Lo stesso regista Noonan ha dichiarato: “Mi interessava fare un film su personaggi che custodiscono i loro pensieri e le loro emozioni nel cuore. I due protagonisti vengono messi insieme e costretti a diventare una famiglia elettiva. Non sempre sono in grado di esprimere se stessi. Condividono una caratteristica tipicamente irlandese: il rifiuto di parlare delle proprie emozioni, e la scelta di utilizzare l’umorismo e lo scherno irriverente come mezzi di espressione. Le loro parole non dicono tutto. Così, molti film sono determinati da ciò che i personaggi fanno, e dalle trasformazioni a 180 gradi che i personaggi subiscono. La mia intenzione era quella di fare un film definito in maggior parte da ciò che i personaggi non fanno, e in cui le trasformazioni dei personaggi alla fine sono piccole ma profonde. Sentiamo il cambiamento di questi due personaggi come uno stacco in nero, anche se probabilmente loro non lo ammetterebbero neanche a se stessi”.

La sezione GENERATOR +16, invece, descrive l’inquietudine e la difficoltà di una generazione, che dall’adolescenza passa all’età adulta. All The Wilderness (Usa, 2014) è il primo lungometraggio di Micheal Johnson e racconta la storia di James (un bravissimo Kodi Smit-McPhee capace di regalare una forte espressività), un adolescente inquieto che, dopo la morte del padre, si è perso nelle lande selvagge della sua mente, in un mondo di sua creazione fatto di libri, poesie e immagini dark.
James appare strano agli altri ragazzi e non fa nulla per cercare di essere simpatico e instaurare un qualsiasi rapporto sociale. Vista anche la sua insana attrazione nei confronti della morte, la madre Abigail (Virginia Madsen) lo fa seguire dallo strambo psicologo Walter (Danny DeVito), il quale non sembra però riuscire a toccare le corde giuste del suo cuore per farlo aprire.
James, infatti, è un personaggio assai criptico: non è il solito adolescente preso solo dai problemi di scuola o primi amori, ma i suoi turbamenti sono celati molto più in profondità e non sembrano volersi palesare all’esterno. Sarà solo l’incontro fortuito con dei coetanei a sbloccare la sua timidezza, portandolo a fare nuove esperienze, a riflettere e ad affrontare la verità che lo tormenta.
Solo nel finale tutto verrà rivelato e James riuscirà a capire che la natura selvaggia da cui è attratto non gli appartiene, riuscendo così a fuggire dagli angoli bui della sua mente.
Il film è molto potente e poetico e lo si percepisce sin da subito da come è girato. È romantico e intensamente dark allo stesso tempo, racchiudendo un’infinità di sentimenti come inquietudine, amore, tristezza e perdita.
Stupendo l’uso per tutto il corso del film del poema ‘Wilderness’ di Carl Sandburg, che si accosta perfettamente all’uso molto intimo della macchina da presa, che ricorda in diversi momenti la tecnica di Terrence Malick.
Anche All The Wilderness si è aggiudicato il primo premio nella sezione Generator +16.