mercoledì 8 luglio 2015

Il racconto (deludente) dei racconti

L'ultimo e acclamatissimo film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti (The Tale of Tales per il mercato internazionale) mi ha lasciata inizialmente senza parole.
Dopo le numerose ovazioni e tripudi di applausi ricevuti al Festival di Cannes 2015, ero convinta che Garrone mi avrebbe entusiasmato e colpito con un film visionario e ipnotico come promesso per colpa di un trailer a dir poco bugiardo e traditore.
Eppure ne sono rimasta delusa e quindi il mio parere resta discordante dal profluvio di critiche positive ricevute. Non delude certamente il cast di bravissimi attori (e di forte richiamo) a partire da  Salma Hayek, John C. Reilly, Vincent Cassell, Toby Jones, Bebe Cave e alla piccola partecipazione di Alba Rohrwacher.
Tratto dalla raccolta di fiabe più antica d'Europa, Lo cunto de li cunti, di Giambattista Basile, Garrone traspone sul grande schermo tre fiabe diverse che si fondono in una sola storia dal gusto seicentesco.
Tre regni vicini e lontani allo stesso tempo, dove convivono saltimbanchi, cortigiani, principi e principesse, streghe, stregoni e orribili mostri.
Una regina triste e ossessionata dal solo desiderio di avere un figlio, che non soffre per la perdita del marito, morto per regalarle la gioia della maternità grazie al cuore di un drago marino e che è accecata dall’amore morboso per quel figlio che il fato le ha voluto donare.
Un re libertino fissato con la bellezza e la giovinezza delle sue prede, ma che cade nel tranello di due vecchie sorelle.
Una principessa che sognava il grande amore come quello narrato nei grandi romanzi cavallereschi e finisce per essere data in sposa a un orco dal padre indifferente e troppo ottuso per ammettere la realtà dei fatti e la maturità della figlia di scegliere il suo principe.
Tre fiabe di uomini e donne arroganti che diventano mostri crudeli, accecati dalla passione, dall’amore, dalla solitudine, dall’inganno e dalla caducità del proprio corpo.
Il racconto dei racconti è un film d’autore non facile e non per tutti i gusti, che non credo garantirà il successo sperato anche sul mercato internazionale. Come non è facile identificare di che genere si tratti: un fantasy, un film storico-barocco o un horror? In realtà potrebbe addirittura essere un mix di tutti e tre questi generi, tanto diversi tra loro che riescono comunque a convivere nell’opera di Garrone.
Eppure non c’è coesione tra i vari racconti e anche nel finale molti dubbi e questioni restano senza risposta, ma non volutamente visto che il film non ha un finale aperto.
Innegabile il fatto che si tratti di un film folle e visivamente meraviglioso nel suo insieme ma decisamente piatto e debole in diversi punti soprattutto nella parte centrale e in chiusura, nonostante gli sprazzi di comicità regalati dal ruolo del re perverso e sessuomane interpretato da Cassel.
Davvero mirabile la scelta delle meravigliose location naturalistiche disseminate per il nostro bel paese, che senza troppi trucchi o inganni è già di per sé un set da fiaba: il canyon naturale di pietra lavica delle Gole dell’Alcantara in Sicilia; il Castello di Sammezzano in stile moresco nei pressi di Leccio, nel comune di Reggello in provincia di Firenze; il sontuoso Castello di Donnafugata in stile neogotico vicino Ragusa in Sicilia con un magnifico labirinto di pietra; le ripide pareti rocciose di tufo delle Vie Cave tra i comuni di Sovana, Sorano e Pitigliano, in provincia di Grosseto; il Castel del Monte vicino Andria e situato su una collina della catena delle Murge occidentali, che è diventato patrimonio dell'umanità dell'UNESCO ed è impresso sulle monete italiane da 1 centesimo; il Bosco Monumentale del Sasseto ai piedi del castello di Torre Alfina, nel comune di Acquapendente in provincia di Viterbo; il Castello normanno-svevo di Gioia del Colle, in provincia di Bari e il barocco Palazzo Chigi di Ariccia, in provincia di Roma.

venerdì 26 giugno 2015

Le barriere non sono sempre ostacoli

Grazie a La Famiglia Belier del regista Eric Lartigau con Karin Viard, François Damiens, uno spassoso Eric Elmosnino e la giovanissima ma talentuosa Louane Emera (scoperta grazie al talent show The Voice), la Francia conferma di saper “sfornare” degli ottimi prodotti all’insegna della semplicità e della leggerezza. Il film ruota appunto attorno alla storia dei Belier, che gestiscono una fattoria e vendono formaggio fresco, ma dove tutti i componenti, tranne la figlia Paula, sono sordomuti e un po’ stravaganti. La sua normalità, però, viene vista dai suoi stessi genitori come un handicap, anche se per loro il suo ruolo è indispensabile nella vita di tutti i giorni per riuscire a comunicare con il resto del mondo (davvero divertente la scena della visita dal dottore).
Paula ha sempre tenuto in gabbia la sua voce e solo per caso, iscrivendosi alle lezioni di coro, incontrerà il professore di musica Fabien Thomasson (Elmosnino) che le farà capire quanto invece sia straordinaria e potrà così spiccare il volo, partecipando a un provino per andare a studiare canto a Parigi.
Ecco però che i problemi comuni a tutti gli adolescenti della stessa età di Paula (come il proprio
corpo che cambia, i primi amori o l’indecisione verso il proprio futuro) si mischiano ai numerosi dubbi legati a quella scelta così importante ovvero crescere lontana dalla sua famiglia per seguire un sogno. Quello stesso sogno che i suoi genitori non sembrano condividere, perché significherebbe anche accettare di allontanarsi da lei e vederla diventare adulta, ma soprattutto non riuscire mai a poter gioire pienamente di quel suo talento perché lontano dal loro “mondo”.
Uno dei momenti più toccanti (a stento si trattengono le lacrime) è la performance all’audizione con la canzone "Je Vole" del cantante neomelodico francese Michel Sardou, quando Paula traduce nella lingua dei segni le potenti parole di una canzone che sembra scritta appositamente per lei. Le sue mani fanno volare nell’aria le parole che danzano insieme a quella musica che i suoi genitori e suo fratello non possono udire ma che grazie ai gesti riescono a prendere vita.
L’unico vero attore sordo nel film è Luca Gelberg (il giovane fratello di Paula), ma il resto degli attori ha dovuto lavorare sodo e allenarsi per poter girare un film interamente con la lingua dei segni. Anche volendo non si avverte affatto quel senso di diversità che ci si potrebbe aspettare, perché la disabilità viene trattata alla pari, semplicemente come dovrebbero fare tutti.
I dialoghi sono frizzanti, emozionanti al punto giusto e divertenti: si incastrano in modo spettacolare grazie a dei tempi comici perfetti coadiuvati dalla mimica facciale pazzesca di tutto il cast.
La Famiglia Belier è una commedia delicata e brillante allo stesso tempo, che scorre benissimo e lascia lo spettatore carico di emozioni, dimostrando che le barriere e gli handicap non possono fermare nessuno se si ama la vita e che la potenza del linguaggio dell’amore è universale e non ha ostacoli.



mercoledì 3 giugno 2015

Se Dio vuole… fa ridere di gusto

Se ridere fa bene alla salute, il regista e sceneggiatore Edoardo Falcone è riuscito nell’impresa. Il suo ultimo film Se Dio vuole è una commedia semplice ma ben scritta e molto ben interpretata da un cast eccezionale: Marco Giallini, Alessandro Gassman, Laura Morante, Ilaria Spada, Edoardo Pesce ed Enrico Oetiker.
Tommaso (Giallini), uomo ateo e liberale nelle sue convinzioni nonché cinico e spietato cardiochirurgo, non riesce come padre di famiglia ad accettare che suo figlio Andrea (Oetiker) voglia abbandonare la facoltà di medicina per diventare prete.
Fingendo di dargli il suo pieno appoggio insieme alla moglie/casalinga disperata (Morante) e la figlia svampita Bianca (Spada), in realtà è deciso a fargli cambiare idea. Tenta quindi di scoprire gli scheletri nell’armadio di Don Pietro (Gassman), il sacerdote dal passato deprecabile che sta guidando suo figlio verso questo cammino o come crede lui che gli abbia fatto il lavaggio del cervello. Aiutato da Gianni, il genero pusillanime (un bravissimo Edoardo Pesce) e da uno strambo detective, tenterà di avvicinare il prete, fingendosi disoccupato e con molti problemi familiari. Peccato che il suo tentativo andrà fallito e scoprirà suo malgrado che questo sacerdote è davvero simpatico e ci sa fare con i giovani proprio grazie alla sua semplicità e a quel tocco di modernità che non guasta per svecchiare l’immagine della Chiesa odierna.
Giallini e Gassman superano se stessi, regalando due interpretazioni davvero divertenti e mai sopra le righe e sostenendo un ritmo serrato di battute e pause quasi teatrali.
Un buon prodotto del cinema italiano contemporaneo, che offre un’analisi leggera del complicato rapporto tra scienza/ragione e fede, ma che riesce a farlo con grande leggerezza, intrattenendo con gusto. Forse leggermente stucchevole nel finale, ma ci sta, perché è bene comunque far capire che non bisogna per forza credere in Dio per capire che esista un’entità superiore a ciascuno di noi o per imparare ad aiutare chi ci sta vicino o chi ne ha bisogno.

lunedì 25 maggio 2015

Un Caramel-lo da paura

Con sorprendente abilità narrativa in Caramel (titolo originale Sukkar banat) si intrecciano le storie di cinque donne di diverse generazioni e di singolare bellezza, accomunate dal fatto di frequentare lo stesso piccolo salone di bellezza di Beirut, gestito dall’affascinante Layale (Nadine Labaki, protagonista e regista).
Tra shampoo, messe in piega, manicure e cerette, le donne parlano, si confidano paure e si scambiano consigli su amori impossibili per uomini sposati, sull’ossessione per l’eterna giovinezza, su bugie riguardo la propria verginità o sulla possibilità di essere lesbica. L’unica costante è la felicità tanto inseguita e per tanti versi mai raggiunta.
La performance corale strabiliante, colorata e toccante dell’intero cast rende questo film un piccolo gioiellino cinematografico assolutamente da vedere, che indaga con estrema delicatezza soprattutto l’universo femminile di queste amiche, colleghe o vicine dai piccoli o grandi amori piene di crucci, segreti e sensi di colpa.
In realtà il caramello del titolo si riferisce alla ricetta usata per la depilazione fatta semplicemente con zucchero, acqua e limone, molto malleabile e riutilizzabile più volte.
Volendo, quindi, omaggiare il caramello commestibile, ho pensato di proporvelo in una doppia versione di croccante alle mandorle e ai semi di sesamo (ma si possono scegliere anche diversi tipi di frutta secca come nocciole, noci, pistacchi o pinoli).
Conosciuto come uno dei più duttili elementi di decorazione in pasticceria, è semplice (ma allo stesso tempo difficile) da preparare sia a secco che all'acqua. Di seguito vi illustrerò la mia versione a secco.


Ingredienti:
150 g zucchero semolato, 100 g mandorle e 4 cucchiaini di semi di sesamo

Procedimento:
1) Versare lo zucchero semolato in un pentolino e farlo sciogliere lentamente a fuoco molto basso;
2) Senza mescolare, ruotare in continuazione il tegame in modo che lo zucchero si sciolga uniformemente;
3) Proseguire fino ad aver ottenuto la colorazione di caramello desiderata (N.B.: Attenzione perché il caramello tende a colorirsi molto in fretta: il caramello biondo è di colore chiaro e dal sapore delicato, mentre quello bruno è più scuro e saporito);
4) A questo punto aggiungere la frutta secca e con un cucchiaio amalgamare bene il tutto prima di versare il croccante su un piano di lavoro in marmo oppure in una teglia da forno;
5) Livellare il più possibile il croccante versato e, dopo averlo fatto raffreddare leggermente, tagliarlo a quadrotti o a losanghe.

martedì 19 maggio 2015

Samba e la sua vita

I registi Eric Toledano e Olivier Nakache e il protagonista Omar Sy del fortunato Quasi Amici tornano di nuovo insieme in Samba per raccontare con grande ironia il problema degli immigrati irregolari in Francia, i quali compongono lo zoccolo duro di una società nascosta e rilegata a svolgere i mestieri più duri o meno desiderati. 
Samba Cissé (Sy) è un giovane senegalese, clandestino in Francia da dieci anni, che, arrangiandosi con i lavori più disparati, tenta da sempre di ottenere il permesso di soggiorno, cercando nel frattempo di guadagnarsi da vivere per mantenere anche la sua famiglia in Africa e trovare finalmente il suo posto nel mondo. 
Tutto cambierà dopo il suo fortunato incontro con Alice (un’algida e impacciata Charlotte Gainsbourg), una dirigente di un’azienda in congedo dal lavoro dopo aver avuto un brutto esaurimento, che ora tenta di ristabilire un contatto sociale facendo la volontaria in un centro di aiuto per immigrati.
La donna non riesce a mantenere le distanze e si innamora lentamente di Samba, un uomo così lontano dal suo mondo ma così vicino al suo cuore e capace di farla sorridere dopo tanto tempo.
Ricevuta la carta di via e, teoricamente costretto ad abbandonare il suolo francese, Samba deve stare ancora più attento a non farsi scoprire… forse il finale è un po’ scontato, ma completamente in linea con la storia.
Tratto dal romanzo Samba pour la France di Delphine Coulin, la pellicola è in grado di portare sul grande schermo una tematica sociale importante e tangibile come l’immigrazione usando un tono leggero. Una commedia sociale (per nulla politica) ben girata, ma soprattutto ben scritta e ben recitata (anche dai personaggi di contorno), perché riesce con il giusto pizzico di ironia a regalare delle grasse risate anche nei momenti più tristi.


P.s.: Una delle battute più belle del film viene pronunciata da Alice, quando, confortando Samba, preoccupato di dover nascondersi usando in continuazione documenti falsi per restare in Francia, gli dice: “Se hai paura di non ricordare più il tuo vero nome, gridalo al vento come se avessi voglia di danzare!”.

martedì 5 maggio 2015

La perdita di "Mia madre"

Non sono mai stata una grande fan di Nanni Moretti, ma negli ultimi anni ho rivalutato le sue opere e Mia madre è davvero un gran bel film, capace di far sorridere e commuovere con la stessa intensità.
Con grande naturalezza e sincerità il racconto è capace di evidenziare un dolore molto personale e intimo, che si legge fin da subito negli occhi dei protagonisti.
Margherita (Buy) è una regista, oberata di lavoro sul complicato set del suo ultimo film politico, incentrato sulle difficoltà di un gruppo di operai in odore di licenziamento, in cui il protagonista (John Turturro regala un sacco di risate) principale è un eccentrico attore americano dall’improbabile pronuncia italiana, che ha difficoltà persino a memorizzare le battute e i nomi della crew sulla scena. Nel frattempo, però, la madre di Margherita (una composta Giulia Lazzarini) è stata ricoverata in gravi condizioni in ospedale e viene continuamente assistita da Giovanni (Moretti), figlio amorevole e fratello ragionevole, che riesce a dire e fare sempre la cosa giusta.
Offuscata dal dolore di una perdita sempre più imminente, Margherita è stanca, non è concentrata sul set e capisce di non riuscire a trovare la giusta chiave di lettura per il suo film, così torna alla realtà solitaria e infelice in cui è costretta a guardare in faccia una madre che lentamente si sta spegnendo, ma che ancora è determinata come ex-insegnante di latino a dare le ultime ripetizioni a sua nipote, che odia il liceo classico.
Mia madre parla anche della finzione del cinema, presentando un film nel film che non sembra mai ingranare davvero, perché non riesce a ricreare le sensazioni di quella realtà semplice e allo stesso tempo troppo difficile da riportare sul grande schermo.
Moretti ha messo a nudo con grande sobrietà il dolore della perdita di sua madre ed è ragguardevole che abbia ceduto il suo alter-ego nelle mani esperte di Margherita Buy e si sia nascosto dietro la maschera confortevole del bravo fratello, capace di affrontare con misura e compostezza la malattia della mamma morente.