mercoledì 3 giugno 2015

Se Dio vuole… fa ridere di gusto

Se ridere fa bene alla salute, il regista e sceneggiatore Edoardo Falcone è riuscito nell’impresa. Il suo ultimo film Se Dio vuole è una commedia semplice ma ben scritta e molto ben interpretata da un cast eccezionale: Marco Giallini, Alessandro Gassman, Laura Morante, Ilaria Spada, Edoardo Pesce ed Enrico Oetiker.
Tommaso (Giallini), uomo ateo e liberale nelle sue convinzioni nonché cinico e spietato cardiochirurgo, non riesce come padre di famiglia ad accettare che suo figlio Andrea (Oetiker) voglia abbandonare la facoltà di medicina per diventare prete.
Fingendo di dargli il suo pieno appoggio insieme alla moglie/casalinga disperata (Morante) e la figlia svampita Bianca (Spada), in realtà è deciso a fargli cambiare idea. Tenta quindi di scoprire gli scheletri nell’armadio di Don Pietro (Gassman), il sacerdote dal passato deprecabile che sta guidando suo figlio verso questo cammino o come crede lui che gli abbia fatto il lavaggio del cervello. Aiutato da Gianni, il genero pusillanime (un bravissimo Edoardo Pesce) e da uno strambo detective, tenterà di avvicinare il prete, fingendosi disoccupato e con molti problemi familiari. Peccato che il suo tentativo andrà fallito e scoprirà suo malgrado che questo sacerdote è davvero simpatico e ci sa fare con i giovani proprio grazie alla sua semplicità e a quel tocco di modernità che non guasta per svecchiare l’immagine della Chiesa odierna.
Giallini e Gassman superano se stessi, regalando due interpretazioni davvero divertenti e mai sopra le righe e sostenendo un ritmo serrato di battute e pause quasi teatrali.
Un buon prodotto del cinema italiano contemporaneo, che offre un’analisi leggera del complicato rapporto tra scienza/ragione e fede, ma che riesce a farlo con grande leggerezza, intrattenendo con gusto. Forse leggermente stucchevole nel finale, ma ci sta, perché è bene comunque far capire che non bisogna per forza credere in Dio per capire che esista un’entità superiore a ciascuno di noi o per imparare ad aiutare chi ci sta vicino o chi ne ha bisogno.

lunedì 25 maggio 2015

Un Caramel-lo da paura

Con sorprendente abilità narrativa in Caramel (titolo originale Sukkar banat) si intrecciano le storie di cinque donne di diverse generazioni e di singolare bellezza, accomunate dal fatto di frequentare lo stesso piccolo salone di bellezza di Beirut, gestito dall’affascinante Layale (Nadine Labaki, protagonista e regista).
Tra shampoo, messe in piega, manicure e cerette, le donne parlano, si confidano paure e si scambiano consigli su amori impossibili per uomini sposati, sull’ossessione per l’eterna giovinezza, su bugie riguardo la propria verginità o sulla possibilità di essere lesbica. L’unica costante è la felicità tanto inseguita e per tanti versi mai raggiunta.
La performance corale strabiliante, colorata e toccante dell’intero cast rende questo film un piccolo gioiellino cinematografico assolutamente da vedere, che indaga con estrema delicatezza soprattutto l’universo femminile di queste amiche, colleghe o vicine dai piccoli o grandi amori piene di crucci, segreti e sensi di colpa.
In realtà il caramello del titolo si riferisce alla ricetta usata per la depilazione fatta semplicemente con zucchero, acqua e limone, molto malleabile e riutilizzabile più volte.
Volendo, quindi, omaggiare il caramello commestibile, ho pensato di proporvelo in una doppia versione di croccante alle mandorle e ai semi di sesamo (ma si possono scegliere anche diversi tipi di frutta secca come nocciole, noci, pistacchi o pinoli).
Conosciuto come uno dei più duttili elementi di decorazione in pasticceria, è semplice (ma allo stesso tempo difficile) da preparare sia a secco che all'acqua. Di seguito vi illustrerò la mia versione a secco.


Ingredienti:
150 g zucchero semolato, 100 g mandorle e 4 cucchiaini di semi di sesamo

Procedimento:
1) Versare lo zucchero semolato in un pentolino e farlo sciogliere lentamente a fuoco molto basso;
2) Senza mescolare, ruotare in continuazione il tegame in modo che lo zucchero si sciolga uniformemente;
3) Proseguire fino ad aver ottenuto la colorazione di caramello desiderata (N.B.: Attenzione perché il caramello tende a colorirsi molto in fretta: il caramello biondo è di colore chiaro e dal sapore delicato, mentre quello bruno è più scuro e saporito);
4) A questo punto aggiungere la frutta secca e con un cucchiaio amalgamare bene il tutto prima di versare il croccante su un piano di lavoro in marmo oppure in una teglia da forno;
5) Livellare il più possibile il croccante versato e, dopo averlo fatto raffreddare leggermente, tagliarlo a quadrotti o a losanghe.

martedì 19 maggio 2015

Samba e la sua vita

I registi Eric Toledano e Olivier Nakache e il protagonista Omar Sy del fortunato Quasi Amici tornano di nuovo insieme in Samba per raccontare con grande ironia il problema degli immigrati irregolari in Francia, i quali compongono lo zoccolo duro di una società nascosta e rilegata a svolgere i mestieri più duri o meno desiderati. 
Samba Cissé (Sy) è un giovane senegalese, clandestino in Francia da dieci anni, che, arrangiandosi con i lavori più disparati, tenta da sempre di ottenere il permesso di soggiorno, cercando nel frattempo di guadagnarsi da vivere per mantenere anche la sua famiglia in Africa e trovare finalmente il suo posto nel mondo. 
Tutto cambierà dopo il suo fortunato incontro con Alice (un’algida e impacciata Charlotte Gainsbourg), una dirigente di un’azienda in congedo dal lavoro dopo aver avuto un brutto esaurimento, che ora tenta di ristabilire un contatto sociale facendo la volontaria in un centro di aiuto per immigrati.
La donna non riesce a mantenere le distanze e si innamora lentamente di Samba, un uomo così lontano dal suo mondo ma così vicino al suo cuore e capace di farla sorridere dopo tanto tempo.
Ricevuta la carta di via e, teoricamente costretto ad abbandonare il suolo francese, Samba deve stare ancora più attento a non farsi scoprire… forse il finale è un po’ scontato, ma completamente in linea con la storia.
Tratto dal romanzo Samba pour la France di Delphine Coulin, la pellicola è in grado di portare sul grande schermo una tematica sociale importante e tangibile come l’immigrazione usando un tono leggero. Una commedia sociale (per nulla politica) ben girata, ma soprattutto ben scritta e ben recitata (anche dai personaggi di contorno), perché riesce con il giusto pizzico di ironia a regalare delle grasse risate anche nei momenti più tristi.


P.s.: Una delle battute più belle del film viene pronunciata da Alice, quando, confortando Samba, preoccupato di dover nascondersi usando in continuazione documenti falsi per restare in Francia, gli dice: “Se hai paura di non ricordare più il tuo vero nome, gridalo al vento come se avessi voglia di danzare!”.

martedì 5 maggio 2015

La perdita di "Mia madre"

Non sono mai stata una grande fan di Nanni Moretti, ma negli ultimi anni ho rivalutato le sue opere e Mia madre è davvero un gran bel film, capace di far sorridere e commuovere con la stessa intensità.
Con grande naturalezza e sincerità il racconto è capace di evidenziare un dolore molto personale e intimo, che si legge fin da subito negli occhi dei protagonisti.
Margherita (Buy) è una regista, oberata di lavoro sul complicato set del suo ultimo film politico, incentrato sulle difficoltà di un gruppo di operai in odore di licenziamento, in cui il protagonista (John Turturro regala un sacco di risate) principale è un eccentrico attore americano dall’improbabile pronuncia italiana, che ha difficoltà persino a memorizzare le battute e i nomi della crew sulla scena. Nel frattempo, però, la madre di Margherita (una composta Giulia Lazzarini) è stata ricoverata in gravi condizioni in ospedale e viene continuamente assistita da Giovanni (Moretti), figlio amorevole e fratello ragionevole, che riesce a dire e fare sempre la cosa giusta.
Offuscata dal dolore di una perdita sempre più imminente, Margherita è stanca, non è concentrata sul set e capisce di non riuscire a trovare la giusta chiave di lettura per il suo film, così torna alla realtà solitaria e infelice in cui è costretta a guardare in faccia una madre che lentamente si sta spegnendo, ma che ancora è determinata come ex-insegnante di latino a dare le ultime ripetizioni a sua nipote, che odia il liceo classico.
Mia madre parla anche della finzione del cinema, presentando un film nel film che non sembra mai ingranare davvero, perché non riesce a ricreare le sensazioni di quella realtà semplice e allo stesso tempo troppo difficile da riportare sul grande schermo.
Moretti ha messo a nudo con grande sobrietà il dolore della perdita di sua madre ed è ragguardevole che abbia ceduto il suo alter-ego nelle mani esperte di Margherita Buy e si sia nascosto dietro la maschera confortevole del bravo fratello, capace di affrontare con misura e compostezza la malattia della mamma morente.

 

mercoledì 22 aprile 2015

Whiplash: la sanguinosa strada per il successo

Ero certa che fosse un buon film, ma non credevo che mi stregasse a tal punto. Non voglio esagerare, ma Whiplash è davvero una rivelazione: uno dei migliori film musicali dell’ultimo decennio, che riesce comunque ad andare al di là della musica. Il giovanissimo regista Damien Chazelle ha tutte le carte in regola per diventare un grande cineasta. L'attenzione per i dettagli e per il ritmo è ben visibile nel montaggio e nella fotografia, a dir poco stupendi. Straordinaria anche l'interpretazione di Miles Teller, ma J.K. Simmons è semplicemente IMMENSO.
Andrew (Teller), ragazzo asociale, egocentrico ed eccentrico, frequenta il primo anno alla Shaffer, una delle più prestigiose scuole di musica di New York, custodendo il sogno di diventare il migliore batterista del panorama jazzistico del suo tempo. Un grande talento, anche se ancora acerbo, ma con una grande forza e dedizione per la musica. Scoperto per caso dal duro e inflessibile professor Fletcher (Simmons), viene scelto come batterista di riserva nella sua orchestra. I suoi nervi, però, verranno messi a dura prova dalle scorrettezze e dalla brutalità dimostrata dal suo maestro: oggetti scagliati contro, prove alienanti all’estremo delle forze, esercizi massacranti e umiliazioni continue. Full Metal Jacket solo per i suoi modi brutalizzanti o per il riutilizzo del famoso pseudonimo “Palla di lardo” con uno dei suoi allievi.
Temuto da tutti per il suo modo di insegnare poco ortodosso, Andrew cercherà di dimostrargli di essere perfetto a tutti i costi, a furia di sangue e sudore versati. Fin quando la sofferenza psicologica rischia di soffocare quella fisica, portandolo a dire basta e ad abbandonare il suo sogno. Eppure, facendo leva proprio sul concetto di disdegno verso coloro che accettano di condurre una vita all’insegna della mediocrità che la società odierna sembra tanto apprezzare, si apriranno sul finale diversi e imprevedibili colpi di scena, regalando un formidabile assolo musicale da vero e proprio genio artistico. Sarebbe banalizzante ridurre il personaggio di Fletcher alla nuova versione del sergente istruttore Hartman di
Simmons fa molto di più. È un magnifico cattivo come non se ne vedeva da tanto tempo, a cui sono regalate le battute più belle e significative e che, con le sue mani e il suo sguardo magnetico, è capace di controllare il tempo e il ritmo travolgente, non solo della musica ma anche di ogni scena e azione.
Sicuramente la bravura di Simmons mette in secondo piano il protagonista, emblema di quei giovani che credono nei propri sogni e che sono pronti a sacrificare ogni cosa pur di riuscirci. La forza di volontà è il tema centrale di Whiplash e, anche se si rischia di restare soli, il film osanna senza remore la passione, la serietà e quel minimo di pazzia che bisogna avere nella vita per raggiungere un obiettivo. Nessun buonismo. Nessuna pacca sulla spalla. Nessuno che dice le agognate e fatali parole: “bel lavoro”.
Un film certamente non commerciale, ma che ha meritato ogni singolo riconoscimento vinto grazie alla regia asciutta e sicura di Chazelle, che non lascia al caso nessuna inquadratura. Un utilizzo perfetto dei rallenti e dei primissimi piani che creano un grande pathos grazie sia al ritmo cadenzato da una straordinaria precisione del montaggio che alla coraggiosa scelta di usare la musica jazz, un genere poco conosciuto e amato dal grande pubblico, ma che rende la colonna sonora pazzesca e assolutamente da riascoltare.


P.S.: Il film prende il titolo dall’omonimo pezzo suonato dal sassofonista jazz Hank Levy.

mercoledì 1 aprile 2015

Torta pere e cioccolato di Nonna Anna

Avevo già parlato del film di Gabriele Salvatores, Happy Family, (di cui amo alla follia quasi tutti i personaggi, anche se Fabio De Luigi e Diego Abatantuono sono i più strepitosi), per via della buonissima ricetta dei tagliolini gamberi e funghi. Un piatto che, durante una simpatica cena di famiglia o quasi, la svampita nonna Anna continua a riproporre a causa della demenza senile, scaturendo però un sacco di risate.
Grazie specialmente al personaggio della nonna che ha il pallino della cucina, nel film ci sono moltissimi riferimenti a piatti o ricette da provare che mi hanno incuriosito... ecco perché questa volta ho pensato di cimentarmi come lei in un dolce o meglio in un classico della pasticceria: la torta pere e cioccolato (N.B.: non posso svelarvi come al mio solito quando compare il riferimento a questo piatto, altrimenti vi sciuperai il finale).
Ammetto che era la prima volta che sperimentavo questa ricetta, ma sono rimasta piacevolmente colpita dalla sua semplice bontà.


Ingredienti: 200 g farina 0, 100 g zucchero semolato, 180 g cioccolato fondente al 70 %, 150 g di burro, 4 uova, rum, 1 bustina di lievito e 3 pere williams

Procedimento:
1) Sbucciare le pere e, dopo averle tagliate a fettine, metterle in un tegame e lasciarle cuocere per almeno 20 minuti con un goccio d’acqua e un po' di rum;
2) Tritate grossolanamente il cioccolato fondente e farlo sciogliere a bagnomaria;
3) Montare a neve gli albumi e metterli da parte;
4) Nel frattempo mescolare i tuorli d'uovo con lo zucchero, la farina, il lievito e il burro sciolto precedentemente;
5) Dopodiché aggiungere il cioccolato sciolto, incorporando anche gli albumi e facendo attenzione a non smontarli;
6) Versare metà del composto ottenuto in una tortiera imburrata e infarinata del diametro di 18 cm;
7) Distribuire sull’intera superficie le pere cotte e ricoprire con il resto dell’impasto;
8) Mettere in forno preriscaldato a 180° per almeno 35-40 minuti.

P.s.: Dopo averla lasciata raffreddare, potete anche spolverizzare la torta con lo zucchero a velo (oppure ricoprirla con il cioccolato fondente fuso).